Alberto's profileIl biologo impertinentePhotosBlogListsMore Tools Help

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    September 25

    Amore vero, simbiosi, idolatria.


    “Ciò che conta è sapere a quale sorta di unione alludiamo, parlando d’amore. Ci riferiamo all’amore come alla matura soluzione del problema dell’esistenza, oppure alludiamo a quelle incomplete forme di amore che possono chiamarsi unioni simbiotiche? Nelle seguenti pagine chiamerò amore solo la prima. Inizierò la discussione sull’amore con le ultime.

    L’unione simbiotica ha il suo modello biologico nella relazione fra la madre e il feto. Sono due, eppure uno. Vivono insieme (simbiosi), hanno bisogno l’una dell’altro. Il feto è parte della madre, riceve tutto ciò di cui ha bisogno da lei; la madre è il suo mondo; lei lo nutre, lo protegge, ma anche la sua vita è intensificata da esso. Nell’unione simbiotica fisica, i corpi sono indipendenti, ma lo stesso genere di unione esiste psicologicamente.

    La forma passiva dell’unione simbiotica è quella della sottomissione, o, per usare un termine clinico, del masochismo. Il masochista sfugge all’insopportabile senso di separazione e solitudine rendendosi parte di un’altra persona che lo domina, lo guida, lo protegge; che è la sua vita e il suo ossigeno, per così dire. Il potere di colui che sottomette è sublimato, sia egli un essere umano o un Dio; lui è tutto; io non sono nulla, a meno che non diventi parte di lui: parte di grandezza, di potere, di sicurezza. Il masochista non ha da prendere decisioni, non ha da correre rischi; non è mai solo, ma non è indipendente; non ha autonomia; non è ancora pienamente nato. Nel concetto religioso, l’oggetto di adorazione è chiamato idolo; nel concetto secolare di rapporto d’amore masochistico, il meccanismo essenziale, quello dell’idolatria, è lo stesso. […] Può esserci la sottomissione masochistica al destino, alla malattia, alla musica ritmica, allo stato orgiastico prodotto dalle droghe, o sotto influsso ipnotico: in tutti questi casi la persona rinuncia alla propria integrità, fa di se stessa lo strumento di qualche cosa o di qualcuno al di fuori di sé stessa; non ha bisogno di risolvere il problema di vivere mediante l’attività produttiva.

    La forma attiva di fusione simbiotica è il dominio o, per usare il termine psicologico corrispondente al masochismo, il sadismo. Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine e al proprio senso di isolamento impossessandosi di un’altra persona. Sublima se stesso incorporando un altro essere, che lo idolatra.

    Il sadico è legato al succubo così come quest’ultimo è subordinato al primo; non può nemmeno vivere, senza l’altro. La differenza sta solo nel fatto che il sadico domina, intraprende, offende, umilia, e il masochista è comandato, offeso, umiliato. Questa è una differenza considerevole, in senso realistico; ma in un senso più profondo ed emozionale, la differenza è irrilevante, rispetto a ciò che ambedue hanno in comune: fusione senza integrità. Se si capisce questo, non ci si meraviglierà di scoprire che una persona reagisce sia nel modo sadico che masochistico, verso oggetti diversi. Hitler agì in un primo tempo in modo sadico, verso il popolo; ma in modo masochistico verso il destino, la storia l’ “alto potere” della natura. […]

    In contrasto con l’unione simbiotica, l’amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità. L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d’isolamento e di separazione,  tuttavia gli permette di essere se stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due.”

     

     

    Erich Fromm, “L’arte di amare”.

    September 11

    Terapia riparativa: un approccio epistemologico.

     


    I miei colleghi scienziati, per lo meno i biologi, tendono a non capire perché mi occupi tanto di epistemologia, una branca della filosofia. C’è l’impressione diffusa che per uno scienziato occuparsi di filosofia sia perdita di tempo.

    È bizzarro. Vero è che gli scienziati non sono filosofi, e non si devono quindi necessariamente interessare a tutte le branche della filosofia, e vero è che come biologi possiamo tranquillamente evitare di perder tempo in oziosità metafisiche, attenendoci ai crudi fatti.

    Ma da dove viene questa autorità che attribuiamo ai crudi fatti? Perché scegliamo di non filosofare?

    Mi piace citare Aristotele in questo caso: “Si può decidere di filosofare o non filosofare; ma per decidere di non filosofare, bisogna filosofare”. Lo scienziato deve scegliere di non filosofare, di questo sono persuaso. Ma per giustificare questa scelta, lo scienziato deve filosofare. Se l’epistemologia non è quindi interesse diretto delle scienze naturali, ciò nondimeno essa deve essere materia che interessi gli scienziati naturali, al pari di chiunque nutra un interesse verso ciò che noi chiamiamo Verità.

    Chi cura questo blog è persuaso dell’esistenza della Verità, o meglio, delle Verità, e della necessità di difenderle. Ma la Verità è un’amante difficile, tutti pensano di conoscerla e nessuno la vede mai, se non nascosta dietro a un velo. Questo non deve significare una rinuncia a cercarla, ma può semmai darci indicazioni sulle strategie da usare per la nostra ricerca. Se infatti non siamo in grado di distinguere le Verità in “positivo”, possiamo comunque tentare di distinguerle con buona approssimazione in negativo, ovvero come opposizione alla menzogna. Quest’ultima infatti cammina a viso scoperto, e riconoscerla  è relativamente facile.

    Altra mia convinzione è che una buona base epistemologica ci faciliti moltissimo in questo compito; ci indica una via solida che ci porta a sapere quello che diciamo anche quando le nostre conoscenze nozionistiche sono relativamente limitate. Se sappiamo come interpretarli, pochi indizi ci indicano dove andare meglio di una marea di informazioni che non sappiamo come usare. Inoltre, ci rende immuni dai giochi di prestigio epistemologici che certe categorie di pseudo colti e letteratucoli di serie B talvolta tentano di usare per propagandare la menzogna.

    Il mio blog è relativamente ricco di esempi di esercizi logici e di semplici dissertazioni di epistemologia pratica; il post precedente questo ne è un esempio. Oggi faccio un altro esercizio logico che rappresenta un esempio molto, molto importante.

     

    Voglio oggi costruire le fondamenta per una difesa fondamentalmente epistemologica dalle menzogne della cosiddetta “terapia riparativa”. Per chi non sapesse di che parliamo, facciamo riferimento alle deleterie teorie del pessimo Joseph Nicolosi, integralista cattolico e sedicente psicologo che ritiene l’omosessualità un disturbo mentale e afferma (senza fondamenta epistemologiche valide, come vedremo) di poterla anche guarire. Questa è un’esercitazione logica, ma è anche qualcosa di più: vuole essere una guida rapida al confronto con i sostenitori della teoria, e vuole mostrare come anche chi non abbia a disposizione strumenti scientifici avanzati di confutazione possa tuttavia rilevarne con semplicità la insostanzialità.

    Vediamo quindi quali sono le fondamentali debolezze epistemologiche su cui si deve insistere, i punti sui quali bisogna invece “rifiutare” il dialogo (non intendo dire “evitarlo”; intendo rifiutarsi legittimamente di prendere come validi certi presupposti di ragionamento scorretti), e come respingere gli attacchi senza colpo ferire. Iniziamo.

     

    1)      La “cosificazione”

    Mi piacerebbe poter dire di essere io l’inventore del termine. Invece una parte di me sa che esso riemerge dalla memoria di antiche letture dimenticate, dove era usato con chissà quale significato e chissà quale scopo. Non importa, oggi lo uso io col significato che decido io.

    Per cosificazione intendo la manovra intellettuale e dialettica il cui scopo è privare una persona, agli occhi degli altri, della dignità umana, trasformandola quindi in un oggetto o un robot. L’umano ha certe caratteristiche sue distintive; esse lo distinguono dalle altre specie viventi e dagli oggetti, e garantiscono il suo diritto ad essere trattato da pari a pari nei confronti di qualunque altro essere umano. Alcune di queste caratteristiche sono l’intelligenza, la capacità di stabilire legami affettivi, di avere esperienze “spirituali”. Nel momento in cui viene lesa o negata pubblicamente una di queste capacità, si ha una cosificazione, una lesione fondamentale dell’umanità e dell’individualità. Manovre cosificanti sono tutti i pregiudizi razziali e di categoria, del tipo “i neri sono stupidi e selvaggi” o “gli ebrei sono bugiardi ed avari”. In virtù di affermazioni di questo tipo, infatti, neri ed ebrei si trovino privati de facto del diritto tutto umano di essere ascoltati, considerati e rispettati. Nel momento in cui si sente dire che non bisogna ascoltare quello che qualcuno ha da dire perché “è ebreo”, allora siamo di fronte ad una palese manovra cosificante; nel momento in cui si dice di qualcuno che è “malato di mente” o che “non sa quello che fa”, lo si sta cosificando, in quanto si ledono certe sue caratteristiche umane fondamentali: quella di poter scegliere le proprie azioni e di avere un mondo interiore grande quanto il nostro, e che quindi a noi non è dato giudicare.

    La cosificazione è alla base delle teorie riparative dell’omosessualità, per questo anche la maggior parte dei punti che successivamente esporrò sono corollari a questo principio base: l’uomo non può essere trattato come cosa. Vedremo anche perché Il concetto stesso di “teoria riparativa”, al di là del nome stesso che è già una confessione, è altamente cosificante, e in conseguenza lesivo del diritto umano.

    La teoria riparativa si basa su un assunto importante: dall’omosessualità si può guarire e, per dirla con Nicolosi, è tutta questione di “choice, choice, choice” (scelta, scelta, scelta). L’obiettivo politico è chiaro: lo stato e in generale le persone civili sono tenute a rispettare tutti come esseri umani, ma nessuno è tenuto a rispettare opinioni o scelte di tutti; io stesso se mi chiedete “rispetti le opinioni di chi sostiene la terapia riparativa?” Rispondo no, che si tratta di una cosa di cui si dovrebbe vergognare. Allo stesso modo, nessuno è disposto a giustificare comportamenti violenti e sbagliati sulla base ad esempio di credenze religiose, perché tutte le persone meritano rispetto, ma non tutte le scelte lo meritano. L’obiettivo di chi ci propina le panzane riparative è di poter trattare l’omosessualità come non solo una scelta (perché in fondo, una scelta di vita improntata all’amore e che non danneggia nessuno merita comunque rispetto), ma addirittura come un capriccio da bambini che lo stato non può assecondare (vedi quel genio di Marcello Pera, che lo ha detto apertamente).

    Ecco una manovra cosificante: il mondo interiore di una persona, le sue scelte, il suo percorso di vita, quello sconfinato universo di sensazioni, emozioni e pensieri, viene ridotto a un capriccio da bambini. E i bambini, come è noto, “non sanno quello che fanno”. Ecco come il passaggio da persona a oggetto è completato; non è una persona di sangue e carne, ma un robot programmato che non può sapere cos’è meglio per lui. Tutto ciò, oltre che crudele e ingiusto, è epistemologicamente infondato; l’unica porta aperta sul mondo interiore delle persone sono le loro parole e comportamenti, quindi non possiamo permetterci di ignorarle e di cosificare i suoi autori; se lo facessimo, qualunque cosa volessimo inferire dopo su quel mondo interiore della psiche sarebbe solo un’ardita ipotesi. Leggi: completamente campata in aria.

    2)      Come non cosificare: l’eterofenomenologia.

    Attenzione ora, perché siamo di fronte ad un punto molto importante. Abbiamo visto che, se abbiamo rispetto per una Verità contenuta nella mente altrui, e teniamo a raggiungerla, non possiamo cosificare il nostro più affidabile testimone affermando senza ragione che “menta” o non sappia quello che fa. Il testimone potrebbe anche avere qualche problema mentale, essere incoerente e inaffidabile, o avere dei motivi per mentire. Ma noi non possiamo decidere da un giorno all’altro a capriccio chi può essere ascoltato e chi no, specie sulla base di pregiudizi ideologici o per dimostrare una nostra tesi. Fino a che non vi sia un dato fisico importante contro l’attendibilità di un testimone, noi dobbiamo considerarlo affidabile. Questo argomento, che già è valido per le testimonianze ordinarie, vale infinitamente di più per le verità “interiori” del soggetto, che solo lui può comunicarci. Potremmo anzi spingerci a dire che, in quel mondo interiore, le regole vengono decise dal testimone stesso, e quindi anche ammesso che sia un “malato di mente”egli sarebbe comunque testimone affidabile del suo mondo interiore.

    Veniamo al nostro caso specifico: i riparazionisti(1)  potranno argomentare che le nostre scelte sono “sbagliate”, e il nostro modo d’essere non è quello che crediamo perché si può cambiare. Ma potranno fare anche di peggio, potranno aspettarci al varco nel momento in cui negheremo che tale modo di essere possa essere cambiato; ci porteranno testimonianze di gente che “l’ha fatto” (l’unico motivo per cui mi sono limitato a DUE virgolette è il mio straordinario rispetto per la lingua di Dante), e se noi le respingeremo come false potranno accusarci di avere “cosificato” gli autori di quelle testimonianze, di non rispettare il loro diritto di essere ascoltati e trattati come umani dotati di libero arbitrio.

    Per quanto riguarda la prima obiezione, sulla giustezza delle scelte, si può anche discuterne con loro, ma più semplice è invocare l’undicesimo comandamento: “fatti i ca**i tuoi”.

    L’approccio per gestire le altre critiche è invece quello che Daniel Dennett (http://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Dennett)  chiama “eterofenomenologico”. Lo introduco rapidamente, anche perché i suoi concetti base sono già scivolati anonimamente dentro quanto ho scritto sinora. Nel capolavoro “Conscoiusness Explained” Dennett  si pone il quesito se il ricercatore della mente disponga degli strumenti per distinguere uno zombie senza coscienza che si comporta come un umano (e quindi una cosa, una specie di robot perfetto) da un umano vero. Non vi anticipo la risposta perché dopo che avrò esposto il metodo potrete arrivarci da soli; descrivo invece l’approccio eterofenomenologico (che nulla ha a che fare col l’eterosessualità), che secondo il Dennett dovremmo usare, e lo faccio tramite la sua stessa metafora.

    Si tratta di ascoltare le testimonianze di chiunque e trattarle come fossero “finzione narrativa”. Esempio: immaginate di interrogare JK Rowling sul mondo di Harry Potter. Potremmo farle qualunque domanda, anche la più difficile, e presumibilmente saprà rispondere, perché la signora assoluta del mondo di Harry Potter è lei. Le parole della Rowling sul mondo di Harry Potter sono santo Vangelo, inconfutabili; se lei ci dice che Blaise Zabini è africano, è il momento di farla finita con le speculazioni sul biondo dei suoi capelli; se lei ci dice che Silente è gay, allora non si può più accoppiarlo con la McGrannitt.

    Attenzione, però; questo non vuol dire che il mondo di Harry Potter esista davvero fuori dalla mente della Rowling. La Rowling è autorità assoluta su un mondo del quale però io, eterofenomenologo, non ho nemmeno informazioni certe sull’esistenza; l’autorità indiscutibile che le attribuiamo vale solo e soltanto nel mondo che lei ha creato. Harry Potter e Silente non esistono certo fuori dalla sua mente(2).

    Sperando che la sostanza dell’approccio eterofenomenologico sia chiara, passo a spiegare che frutti dia in questa circostanza: come eterofenomenologo, io posso (e talora devo) prendere sul serio tutte le testimonianze, anche quelle oggettivamente poco attendibili degli ex-gay, come testimonianze affidabili di un mondo interiore che appartiene al testimone. Altrimenti li starei cosificando, starei dicendo che sono robot.

    Al contempo, però, prendere sul serio quello che essi dicono non vuol dire credere che ciò sia una testimonianza applicabile anche ad una realtà fuori da quel mondo interiore. In sostanza, possiamo anche ammettere che la magica trasformazione da gay ad etero di Luca di Tolve rispecchi con assoluta fedeltà una sua trasformazione interiore. Anzi, facciamolo, nonostante non ci sia alcun motivo di ritenere che uno così sia sincero anche solo con sé stesso. Per nostra ipotesi di partenza quella è verità indiscutibile, ma riguarda LUI e solo LUI.

    Quest’approccio è straordinario, ha potenzialità immense ed evidenti. Nessuno potrà mai dirci che selezioniamo le fonti, o che attribuiamo autorità solo a chi vogliamo noi, trasformando così gli altri in “cose”. Noi trattiamo tutti esattamente allo stesso modo: massime autorità sulla propria interiorità(3). Se vogliamo mantenere quest’approccio fiducioso con gli ex-gay, però (e qui arrivano gli ovvi vantaggi), allora automaticamente dobbiamo avere lo stesso rispetto (anche molto di più, per i motivi che vedremo) ai gay o agli ex-ex-gay; signori assoluti della propria identità, e unici che possono rivelarci se il loro è un modo d’essere, se può essere cambiato, se merita il nostro rispetto.

    Noi tutti pretendiamo il rispetto dovuto alle persone adulte, sia per le nostre scelte che per il nostro modo di essere; se scrivo un libro, io e io solo decido che fanno i personaggi; se uno spazio è lasciato all’interpretazione soggettiva del lettore, allora si tratta solo di quello spazio che io autore generosamente concedo.

    Chi cosifica, a questo punto, è solo ed esclusivamente il riparativista, che insiste nel dire che tutti possono “guarire” e si riserva di ignorare, e trasforma quindi in “cose”, tutti quelli che danno testimonianza contraria.

    3)      Le evidenze “scientifiche”

    I seguaci di San Nicolosi sono spesso convinti di essere scientifici, di possedere la verità scientifica.

    Non c’è garanzia migliore del fatto che non lo sono. Ma c’è ancora qualcosa che possiamo evidenziare del loro approccio scientifico e cioè, ancora una volta, la sua natura cosificante. Qualsiasi psicologia non eterofenomenologica è automaticamente cosificante, questo perché ogni volta che ci sia un disaccordo sulla natura intima della mente, uno dei testimoni dovrà essere “cosificato” per giustificare tale discordanza.

    Anche senza mettere a nudo l’aspetto cosificante della Terapia Riparativa, sono evidenti le sue gravi lacune sul versante più strettamente scientifico; la più grave delle quali è la mancanza di peer review. I riparazionisti si citano fra di loro, si fanno pubblicare i propri libri senza averli fatti visionare a un pubblico di colleghi neutrali, mantengono contatti con associazioni completamente fantascientifiche come Exodus. Fateglielo notare, e tireranno fuori la solita Lobby Gay che li reprime e terrorizza. Perché dovete sapere che, poveretti loro, questa terribile minaccia è il motivo per cui nessuno dei loro colleghi li caca mai di striscio, e quei due tre che lo fanno sono numerari dell’Opus Dei. Comunque le basi per rispondere a questa patetica difesa sono in gran parte nel mio intervento precedente, quindi non mi ci soffermo oltre.  Basti dire che le lacune scientifiche sono tanto gravi che tutte le associazioni psicologiche più prestigiose hanno emesso dichiarazioni a sfavore della terapia riparativa.

    MA, al di là di questo, la terapia riparativa può essere anche, per certi aspetti, dannatamente “scientifica” nel senso peggiore del termine. Ovvero, ancora una volta, perché tratta i suoi pazienti come oggetti studiabili col metodo scientifico e non tiene minimamente conto di fattori umani. Li ignora, completamente.

    Pensate alle “verità statistiche” che i riparazionisti propinano continuamente: 60% di guarigioni complete, secondo il famigerato Narth, l’associazione di Nicolosi. Questi dati sono autocertificati, come sempre quando si parla di terapia riparativa, quindi noi che siamo maliziosi sospettiamo che possano essere “leggermente” gonfiati. Ma pensateci, perché è la prima domanda che una certa persona mi ha fatto dopo aver snocciolato questo dato: e il restante 40%? Non è mica poco …

    Il 40% di solito passa anni di sofferenza nell’ambito del programma di Nicolosi, spende un casino di soldi per farsi aggiustare (perché questi buoni samaritani di dottori, fra un’opera umanitaria e l’altra, dovranno pur pagarsi la cena nel ristorante a cinque stelle), e poi quando finalmente si rendono conto di quanto stiano sprecando tempo, denaro e vita, abbandonano la terapia e passano altri anni a rimproverarsi tormentati dai sensi di colpa a dall’idea del fallimento. Alla fine entrano nei gruppi ex-ex-gay e raccontano la loro terribile e frustrante esperienza.

    E quelli “di successo”? Nicolosi, usando un lungo giro di parole e parlando della psicoterapia come un lavoro “che dura tutta la vita” perché fa tanto figo dire così, ci avverte che contro le pulsioni omosessuali, forti o meno forti, dovranno lottarci sempre. Come se mi dicessero: “Alberto, sei guarito dalla depressione! Devi solo prendere una pillola al giorno per il resto della tua vita col rischio di buttarti dal balcone se per caso te la scordi, ma a parte questo sei guarito!”

    Va bene, dai, diciamo che qualcuno è “guarito” davvero. Prendiamo solo i casi ipotetici di guarigione “completa”. A dire il vero alcuni pensano che questi casi non esistano, perché la terapia in questione non funziona mai. Lo credo anch’io, io non penso che un individuo completamente omosessuale, un Kinsey 6 insomma, una di quelle checche sfondate come Luca, dopo la terapia mi diventa uno stallone sciupa femmine; è già poco credibile se mi diventa un tiepido bisessuale o un asessuale. Tuttavia vi sono i casi di persone bisessuali o solo prevalentemente omosessuali (Kinsey 3, 4, 5) che immagino possano andare soggetti a un livello più o meno ampio di modificazione “cosificante”. Sentiremo spesso le loro storie di “successo”(4), ma, anche senza esprimerci sul valore di verità di dette testimonianze, ricordiamo che esse valgono solo ed esclusivamente per loro. Il dato statistico che Nicolosi & co. vorrebbero fosse rincuorante e gli portasse tanti clienti e soldi, è in realtà irrilevante. Le guarigioni “complete” (rigorosamente autocertificate) avrebbero potuto essere il 90%, il 95%; e non sarebbe bastato lo stesso, perché parliamo di persone, non di oggetti! Io non dubito che statisticamente fra i calabresi vi siano molti, MOLTI più mafiosi che fra i valdostani; ma questo non autorizzerà mai nessuno a darmi del mafioso in quanto calabrese o a insinuare che abbia maggiori probabilità di essere mafioso, perché IO non lo sono, e sono una persona, non sono in balia di probabilità e statistiche. Questo, l’essenziale umanità di tutti, etero o gay, è sufficiente a confutare la terapia riparativa. Basta una sola testimonianza contro perché la celebre frase “guarire si può” (e ne abbiamo un infinità) possiamo gettarla nel cesso e tirare lo scarico. A meno di voler dire “guarire: qualcuno forse può, qualcuno di sicuro no, e comunque sono tutti casi dubbi”. Ma che ce ne facciamo? Avremmo comunque il problema della dignità e dei diritti di quelli che “non può”, un problema che Nicolosi non solo non vuole affrontare, ma di cui vuole negare l’esistenza per conseguire fini politici. 

    4)      E se una persona vuole essere curata?

    I riparazionisti si aggrappano spesso a questo. Sfruttano la sofferenza degli omosessuali e il loro desiderio di uguaglianza per catturarli nella rete, facendo in modo che siano essi stessi a cacciar visi. Così dopo possono dire di aver solo rispettato la libertà di scelta del paziente.

    La libertà di scelta però non vale certo quando si parla di infibulazione ed eutanasia, e il primo esempio è particolarmenta calzante, perché le donne che si infibulano sono soggette a fortissime pressioni di natura sociale e culturale che ci fanno dubitare della loro effettiva libertà. Possiamo noi accettare che qualcuno scelga "liberamente" di sottoporsi a una mutilazione (fisica o mentale che sia)?

    Su un punto non c'è dubbio. Dobbiamo subito mettere tutti in guardia contro una minaccia grave: quella che dei minorenni possano finire nelle grinfie dei riparazionisti. È a quello che puntano e che hanno sempre puntato, vogliono i bambini. Questo non possiamo lasciarglielo fare “nel nome della libertà del bambino” per ovvi motivi, né in nome della potestà dei genitori, che non possono comunque sottoporre il figlio a un trattamento potenzialmente dannoso senza motivo. Su questo nessun compromesso è possibile.

    Sugli adulti, invece? Se non rispettassimo le loro scelte questo significherebbe cosificarli. È necessario agire dunque in un altro senso, e cercare di fornire loro gli strumenti per fare la scelta migliore. Un documento dell’ACA presente nel mio Skydrive fornisce un quadro generale delle direttive date agli psicologi: se si è disposti a praticare la terapia riparativa, è necessario comunque che il paziente sappia che non c’è alcuna evidenza scientifica che questa terapia funzioni, che è potenzialmente dannosa, e che in sostanza si può al più considerarla “in via di sviluppo”.

    5)      Conclusioni

    Abbiamo costruito le basi per trattare nel modo corretto le testimonianze di “successo” riportate dai riparativisti, usando l’aiuto dell’eterofenomenologia. Abbiamo accennato anche le debolezze più importanti su cui insistere per quanto riguarda gli aspetti pseudoscientifici della terapia riparativa, pur ricordando che potremmo anche basare la nostra critica esclusivamente sull’approccio eterofenomenologico; e ricordandoci comunque che qualsiasi tentativo di cosificazione, anche se vorrebbe essere scientifico, va assolutamente e radicalmente rifiutato; bisogna letteralmente rifiutarsi di discuterlo.

    Abbiamo anche identificato e messo da parte una menzogna, e cioè che chiunque può “guarire” dall’omosessualità perché essa è una scelta. Questo, secondo i nostri presupposti iniziali, deve averci avvicinato in qualche modo alla Verità, se non altro per esclusione.

    E qual è ora la Verità che abbiamo davanti?

    Probabilmente non ce l’abbiamo ancora davanti. Cosa fa si che un bambino diventi un adulto eterosessuale e non omosessuale? è possibile che col tempo si cambi gusti?

    Non abbiamo risposte a queste domande. Possiamo supporre che forse l’orientamento sessuale sia qualcosa di più plastico e vivo di come ci viene presentato; ma verità assolute su questo non ne abbiamo. Non sappiamo se il cambiamento è possibile e in che misura. Ma sappiamo che questo cambiamento non deve essere tentato, perché a) Non serve; l’omosessualità non è patologica, e b) Può far male, molto male, e non solo all’anima ma anche al portafogli.

     

     

    Ossequi

     

    (1)   (1)  Ignoro se i seguaci di Nicolosi abbiano un nome specifico per riconoscersi fra di loro, o se lo facciano annusandosi il sedere a vicenda come i cani. Io li chiamerò riparazionisti o riparativisti, a seconda di come mi gira.

    (2)    (2)  In realtà, c’è chi cimenta la propria fantasia nella creazione di nuove storie su Harry Potter anche fuori dalla testa della Rowling. Sono chiamate Fan Fiction, e in alcune di esse le regole stabilite dalla Creatrice sono normalmente infrante. Nella nostra metafora possiamo considerarli degli universi alternativi fenomenologici; diversi, ma non “sbagliati”.

    (3)     (3) Ovviamente, anche i comportamenti possono rivelarci qualcosa. Se vediamo uno che si dice ex-gay molestare un ragazzo, ci viene il dubbio che ci abbia mentito per qualche motivo. Prima di trarre le conclusioni, però, dobbiamo porci varie altre domande, di cui la più fondamentale è: che tipo di motivo lo ha spinto a mentire? La risposta in questo caso è facile, quindi possiamo concludere che abbia mentito, consapevolmente o meno.

    (4)    (4)  In questo intervento le virgolette le uso spesso, perché questa terminologia è stata tutta costruita ad arte dai riparativisti e non la condivido in alcun modo.

    September 03

    Il pensiero anarchico

     

     

    L’attuale papa ha partecipato, non so come e non so quando, ma non è importante, alla stesura di un documento in cui si prendeva di mira il libero pensiero. Ho letto il documento in questione, qualche tempo fa; lo ricordo poco e male, e non saprei nemmeno dare coordinate precise di quello specifico documento, ma ricordo bene uno dei passaggi più interessanti, e anche uno dei pochi condivisibili: Ratzinger si è accorto che al giorno d’oggi vi è, nel popolo, una tendenza assai deleteria a quello che io chiamo “pensiero anarchico”; ergo, si diffonde la convinzione che abbia più valore farsi un’idea “con la propria testa”, che farsi l’idea “giusta”.

    Sappiamo benissimo, da quello stesso documento ma anche in generale da tutto il pontificato di Ratzinger, dove egli vuole arrivare. Ma cerchiamo di ignorare per un attimo questa nostra consapevolezza, isoliamo il messaggio e  concentriamoci su di esso, perché ci mette in guardia tutti contro un pericolo estremamente serio.e cioè una forma di relativismo culturale (non quello che intende il papa, ovviamente, visto che non ne ha mai capito nulla) che porta alla distruzione del concetto stesso di “Verità”.

    Prima di andare avanti, credo sia una buona idea, a costo di ripetermi, chiarire ancora una volta che vuol dire “relativismo” in realtà, ovvero qual è il relativismo buono e quale invece il falso relativismo da cui dobbiamo guardarci.

    Una balena è grande. Immagino che molti di voi siano d’accordo con me su questo. Se sì, allora direi che ci sbagliamo tutti: una balena non è grande; in confronto a un’altra balena è facile che sia anche piccola, in confronto all’oceano è microscopica, in confronto al pianeta è praticamente inesistente. Naturalmente, quando diciamo “una balena è grande” noi intendiamo dire che è grande rispetto a noi, ma è ovvio che se cambiamo punto di vista non è più così grande e può addirittura diventare minuscola. Tutto è relativo al sistema di riferimento.

    Più che un’opinione, questo è da considerarsi un dato di fatto. Se cambiamo punto di riferimento, è corretto dire che il sole gira intorno alla Terra, e che l’intera galassia è in movimento rispetto all’unica, inamovibile Terra. Se cambiamo sistema di riferimento entrando nel microcosmo della mente di un credente, scopriremo senza dubbio che Dio esiste e persino che ha un nome e un cognome (Allah? Gesù? Buddha?); appena ne usciremo la razionalità ci porterà invece a ritenere che ciò sia assolutamente improbabile. Con queste premesse, possiamo dire che il relativismo ebbe inizio quando vi furono per la prima volta due punti di vista alternativi (Dio e il Diavolo, o Dio e l’Uomo, per chi ci crede, o ancora i primi due animali, o i primi due uomini, etc.). È assolutamente corretto, quindi, aggiustare di volta in volta i nostri giudizi e opinioni su detto sistema, mantenendo un atteggiamento costante di critica e rifiutando a priori l’idea che un qualcosa sia sempre vero in ogni sistema di riferimento. Dire “una balena è grande” è dogmatismo. È relativismo affermare: “dato me stesso come punto di riferimento, la balena è grande; ma dati altri punti di riferimento può non esserlo più”.

    Supponiamo invece che io dica una cosa del genere: “Dato me stesso come punto di riferimento, la balena può essere grande o piccola”.

    Alt. Qualcosa non va. Per quanto possiamo essere di fronte ad una balena affetta da grave nanismo e io essere l’uomo più alto del mondo, essa sarà sempre è comunque più grande di me. Nel mio sistema di riferimento, la balena è grande, punto è basta; non è questione di opinioni, non è ugualmente legittimo affermare che sia piccola o che sia grande: è grande. Relativamente al sistema di riferimento che ho scelto, non ci sono ambiguità. Si tratta di una regola del tutto generale: non esiste una verità valida in OGNI sistema di riferimento; ma per un determinato sistema di riferimento esiste ed è unica la Verità.

    Per fare qualche esempio di ciò, potrei dire che l’evoluzione biologica è vera se il nostro sistema di riferimento è quello delle scienze e del metodo scientifico; l’Olocausto è vero relativamente ai parametri del metodo storico alimentato dal semplice buon senso; altre affermazioni invece (ad es. “Dio esiste”) sono vere relativamente alle opinioni di individui singoli o gruppi di persone.

    Che l’evoluzione sia falsa nel sistema di riferimento “scienza” è un’affermazione che non corrisponde a verità; può diventare vera, ma solo se cambiamo i parametri di giudizio, ad esempio se rifiutiamo la scienza e i suoi metodi in toto, o almeno la biologia.

     

    Ora, il falso relativismo che ha tanto successo presso il popolo (ironicamente, il popolo clericale è uno di quelli che ne è più gravemente affetto) consiste nel sostenere che la verità non è relativa al punto di vista, ma semplicemente che essa non esiste, e quindi che affermare tutto e il contrario di tutto insieme è, come in una bizzarra forma di nichilismo, possibile e legittimo. La balena, rispetto allo stesso individuo nello stesso momento, può essere sia grande che piccola.

    Non è così, questo è ovvio, banale direi. Ma allora come si mantiene in piedi una convinzione così desolante e fastidiosa presso il popolo?

    È mia convinzione che ciò sia reso possibile dall’idolatria che la gente di oggi tende ad avere nei confronti di quel “libero pensiero” malamente inteso che io e Ratzinger condanniamo (ma di cui Ratzinger fa uso nonostante ciò, mentre io cerco di evitarlo).

    Cerchiamo di capire il meccanismo psicologico che si attiva nel falso-relativista o nichilista (nichilismo e relativismo autentico non hanno NULLA in comune) che dir si voglia. Il primo assunto che si fa è che non esiste una verità codificata, neanche relativa; vale a dire che anche se stabilisco un punto di riferimento uguale per tutti, non avrò comunque davanti la verità che la balena è grande; io continuerò a pensare che nonostante tutto, dal mio punto di vista, la balena potrebbe ancora essere piccola. A questo punto, dato che una verità ufficiale non esiste, rispetto alla medesima questione avrò tutta una rosa di opinioni preconfezionate davanti fra cui scegliere: c’è chi mi dirà che la balena è microscopica, chi che è talmente grande da reggere l’universo, chi che non è né grande né piccola perché è immateriale, e via discorrendo.

    In realtà l’unica cosa vera sarebbe affermare che “la balena è grande tot volte il mio corpo”; eppure passa per vero, nel pensiero falso-relativista, che non sia necessariamente così, che ci siano delle verità “alternative” a questa, e altrettanto valide nello stesso contesto. A questo punto, però, la maggior parte della gente verrà a dirmi che la balena è grande; il che forse non è precisissimo, ma si avvicina davvero molto alla verità relativa di cui ho detto prima. E qui arriva il bello (o il brutto) dell’idolatria demagogica per il libero pensiero che si va diffondendo, e che per me prende il nome di “pensiero anarchico”: siccome è giusto e ammirevole farsi un’opinione “con la propria testa”, e dato che tutte le opinioni sono uguali, mi sentirò libero di scegliere la mia senza ritenere di doverne rendere conto a qualcuno.

     

    L’errore è evidente: bisogna SEMPRE render conto a qualcuno delle nostre opinioni, a meno che non vogliamo tenerle segrete per l’eternità. Nel nostro caso, era mio dovere tener conto dell’opinione di quasi tutti, perché tutti possono darmi informazioni sulle dimensioni di una balena; a voler essere pignolo, comunque, potrei volermi confrontare solo con un gruppo ristretto di loro, magari solo quelli che hanno visto dal vivo una balena, e potrei insistere per voler vedere dal vivo una balena prima di esprimermi … ma in questo caso è chiaro che sarebbe davvero inutile e quasi demenziale da parte mia andare a cercare di persona le balene prima di azzardarmi a dire che, rispetto a me, sono grandi; già standomene comodamente a casa ne ho tutte le conferme che posso immaginare. La mia ossessione per “farmi una mia opinione” sulle dimensioni delle balene sembrerebbe stupida a chiunque, probabilmente si penserebbe che devo essere una persona un po’ pazza oppure con davvero tanto, ma taaanto tempo libero.

    Farei molto prima, e sarebbe intellettualmente più corretto da parte mia, ad accettare semplicemente l’opinione comune e ampiamente confermata che le balene siano molte volte più grandi di me e quindi, rispetto a me, semplicemente “grandi”.

    Potremmo essere depistati dall’esempio un po’ iperbolico che ho fatto. Nel caso della balena l’opinione comune (“la balena è grande”) corrisponde sostanzialmente alla verità, ma in generale non è così, o lo è solo in parte. L’opinione comune è spesso viziata; uno dei motivi di ciò è che non tutte le informazioni sono accessibili all’uomo della strada nel modo stesso in cui lo è un documentario sulle balene e, aggiungerei, è viziata anche dal fatto che la capacità di pensiero razionale non è così diffusa come si pensa. È raro, in effetti, che l’opinione comune possa interessarci per quanto riguarda questioni importanti come quelle scientifiche, filosofiche o storiche; non dobbiamo render conto alla massa popolare delle nostre opinioni su Napoleone o sull’abiogenesi. Ma a qualcuno dobbiamo renderne conto, sempre e comunque, perché ha ragione Ratzinger su questo: è molto più importante avvicinarsi alla Verità che farsi una “propria” opinione. Ed è evidente che il nostro pensiero individuale, nel discriminare la Verità, di rado è uno strumento che non necessita di aiuti esterni (che comunque sono sempre utili); più spesso ne ha invece un assoluto bisogno. Chi di noi ha il tempo di farsi la cultura enciclopedica necessaria riguardo a tutti gli argomenti e le questioni su cui è teoricamente possibile “farsi un’opinione”?

    Diciamolo, è un’impresa titanica, impossibile; il tempo del genio universale e solitario è defunto da quel dì, se mai è vissuto. Nel mondo reale ci sarà sempre qualche argomento complesso che noi non conosciamo abbastanza da farci un’opinione; direi anzi che questi argomenti sono la maggioranza e con l’ampliarsi delle conoscenze dell’umanità diventeranno sempre di più (al punto che, secondo me, le opinioni dovrebbero eessere considerate già da ora un lusso riservato a ristrettissime aristocrazie). Sarà quindi spessissimo necessario rendere conto delle nostre opinioni a qualcuno, ad una persona o un gruppo di persone fisici. A chi dobbiamo dunque render conto della nostra opinione? Da chi essa è vincolata? Da dove viene il limite giusto e naturale alla mia libertà di pensiero?

    Generalmente questo limite viene dalla cosiddetta autorità di competenza, ovvero da un gruppo di persone che hanno dedicato parte importante della propria vita a studiare, a conoscere, a “farsi un’opinione” sull’argomento, fino al punto da vedersi riconosciuta dai propri pari una particolare autorità nel campo.

    Farò un paio di esempi (che ho già citato più sopra) di casi in cui, sono convinto, dobbiamo attenerci al giudizio dell’autorità di competenza senza avere velleità di “pensare con la nostra testa”; ma le regole che esprimerò sono del tutto generali. Nel primo caso io faccio parte, seppur non (ancora :P)  in posizione di preminenza, del suddetto gruppo di competenza; nel secondo invece sono solo il profano che si fa una “propria” opinione.

    Il primo caso è la posizione sull’evoluzionismo darwiniano. La situazione attuale nel mondo scientifico, ovvero l'autorità di competenza, è questa: l’evoluzione biologica è un dato di fatto, rimangono dubbi più o meno marginali su certi meccanismi del suo funzionamento, c’è disaccordo fra gli scienziati sui suoi ritmi di sviluppo, ad esempio, o sulle cause che sono alla base delle lacune fossili; ma non c’è dubbio sugli aspetti fondamentali (speciazione, gradualismo sostanziale, selezione naturale). Tutta l’evidenza scientifica prodotta finora punta verso un’evoluzione dell’attuale biodiversità avvenuta secondo i meccanismi descritti nella sintesi neodarwiniana. I tentativi di falsificazione della teoria sono possibili e sono stati fatti, e sono anche miseramente falliti. Non sussiste dunque il ragionevole dubbio sulla veridicità dell’evoluzione biologica. L’Intelligent Design e il creazionismo esistono solo nelle vignette satiriche, non sono scienze; e non c’è nessuna “crisi” della teoria dell’evoluzione, oserei dire anzi che non è mai stata così solida.

    La domanda ora è: può un profano, più o meno istruito, esprimere dubbi sulla sostanziale “veridicità” dell’evoluzione biologica?

    Sì, rispondo io, a patto che il suo desiderio sia di risolvere tali dubbi e capire perché gli scienziati non li condividano.

    Può il medesimo profano affermare, invece, in tutta onestà intellettuale, di non ritenere vera l’evoluzione biologica?

    Datemi del fascista oppressore, ma ovviamente la risposta è NO. E per che cosa ho studiato io in cinque anni? Io possiedo un livello di autorità che mi permetterebbe già, in teoria, di sentirmi offeso di fronte a esternazioni di questo tipo. Il profano, per quanto istruito, non ha il diritto intellettuale di abbracciare una posizione che vada contro il mio parere di autorità. È pur vero, però, che un collega con una preparazione paragonabile alla mia o superiore questo diritto invece ce l’ha, ed è indubbio che vi sono anche studiosi di un certo livello (ovviamente non mi riferisco a Zichichi; parlo per esempio di Behe o Eccles) che ne hanno approfittato. Questo potrebbe farci ricadere nella trappola falso-relativista: se non tutti gli scienziati sono d’accordo, allora siamo liberi di pensarla come vogliamo richiamandoci all’autorità di alcuni di essi che la pensano come noi. Quando parliamo di evoluzione, ci si dovrebbe quindi appellare a quello sparuto gruppo di “dissidenti” che, prevalentemente o esclusivamente per motivi religiosi, decide di impegnarsi nella fatica di Sisifo di rifiutare in toto l’evoluzione. Possiamo farlo, in coscienza?

    No. I “dissidenti” hanno talvolta l’autorità per dubitare del consenso scientifico globale, ma non per affrontarlo sullo stesso piano. Non possono, insomma, espandere la propria autorità ai profani, perché sono i perdenti assoluti del dibattito, non hanno nessun aiuto o appiglio da offrire ai profani; semmai loro stessi ne avrebbero bisogno. Da parte del profano (non è importante quale sia il suo livello di istruzione, finché sia ancora “profano”) chi ha perso il dibattito non può evidentemente ottenere alcun aiuto di questo genere. Aggrapparsi all’autorità dei dissidenti è aggrapparsi a qualcuno che ha invece bisogno di appigli a sua volta. l’antievoluzionista della domenica non può certo sperare nell’aiuto di Behe, semmai dovrebbe sforzarsi di diventare egli stesso molto più bravo di Behe per poterlo aiutare.

    Respingere l’evoluzione biologica richiamandosi all’autorità di scienziati dissidenti è, a tutti gli effetti, “pensiero anarchico” e falso relativismo; significa affermare, ad esempio, che Dawkins e Behe non solo abbiano le medesime competenze, ma anche che le loro idee abbiano i medesimi riconoscimenti da parte del pubblico di competenza. Ciò è falso, in un contesto in cui si dia qualche importanza al rigore scientifico; affermare che sia vero e contemporaneamente decantare il proprio rispetto per il mondo scientifico non è legittimo relativismo, ma anarchia del pensiero e tradimento della verità.

    Come preannunciato, voglio fare un altro esempio; parlando di evoluzionismo sorge infatti un conflitto di interessi, facendo io parte esattamente di quella autorità di competenza di cui difendo il grande privilegio: quello di parlare di evoluzionismo in termini anche più o meno critici, laddove i profani debbono invece accontentarsi bene o male del prodotto finito (anche se è legittimo da parte loro fare al proposito tutte le domande e chiedere tutte le precisazioni che desiderano).

    Un discorso analogo che calza parecchio al nostro discorso è quello che concerne il negazionismo dell’Olocausto, che ahimè sta diventando di moda. Potrei sintetizzare l’andazzo recente al proposito con la battuta di Rat-man sul “nuovo libro-denuncia sull’Olocausto dal titolo: ‘Sono realmente esistiti i Tedeschi?’ ”.

    Ecco un altro argomento, l’esistenza storica della Shoah, su cui la tendenza sempre più diffusa è quella di “informarsi” e “farsi la propria opinione”. Legittimo e ammirevole.

    Invece NO!

    Informarsi sì, ma farmi l’opinione non spetta a me, spetta agli storici. E gli storici non hanno dubbi, eccetto i soliti quattro che, più o meno in malafede o più o meno incompetenti, sempre rigorosamente legati al mondo dell’estrema destra antisemita, sfidano la storiografia ufficiale usando la parola “ufficiale” come fosse un insulto (detto fra noi, io pagherei per vedere i miei studi futuri che vengono definiti “scienza ufficiale”).

    Non ho le abilità professionali per discutere il problema dell’Olocausto, anche se ho fatto sull’argomento alcune ricerche dilettantesche. Chiariamo che inevitabilmente sono dilettantesche le ricerche di chiunque, rispetto a quelle degli storici e studiosi che hanno dissezionato l’argomento fino al midollo per tutta la vita come Pressac, Van Pelt, Green e innumerevoli altri di ogni nazionalità, origine e opinione politica.

    Ancora una volta, esiste ed è una la verità cui possiamo attingere senza tradire il rigore scientifico della ricerca. Probabilmente i suoi dettagli più sottili non ci saranno mai noti (mi riferisco per esempio alla disputa senza fine fra funzionalisti e intenzionalisti, o alla precisione dei dati numerici dello sterminio), ma l’evidenza e la fondamentale opinione di autorità puntano in una direzione che è assolutamente precisa.

    È diritto dell’uomo della strada, di qualunque grado e campo di istruzione “sollevare dubbi” sull’esistenza storica della Shoah? Intendiamoci, materialmente sì (sono assolutamente contrario a qualunque tentativo di inibirne la libertà di parola tramite misure legislative o coercitive, laddove vale però ogni altra misura per farlo), ma quanto ad onestà intellettuale è una cosa assolutamente fuori dal mondo. Non c’è “libera opinione”,  non è un diritto intellettuale del profano giudicare e scegliere il più simpatico fra autori negazionisti e storici veri; questo è bensì pensiero anarchico. Le ragioni di ciò sono assolutamente analoghe a quelle che ho citato riguardo all’evoluzionismo. Non si può pretendere che ci venga in soccorso chi non è in grado di soccorrere sé stesso. Naturalmente, nel momento in cui si riesca a mettersi in una qualche misura allo stesso livello dell’autorità di competenza, anzi, anche più alto, potremo unirci al loro carro dando loro una mano. Prima di quel momento, non potremo certo appellarci all’autorità degli “storici” negazionisti.

     

    Notate l’utilizzo piuttosto frequente che ho fatto del termine “profano”. I miei oppositori potrebbero, senza troppe difficoltà, ritenere che questo termine mi si ritorca contro in quanto richiama il suo contrario, “sacro”, intoccabile. Chiariamo allora che “sacro” nel senso di intoccabile per me non esiste. Ma se per sacro intendiamo invece “ciò che deve essere maneggiato con cura”, allora sì, il termine mi piace. Toccare ciò che è sacro per me si può e si deve; si può anche distruggerlo con una vanga, volendo. Ma per farlo bisogna essere preparati e purificati.

    Mi aspetto a questo punto qualche FAQ, del tipo:

    “Ma come, dovremmo stare zitti e prendere per oro colato ciò che ci dice il primo scienziato o studioso che passa?”

    No. Un singolo studioso non ha un’autorità così grande. Ma dobbiamo tutti prendere per oro colato ciò che ci dicono gli scienziati e gli studiosi nel loro insieme.

    “Ma allora possiamo o no noi profani avanzare dubbio su ciò che afferma il consenso scientifico globale?”

    SÌ. Dobbiamo farlo, se ci sono. Possiamo rivolgerci allo scienziato o allo studioso perché risolva tali dubbi, in modo costruttivo.

    Se il dubbio invece viene a qualcuno appartenente all’autorità competente, ciò è un buon segno. È da questo tipo di dubbi che nascono i progressi, a patto che siano esercitati in modo costruttivo ed aperto.

    “Possiamo affermare con forza l’esatto contrario di quanto l’autorità competente afferma?”

    SÌ. DOPO aver acquisito sull’argomento una competenza vastissima e completa, almeno quanto i più grandi studiosi che si occupano della materia. 

     

     

    Voglio infine fare un paio di considerazioni su quei casi in cui, in effetti, ci si può richiamare a situazioni “relativistiche”. Parliamo di opinioni filosofiche, etiche, religiose. È ovvio che questo tipo di verità sono particolarmente sensibili al punto di vista. Un fossile rimane lì anche se non vuoi credere all’evoluzione, e così la registrazione del discorso di Posen. Ma se Dio esista o no dipende, alla fin dei conti, solo dal giudizio personale del singolo individuo; se nel Corano siano inseriti predicamenti e concetti accettabili e morali o abominazioni, questa è cosa che può essere giudicata sulla base della sensibilità e della cultura del singolo; se sia più convincente l’idea che esista un libero arbitrio o che invece siamo tutti macchine fisiche complesse è cosa che, in gran parte (ma non del tutto, visti i recenti progressi delle neuroscienze), è affidata solo al giudizio di ciascuno. La moralità e la giustizia possono essere giudicate e discusse da tutti, senza alcun limite di competenza; e qui devo ammettere che ho molta più stima di chi, a parità di valore effettivo, cerca le risposte etiche e filosofiche di ci necessita con la propria testa, e non  in uno o più libri contenenti opinioni altrui.

     

    Come ultima cosa, e concludo davvero, desidero aggiungere un accenno ad un argomento più complesso: fare propria un’opinione altrui, con o senza rielaborazioni e con o senza contributo personale, può avere un significato più importante di quanto si possa immaginare. L’uomo che, umilmente, decide di cedere il passo all’autorità di competenza, solo in senso stretto sta operando una rinuncia ad utilizzare le proprie facoltà mentali e di ragionamento. In senso più ampio, egli sta invece usando al massimo le proprietà della sua  cosiddetta “mente estesa”, ovvero del suo cervello in attiva connessione con la rete delle conoscenze umane acquisite e degli strumenti fisici e intellettivi da esso usati. Secondo i teorici della mente estesa, come Clark, Chalmers, Dennett, Donald e altri, la mente non è un qualcosa che è confinato nel cranio, ma bensì comprende tutto l’insieme degli strumenti e delle conoscenze che pur se sono immagazzinati fuori dal cervello, sono ad esso accessibili esattamente quanto gli strumenti e le conoscenze che sono fisicamente al suo interno, e talvolta anche di più.

    Al di là dell’utilità pratica di questo approccio teoretico, esaminare il problema in termini di mente estesa è sicuramente utile a farci vedere una cosa importante: “pensare con la propria testa” è un bene, nel senso che è un bene utilizzare anche il proprio cervello all’interno della rete di connessioni esterne che costituisce la mente estesa, e farlo al meglio possibile; ma se pensare con la propria testa consiste invece nel tagliare le connessioni con le altre e pretendere di risolvere tutti i problemi da soli, allora si tratta di un concetto assolutamente negativo, perché questo riduce drammaticamente le capacità della nostra mente.

    La mente estesa è un sistema straordinario, qualcosa che nessun’altra specie animale è mai riuscita a produrre, e quindi è forse ciò che più autenticamente ce ne distingue. Nel mondo della mente estesa, chi ceda il passo all’autorità di competenza sta in realtà usando centinaia, migliaia di cervelli fra i migliori che l’umanità abbia prodotto, e che immagazzinano per lui una quantità sconfinata di conoscenza. Chi è pronto a rinunciare anche solo in parte a queste possibilità?

    Personalmente, non ho dubbi. Preferisco che il mio cervello attinga liberamente a queste forze, anziché confidare solo nelle proprie e in quelle di qualche teorico neonazista.

     

    Ossequi.

    July 27

    Virilità

     

    Che cosa vuol dire essere uomo oggi? Mi sono posto questa domanda in seguito alla conversazione con uno studente di filosofia fresco della lettura di Nietzsche e del barone Evola. Si è trattato di uno scambio molto interessante, che mi ha fatto riflettere e mi ha condotto a pormi questa domanda.

    Guardate l’uomo di una volta, l’uomo di eoni fa, l’uomo greco ad esempio. Guardate Platone e Socrate. Cosa voleva dire per quelli del loro tempo essere uomini? Tanto per cominciare, voleva dire essere intrinsecamente superiori alla donna; non v’era insulto peggiore che quello di effeminatezza. L’uomo era colui che era nobile e degno di ogni onore … ma gli onori andavano con gli oneri. L’uomo aveva doveri da cui la donna era rigorosamente esentata, per via la sua natura “inferiore”; l’uomo aveva il dovere del coraggio, doveva andare in guerra e lottare per la patria; l’uomo aveva il dovere del pensiero, in virtù della sua superiore intelligenza aveva il compito di occuparsi di ragionare e di governare; aveva il dovere della gentilezza, della delicatezza particolare verso l’altro sesso, e di vari altri segni che dovevano indicarne la disparità. L’uomo vero spesso evitava addirittura di toccare la donna (quando si dice, non si toccano neanche con un fiore …), e se era alla ricerca del rapporto profondo, spirituale, dell’incontro di anime, allora si rivolgeva ad un altro uomo; e questo era spesso un uomo altrettanto “virile”, un uomo come lo stesso Socrate, che doveva il suo fascino alla grandezza della propria anima e all’altezza dei propri pensieri. Pur essendo un fatto da nessuno messo in dubbio, la superiorità di un singolo uomo sulla sua donna doveva essere dimostrata ed evidenziata in ogni suo atto; andava costruita e guadagnata. L’uomo si metteva continuamente in gioco e in ogni suo gesto si mostrava superiore alla donna. Di scarsa importanza era considerato in questa competizione il semplice lavoro manuale, mentre fondamentali erano il valore in guerra e la forza dello spirito. Il vero uomo lottava e affermava se stesso mettendosi a rischio per gli altri.

    Virile, insomma, era sinonimo di nobile, valoroso, spirituale; era simbolo dell’armonia fra anima e corpo. Attenzione, il vero uomo era il re della sua donna, ma non il proprietario. Avete letto il Piccolo Principe? Ecco, “ I re non possiedono. Ci regnano sopra. È molto diverso.”

    Sarebbe troppo lungo, faticoso, doloroso, osservare il degrado del concetto di “uomo” nella storia, ma alcuni passi sono evidenti di fronte a tutti: un giorno si iniziò a ritenere che il rapporto con la donna non fosse di tipo re-suddito, ma proprietario-proprietà; è semplice tracciare l’origine di questo punto di vista nell'ebraismo e nel cristianesimo paolino.

    Forse anche per una proprietà bisognerebbe avere rispetto; ma col tempo pure questa idea è venuta meno. Il processo si completò fra il 19esimo e il 20esimo secolo, quando la proprietà divenne un qualcosa che puoi perfino disprezzare; se una cosa è tua, semplicemente, puoi farne ciò che vuoi senza render conto a nessuno. Maltrattare, danneggiare, abbandonare … non c’è problema con tutto questo, se lo fai su qualcosa di tuo. E la donna è qualcosa di tuo. Dal 19esimo secolo ad oggi tutta l’evoluzione della società è stata incentrata sul concetto di proprietà, e per quale motivo la donna dovrebbe sottrarsi a questo destino?

    Appena si raggiunge il punto più basso, ovviamente, non si può che risalire; proprio nel ventesimo secolo è iniziato il processo che avrebbe portato alla piena emancipazione della donna. Come ci si poteva aspettare, la donna, appena ne ha avuto la possibilità, si è dimostrata perfino migliore, più forte, più virile dell’uomo stesso; l’uomo ha perso gli attributi necessari a vincere in una competizione onesta contro di lei, per cui naturalmente la sta perdendo.

    E cosa fa quest’uomo di oggi per rimediare? Invece di capire l’errore, di correggere il tiro per tornare in competizione, pensa che scendere sempre più in basso sia la sua strada strada. Se la donna si porta meglio negli studi, l’uomo non deve studiare di più per superarla; deve impedirle di studiare. Se la donna governa meglio di lui, non deve impegnarsi per capire dove sbaglia, ma impedirle di governare tramite un becero maschilismo, tramite una competizione sleale.

    È una spirale in discesa, ed umiliante è guardare dove va a finire, per chi di noi ancora conserva un concetto di “virilità” dentro di sé. Oggi chi si considera “vero uomo” è colui che non ha fatto nulla per esserlo; è il playboy che cambia donne come calzini nel migliore dei casi, o colui che disprezza qualunque contatto umano nel peggiore. L’uomo più abbietto è considerato l’uomo più maschile. La meschinità è il nuovo valore dell’uomo, e l’uomo vero lo misuri da con chi e quanto fa sesso, da quanti soldi ha, da quanto è grande il suo disprezzo per la cultura, il pensiero, lo spirito, e per ogni altra cosa che renda la vita degna di essere vissuta.

    Ricordate questo post di Zel?à http://afuocolacuria.spaces.live.com/blog/cns!F9B14DBCCD750386!7918.entry  

    Ecco l’esempio perfetto di a cosa rischia di giungere l’uomo di oggi: colui che si considera “vero uomo biblico” è evidentemente uno a cui sono caduti i coglioni nel cesso, e lì sono rimasti. Spaventato dalle donne fino alla paranoia, vuole che gli uomini ricorrano con loro anche alla violenza, che siano scorretti e incivili con loro, disprezza perfino la galanteria. Esiste qualcuno più meschino ed abbietto? Questo è un “uomo biblico”? Da uomo, mi vergogno di essere anche solo dello stesso sesso di uno così; ma per fortuna posso affermare con certezza di avere attributi che a quelli come lui mancano.

    La cosa triste è che non c’è bisogno di andare a cercare in sconosciuti siti evangelici per trovare esempi di “veri uomini” di oggi. Gli ultimi scandali che hanno coinvolto il Presidente del Consiglio non avranno alcun effetto su di lui; il suo è un comportamento da vero uomo. Tratta le donne come oggetti, non ha alcun rispetto per la moglie, il suo valore si giudica sulla base di quanto possiede, delle tombe fenicie che ha sotto casa (sigh); quello che lui È non è rilevante. Ciò che conta è la proprietà, il valore dell’uomo come della donna è il suo prezzo; sia esso 15 € o un ministero della Repubblica.

    Eh già. Il vero uomo di oggi non è valoroso, è furbo. Non affronta gli ostacoli, li aggira. Non conquista le donne, le compra. Non colpisce il nemico al cuore attraverso l’armatura, ma gli mette il veleno nel caffè.

    È il borghese, il massone deviato, l’imprenditore della P2, l’ordinario dell’Opus Dei, l’ “ex-gay” ipocrita, il camorrista … il quaquaraquà, per dirla con Sciascia, quello la cui vita non ha più valore di quella delle anatre che sguazzano nel fango. L’uomo vero e intero rischia addirittura di essere accusato di scarsa virilità … troppo gentile, troppo sensibile, troppo nobile per affermarsi nella civiltà delle scimmie, dove i “valori” sono altri.

    Cosa possiamo fare per cercare di rimediare a tutto questo?

    È necessaria una rivoluzione culturale. Le istanze del femminismo estremo vanno rigettate alla pari di quelle del maschilismo. L’uomo deve tornare uomo, deve tornare nobile, gentile, valoroso, galante. Tanto uomini che donne devono tornare ad affermare la propria diversità con forza, perché uomini e donne sono diversi ed è questo il bello. Bisogna, una volta per tutte, decentralizzare il sesso e riscoprire l’importanza dei legami spirituali. Ah, ed è fondamentale anche mettere da parte qualsiasi forma di “discriminazione negativa”, in qualunque ambito; meglio un uomo vero alle pari opportunità, che una donna-calendario.

    Amici uomini di qualunque sesso, svegliatevi! Ritrovate l’orgoglio perduto e partite alla conquista della società! Altrimenti, molti di voi scopriranno i piaceri e le comodità dell’essere donna, come già sta accadendo, pur avendo ancora un paio di testicoli penzolanti fra le gambe. Nulla di male, in questo; ma io sono fiero di essere uomo, e questo scambio non lo farei mai.

     

    Ossequi

    July 25

    Scrittura & Esperienza

    Scrittura e esperienza

    Luke Timothy Johnson, professore di Nuovo Testamento e Origini Cristiane alla Candler Theology School

    La crisi attuale che investe le varie denominazioni cristiane a proposito dell’omosessualità è davvero un problema che riguarda la sessualità? Io non credo. Se fosse così, non ci sarebbe nessuna ragione particolare per cui gli omosessuali debbano ricevere tanta attenzione; c’è già disordine sessuale a sufficienza fra gli eterosessuali per alimentare la sensazione di oltraggio morale. La Chiesa potrebbe utilizzare le proprie energie per resistere alla sempre più diffusa mercificazione del sesso nella nostra cultura, alla manipolazione dell’attrazione sessuale a fini commerciali. Potrebbe combattere lo sfruttamento di donne e bambini catturati nella vasta rete della pornografia e della prostituzione internazionale. Potrebbe correggere le percezioni che hanno permesso alla pedofilia di essere praticata e protetta nel clero. Potrebbe condannare i molti modi in cui i maschi eterosessuali praticano forme distorte e malate di sessualità.

    Invece, il gruppo relativamente piccolo di unioni omosessuali riceve tutta la condanna morale, mentre la vasta pandemia di disordini sessuali viene ignorata. Secondo me, il motivo per cui l’omosessualità diventa un capro espiatorio non ha a che fare tanto col sesso, quanto con percepite minacce all’autorità della Scrittura o al Magistero Ecclesiale. Per coloro che si oppongono all’ordinazione a preti e vescovi di donne o uomini sposati, deviare dalla pratica uniforme e consolidata della Chiesa (sorvolando sul fatto che di rado essa è stata consolidata o uniforme) significa avviarsi per un sentiero ripido e in discesa che porta a rigettare l’autorità della Chiesa nella sua interezza. E accettare un patto d’amore fra persone dello stesso sesso rappresenta la stessa discesa riguardo alle scritture, dato che la Bibbia non parla mai positivamente e neanche solo con neutralità dell’amore omoerotico (sorvolando sulla relazione fra Gionathan e Davide, vedi 1Samuele 18 e 2Samuele 1). Agli occhi di chi la pensa in questo modo, il mondo sta diventando pericolosamente depravato; un confine deve essere tracciato da qualche parte, e l’omosessualità sembra essere chiaramente il posto adatto.  

    Naturalmente, la Cristianità come è attualmente praticata non è mai vissuta in perfetto accordo con le Scrtture. La guerra è in contrasto con il comandamento di non violenza di Gesù, mentre il divorzio, anche con un altro nome (annullamento), va contro il suo chiaro divieto. E quali cristiani hanno mai osservato l’esortazione del Levitico a lapidare i sensitivi e mettere a morte gli adulteri? Ma chi porti questi argomenti di fronte a coloro che si oppongono alle unioni omosessuali rischia di vederseli ritorti contro. “Vedete quanto già ci siamo allontanati dalla retta via?” Chiederanno molti. “Bisogna porre fine a tutto questo prima o poi!” Per loro, l’autorità della Scrittura risiede in una serie di precetti, e la lealtà è una questione di ubbidienza. Se la Chiesa ha sempre insegnato che le relazioni omosessuali sono sbagliate, e la Bibbia le proibisce, allora la questione è chiusa.

    Non è difficile comprendere queste posizioni; a dire il vero, probabilmente molti di noi le hanno abbracciate fino a quando, a un certo punto, la nostra vita e le vite di coloro che amiamo ci hanno portato a metterle in dubbio. Quindi noi possiamo – e dobbiamo – comprendere il misto di paura e rabbia che alimenta la difesa appassionata di tali posizioni. Per chi le mantiene, c’è qualcosa di sacro a rischio. E qualcosa di sacro È a rischio. L’autorità della Scrittura e della Chiesa non è di poca importanza. Una vera sfida si pone innanzi a coloro che percepiscono Dio al lavoro in tutti gli uomini e in tutte le forme di amore che siano sigillate dalla promessa di durare tutta la vita. La sfida è di prendere la Bibbia con almeno la stessa serietà di coloro che la usano come appoggio per rifiutare forme di amore sessuale che temono o non riescono a comprendere.

    Il compito richiede onestà intellettuale. Ho poca pazienza con gli sforzi per far dire alla Scrittura qualcosa di diverso da ciò che effettivamente dice, richiamandosi a sottigliezze linguistiche o culturali. Il quadro esegetico è univoco: sappiamo cosa dice il testo. Ma cosa dobbiamo fare con ciò che il testo dice? Dobbiamo costruire delle solide fondamenta per opporci al chiaro comandamento delle Scritture, e includere in queste fondamenta basi presenti nella scrittura stessa. Evitare questo compito vuol dire metterci nella posizione in cui altri già ci classificano: quella di liberali che disprezzano la tradizione e gli scritti sacri della Chiesa, persone che non si preoccupano dei simboli comuni che fanno di noi dei Cristiani. Se pensiamo di essere liberali, allora dobbiamo esserlo nel nome del Vangelo e non, come spesso accade, a dispetto del Vangelo.

    Penso sia importante affermare chiaramente che noi, in effetti, rigettiamo gli espliciti precetti della Scrittura, e ci appelliamo invece ad un’altra autorità quando dichiariamo che le unioni omosessuali possono essere buon e sante. E qual è esattamente questa autorità? Ci richiamiamo esplicitamente all’autorità della nostra stessa esperienza, e all’esperienza di migliaia di altri che hanno testimoniato, che ci dice che vivere il proprio orientamento sessuale significa in effetti accettare il modo in cui Dio ci ha creati. Così facendo, noi rigettiamo esplicitamente le premesse delle affermazioni scritturali, che condannano formalmente l’omosessualità, secondo cui si tratta di un vizio scelto liberamente, di un sintomo di corruzione umana, e di una forma di disubbidienza all’ordine creato da Dio.

    Dirò qualche altra parola sull’ “esperienza”, un termine che senza attento discernimento potrebbe diventare semplicemente una scusa per comportamenti irresponsabili. Prima di tutto, comunque, è importante sapere che termini come “orientamento sessuale”, o anche “eterosessuale” e “omosessuale” sono essi stessi distorte semplificazioni della complessa realtà umana. Una ragione per fare attenzione alle personali storie umane, infatti è che esse si rivelano tanto spesso più complesse ed oscure delle categorie che polarizzano i dibattiti e bloccano il discernimento.

    È implicito in un richiamo all’esperienza anche un richiamo al Dio vivente il cui lavoro creativo non si ferma mai, che continua a formare gli umani a sua immagine ogni giorno, in modi che possono sorprendere e anche scioccarci. Cosa ugualmente importante, un simile richiamo va alla più profonda verità rivelata dalle Scritture stesse, che Dio crea il mondo di nuovo in ogni momento, chiama in essere ciò che non è, e fa sorgere i morti a nuove e più grandi forme di vita.

    La nostra situazione vis-à-vis con l’autorità della Scrittura non è diversa da quella degli abolizionisti nel 19esimo secolo in America. Durante gli anni 1850, si infiammarono argomentazioni sulla moralità della schiavitù, e l’esegesi delle Scritture giocò un ruolo chiave in questi dibattiti. Le battaglie esegetiche erano a senso unico: tutto ciò su cui gli abolizionisti potevano puntare erano Galati 3:28 e la lettera a Filemone, mentre gli schiavisti avevano tutto il resto dell’Antico e del Nuovo Testamento, che davano ogni indicazione che la schiavitù fosse un’attività legittima, sicuramente un ordine sociale ordinato da Dio, e sul quale né Mosè, né Gesù né Paolo sollevarono obiezioni importanti. Ma allora come mai ora, agli inizi del 21esimo secolo, l’autorità della Scrittura sulla schiavitù e gli argomenti costruiti su quelle basi appaiono a tutti noi, senza eccezioni come assolutamente fuori luogo e profondamente sbagliati? La risposta è che col tempo l’umana esperienza della schiavitù e dei suoi orrori è arrivata a casa della coscienza popolare – attraverso testimonianze e contatto diretto personale, attraverso lavori di fiction come “La capanna dello zio Tom” e, naturalmente, la grande Guerra Civile nella quale numeri terrificanti di persone diedero le proprie vite perché gli schiavi potessero essere visti non come proprietà ma come persone. Come persone, poterono essere trattati secondo le stesse leggi dell’amore che governavano le relazioni fra tutti i Cristiani, e poterono in seguito realizzare anche pieni diritti civili nella società. E una volta che l’esperienza della loro piena umanità e la malvagità della loro prigionia raggiunse uno stadio di coscienza critica, questa nazione non poté tornare a praticare la schiavitù né continuare a leggere la Bibbia nello stesso modo.

    Molti di noi, che lottiamo per il pieno riconoscimento di gay e lesbiche all’interno delle comunioni Cristiane, si trovano in una posizione simile a quella dei primi abolizionisti- e dei primi avvocati della piena parità dei diritti per le donne nella chiesa e nella società. Siamo pienamente coscienti del peso dell’evidenza scritturale che va contro la nostra posizione, eppure piazziamo la nostra fiducia nel potere del Dio vivente che si rivela altrettanto potentemente nell’esperienza personale e nella testimonianza che nei testi scritti. Per giustificare questo, noi invochiamo il principio base paolino che lo Spirito vivifica ma la lettera uccide (2Corinzi 3:6). E se la lettera delle Scritture non può trovare spazio nell’attività del Dio vivente nella trasformazione delle vite umane, allora fede e ubbidienza devono essere pagati al Dio vivente piuttosto che alla parola della Scrittura.

    Per me questa non è una posizione accademica o teoretica, ma piuttosto un’appassionata convinzione. Una alla quale molti di noi sono arrivati attraverso sforzi personali e, per alcuni, autentica sofferenza. Nel mio caso, io ho avuto fede che Dio fosse al lavoro nella vita di una delle mie quattro figlie, che ha lottato contro il bigottismo per reclamare il diritto alla propria identità sessuale di lesbica. Ho avuto fede che Do fosse al lavoro nella vita che ella condivide con la sua partner, un matrimonio durevole e felice dedicato alla cura l’una dell’altra, e da cui è nata una meravigliosa bambina che è fra i cari nipoti di me e mia moglie. Ho avuto fede anche nelle molte storie di studenti ed amici le cui vite testimoniavano una profonda fede in Dio ma i cui corpi si muovevano in modo differente dal mio. E finalmente sono giunto a comprendere anche come i miei stessi precedenti comportamenti e linguaggi abbiano aiutato a creare un mondo dove famiglie, amici e studenti erano trattati con crudeltà.

    Queste sono scoperte importanti, che nascono dalla combattuta esperienza di vita quotidiana. È straordinariamente importante, comunque, che quelli di noi che basano le proprie convinzioni sull’esperienza non trasformino la categoria dell’esperienza in una forma di Grazia economica, come se qualunque cosa che ci piace fosse moralmente accettabile. Per “esperienza” non intendiamo qualunque idiosincratica o impulsiva espressione dell’umano desiderio. Piuttosto ci riferiamo a quelle profonde storie di prigionia e libertà, desiderio ed amore, condiviso da migliaia di persone attraverso molti secoli e molte culture, che aiuta a definirle umane. La Chiesa non può dire “sì” a quello che il Nuovo Testamento chiama porneia (“immoralità sessuale”); ma la Chiesa deve dire sì alla testimonianza delle vite che ne compongono la santità.

    La sfida, perciò, sta nel discernere cosa costituisce il positivo e il negativo in un comportamento sessuale. Un inizio può essere adattare Galati 3:28 e affermare che “in Cristo non c’è né gay né etero” – e su quella base, iniziare a farsi serie domande riguardo alla santità della Chiesa, applicando gli stessi criteri in entrambi i casi. Se la porneia fra gli eterosessuali include promiscuità, violenza e sfruttamento, allora la Chiesa deve condannare simili forme di attività omosessuale. Se la Chiesa condanna la vita gay “da sauna”, allora deve condannare anche lo stile di vita da playboy degli eterosessuali. Similmente, se la santità fra gli eterosessuali include la fedeltà, la castità, la modestia e la fruttuosità, noi dobbiamo domandarci se e come questi stessi elementi siano presenti nell’amore omosessuale.

    Questa distinzione è difficile, ma necessaria. Io credo ci sia la più profonda armonia fra questo approccio alla rivelazione di Dio e la testimonianza del Nuovo Testamento. Infatti, la composizione del nuovo Testamento deve la sua esistenza allo sforzo di risolvere la dissonanza cognitiva fra una serie di testi sacri che sembravano escludere un messia crocifisso come quello scelto da Dio (“sia maledetto chiunque penda da un albero”, Deuteronomio 21:23) e la potente esperienza della nuova e gloriosa vita di Gesù come Signore attraverso lo Spirito Santo – un’esperienza che diede forza ai primi credenti.

    In questo sforzo interpretativo, coraggiosi testimoni come Paolo rifiutarono di forzare l’esperienza di Dio in Cristo nella forma della loro precedente comprensione della Scrittura. Invece, essi seguirono la testimonianza dell’esperienza di Dio fra di loro, e nella luce di quella esperienza cominciarono a rileggere e reinterpretare tutte le loro Scritture come una profezia che aveva rivelato Cristo in modi che non avevano percepito precedentemente. In breve, non potremmo avere il Nuovo Testamento come Scrittura se i primi credenti non avessero deciso di ubbidire al Dio vivente che si manifestava nei loro stessi corpi più che a quelli precedenti descritti dai testi – testi anch’essi, comunque, considerati sacri e ispirati da Dio.

    Nel mio libro, “Scrittura e Discernimento: Prendere decisioni nella Chiesa”, ho discusso come il Nuovo Testamento fornisca un’altra importante testimonianza dello stesso processo di fedele ubbidienza ai comandi di Dio nella storie umane. Mi riferisco al racconto di Atti degli Apostoli (capitoli 10-15) che riguarda la decisione della Chiesa di includere i Gentili senza richiedere loro di essere circoncisi o osservare la legge mosaica. Il racconto di Luca mostra come Dio si mosse davanti agli uomini nell’accettare i Gentili come virtuosi, e come fu difficile per i capi della Chiesa capire a cosa Dio stesse lavorando. Questo mostra, comunque, che Pietro, Paolo e Giacomo erano aperti alla fiducia che Dio voleva che loro imparassero. Loro furono attenti ai racconti e alle testimonianza che parlavano del lavoro di Dio presso i Gentili in un modo che neanche gli ebrei credenti in un messia crocifisso poterono apprezzare. Gli apostoli dovevano vedere come lo stesso Spirito Santo che era sceso su di essi era sceso anche su quelli molto diversi da loro, persone che loro ritenevano impure per natura e malvagie nelle loro azioni. Quando videro quelle vite trasformate, loro videro e accettarono ciò che Dio stava facendo.

    Accettare I Gentili come esseri amati da Dio fu comunque, di sicuro, drammatico e difficile. Ancora più difficile fu trovare un modo in cui Gentili ed Ebrei potessero vivere insieme, dividendo la tavola in un mondo che prendeva il simbolismo corporale del mangiare insieme molto seriamente, almeno quanto quello del sesso. Ci fu bisogno di compromessi da entrambe le parti perché la Chiesa restasse unita a dispetto di tali, importanti differenze (Atti 15:20-21). Gli Atti ci forniscono un esempio della Chiesa che riconosce l’attività di Dio nelle vite umane, obbedisce nella fede alla rivelazione di Dio in queste storie, e reinterpreta le Scritture alla luce dell’esperienza di Dio.  

    Suggerisco, perciò, che il Nuovo Testamento fornisca un supporto impressionante per la nostra fiducia nell’esperienza di Dio nelle vite umane – non nei suoi comandamenti, ma attraverso la sua storia e il processo attraverso il quale è venuta alla luce. In che modo noi intendiamo prendere sul serio l’autorità delle Scritture? Ciò che io trovo più importante di tutto non è l’autorità che si trova nei singoli comandamenti, che sono fallibili, conflittuali, e spesso condizionati culturalmente; ma piuttosto il modo in cui la Scrittura crea la mente di Cristo nei suoi lettori, autorizzandoli a reinterpretare testi scritti alla luce dell’attività di Dio nelle loro vite. Quando sono lette nella prospettiva di una Scrittura che parla ovunque di un Dio che rivela sé stesso attraverso l’esperienza umana, le nostre storie diventano il tramite dell’autentica rivelazione di Dio  

    Oltre che sulla Scrittura, l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità è basato su ciò che chiamiamo “legge naturale”. Non ho alcuna intenzione di accantonare questa tradizione. In verità, nella sua dimensione positiva, la tradizione della legge naturale è compatibile col mio argomento che il pensiero morale dovrebbe aver inizio con ciò che Dio ci rivela nella creazione. Ma aggiungo tre punti di ammonimento: (1) richiami a ciò che è “naturale” sono spesso nei fatti dei richiami a ciò che è culturalmente costruito (viene in mente l’argomento di Paolo in 1 Corinzi 11 sul velo per le donne), è deve essere sempre sfidato sulle basi dell’attuale esperienza umana; (2) determinare cosa è “naturale” o “nell’ordine della creazione” viene spesso – come nella teologia Vaticana moderna – completamente dissociato dall’analisi dell’esperienza umana, e rappresenta invece una forma di pensiero essenzialista sulla base delle Scritture; (3) richiami all’ordine della creazione devono essere purificati – come Paolo stesso riconosce in 1 Corinzi 11 – attraverso la presa d’atto che la “nuova creazione” che ha avuto origine dalla resurrezione di Gesù ha implicazioni reali per la nostra comprensione del corpo e della sessualità (vedi 1 Corinzi 6-7)

    C’è ancora un’altra storia del Nuovo Testamento che ha per noi grande importanza oggi, proveniente dalla parte del Vangelo di Giovanni che oggi viene chiamata “Il Libro dei Segni”. Giovanni 9 racconta la storia di come Gesù abbia guarito un uomo nato cieco, e la controversia con i genitori e i capi Ebrei che seguì la guarigione. Significativamente, la storia comincia con Gesù che rifiuta l’idea che la cecità dell’uomo sia frutto di un peccato suo o dei suoi genitori. Il suo corpo era semplicemente un’opportunità, per Gesù, di mostrare il “segno esterno” della presenza e della potenza di Dio nel mondo – ciò che Giovanni chiama la sua “gloria”attraverso la trasformazione della sua vita tramite Gesù. Gesù è la luce del mondo, e il suo tocco porta la luce nel corpo dell’uomo, così che egli non è più semplicemente l’oggetto degli sguardi degli altri, ma uno che vede egli stesso, percepisce, e si afferma nella propria vita e in quella degli altri. Il corpo di questo particolare uomo diventa il posto in l’azione di Dio nel mondo è rivelata (9:1-7)

    Anche se né I suoi conoscenti né la sua famiglia capiscono come egli ha ricevuto la vista, loro gli credono quando egli gli dice che Gesù è colui che gli ha dato questo grande dono (9:8-12). Ma quelli che Giovanni chiama “gli Ebrei” e “i Farisei”non accettano la sua storia, lo informano che Gesù “Non è di Dio, non osserva il Sabato” (9:16). Quando l’uomo insiste che Gesù è colui che l’ha guarito, loro rifiutano il suo racconto e lo ammoniscono: “Dai gloria a Dio, noi sappiamo che quell’uomo è un peccatore.” Ma l’uomo è incrollabile. “Se sia un peccatore, non lo so; ciò che so è che ero cieco e ora ci vedo.” E: “ Mai, dall’inizio del mondo è stato visto che qualcuno apra gli occhi a un cieco nato. Se quest’uomo non fosse di Dio, non avrebbe potuto niente.” L’esperienza e la testimonianza dell’uomo sono contro l’insistenza delle autorità che Dio può agire solo nell’ambito della giustizia così come è definita dalla religiosità tradizionale. Il peccato dei Farisei oggi viene chiamato “scotosis,” un deliberato e volontario oscuramento della mente che deriva dal rifiuto di riconoscere la presenza e il potere di Dio al lavoro nelle storie umane. Se rifiutare le scritture è una forma di peccato, suggerisce Giovanni, una cieca aderenza alle Scritture quando Dio sta cercando di mostrarci la verità nei corpi umani e anch’essa una forma di peccato, e molto più dolorosa. Sia il nostro senso di integrità come Cristiani, che la nostra speranza di entrare in una conversazione positiva con coloro che non sono in accordo con noi, ci obbligano a incontrare le Scritture con la massima devozione, amore e intelligenza. Se è rischioso affidarci all’evidenza di Dio al lavoro nelle vite trasformate anche quando ciò sfida le chiare affermazioni delle scritture, è un rischio molto più grande permettere alle parole della Scrittura di renderci ciechi alla presenza e al potere del Dio vivente.

     

     

    Note del Traduttore (Io): Splendido articolo … ma bella faticaccia tradurlo tutto. Ho cercato di essere fedele all’originale, ma mi sono preso qualche licenza specie per quanto riguarda la punteggiatura e alcuni termini ostici. Metterò l’originale nella cartella pubblica quanto prima.

    Vorrei criticare solo un punto: quando Johnson si rivela insofferente di fronte alle “sottigliezze linguistiche o culturali”. Giammai le questioni linguistiche i culturali sono “sottigliezze”; se “arsenokoitai” non vuol dire “omosessuali” non dobbiamo ignorarlo; se Paolo scriveva le proprie lettere in un contesto in cui l’omosessualità veniva praticata in contesti idolatri e con significato religioso, non possiamo ignorare il peso che questo avrà avuto su ciò che egli scriveva. Un lavoro di questo tipo non può non essere accompagnato da una lettura intelligente dei testi alla luce dell’esperienza, su questo nessuno avanza dubbi; ma contesto culturale e letterario restano fondamentali nell’analisi.

    A parte questo, mi trovo d’accordo con Johnson su quasi tutto, il che è bizzarro visto che io sono un agnostico radicale e lui un cattolico conservatore. Buon segno. Potrebbe voler dire che forse sarò ancora vivo quando il prossimo papa o quello dopo mormorerà le proprie tardive scuse agli omosessuali … e probabilmente perdonerò, sono troppo buono XD

     

    Ossequi

    July 14

    Evangelismo VS Cattolicesimo

     


    È un po’ che non aggiorno il blog e tendo ad essere un po’ assente dal web, non per carenza di idee ma piuttosto di tempo. Quindi quello che segue non è materiale nuovo, ma un commento che ho pubblicato tempo fa su un blog del mio network . Dato che bene o male è piaciuto a tutti (a parte ai diretti interessati XD) lo ripropongo anche qui, con qualche aggiunta in appendice per non fare proprio la figura del pigro.

     

    Un paio di note prima della lettura:

    1)      Tutte le osservazioni che faccio riguardo l’evangelismo derivano dalla mia personale esperienza di dialogo con gli evangelici, dalla lettura di alcune pagine dei loro siti, nonché da una conoscenza molto scolastica dei principi base della loro religione. Queste sono le mie fonti, quindi si può ritenerle valide o meno e nel secondo caso smentirmi. In ogni caso, quello che dico non è necessariamente applicabile a tutti gli evangelici. Io non generalizzo, sono gli stupidi che generalizzano.

    2)      Le osservazioni sui cattolici hanno più o meno le stesse origini; lettura di blog e siti cattolici, dialoghi e dibattiti privati, conoscenza media dei principi del cattolicesimo, in alcuni casi lettura di documenti ufficiali della Chiesa o scritti teologici.

    3)      Quando parlo di “cattolici” mi riferisco al cattolico medio, per così dire. Diversi parametri andrebbero applicati per parlare dei tradizionalisti o anche solo delle fazioni più integraliste del cattolicesimo ufficiale (ad es. i settari medjugorjani).

    4)      Le conclusioni che traggo sono personali quanto le osservazioni da cui si originano. Questo non è un articolo scientifico, è solo un commento su un blog.  Ciò che mi interessava quando l’ho scritto era fare una analisi di determinati comportamenti ed affermazioni, nonché eventualmente dei pensieri che li scatenano. I fantasmini e le voci nella testa non mi sono noti né mi riguardano, li lascio agli psichiatri.

     

    Le mie conclusioni sull’evangelismo, in particolare, non sono piaciute molto agli evangelici. Non posso farci nulla, ora come ora; si tratta dell’idea che mi sono fatto e non spetta a me convincermi a cambiarla.

    Potrei sbagliare? Istintivamente direi di sì, ma mi sono accorto che alla fin fine la strategia del “così è se mi pare” è più comoda, quindi NO, ho perfettamente ragione su ogni singola parola. Diciamo che sono ispirato direttamente da Dio, quindi non perdete tempo a discutere con me perché sarebbe come discutere con Dio.

     

    Eccoci qui:

      […] Personalmente credo che l’evangelicalismo, sociologicamente parlando, si differenzi dal cattolicesimo soprattutto in virtù dei differenti rapporti che esso ha con l’autorità e con la storia.

    Se parliamo del cattolico come persona, e della Chiesa Cattolica come comunità di professanti una medesima fede, balza subito agli occhi l’importanza degli aspetti gerarchici da una parte, e comunitari dall’altra. Il cattolico è abituato a riconoscere un’autorità terrena; il che non vuol necessariamente dire obbedirle ciecamente, ma quanto meno accettare l’idea che se stesso, le proprie opinioni e le proprie esperienze siano tutti elementi di valore estremamente limitato. Io, cattolico, da solo non valgo nulla, non mi salvo; mi salvo con l’aiuto dei fratelli e con quello dell’autorità, dei “competenti” che son sopra di me e che ne sanno di più (teologi) o hanno un rapporto privilegiato con Dio (vescovi, santi). Continuando a restare in una prospettiva esclusivamente sociologica (non mi interessa la teologia), questo vuol dire che il cattolico medio è abituato a due cose:

    1)      Confrontarsi col fratello, ed essere pronto a crescere con lui nel rapporto con Dio. Il cattolico non si sente mai “arrivato”.

    2)      Rispettare un’autorità terrena.

    Il rispetto per l’autorità è un aspetto della fede cattolica che comporta dei pericoli, poiché una cattiva autorità (mi viene in mente qualche nome, ma sorvoliamo) può facilmente trascinare anche un cattolico ben intenzionato su vie poco “evangeliche”. Ma se guardiamo agli aspetti positivi, nel suo rispetto per l’autorità il cattolico è (o dovrebbe essere) portato ad essere estremamente umile. Il cattolico è abituato a rispettare il papa e a dire davanti a lui “guidami”, e allo stesso modo tende a comportarsi con autorità di altro tipo, come quelle scientifiche o politiche. Quindi cercherà, necessariamente, il miglior compromesso che gli consenta di rispettare tutte le autorità superiori alla sua, e tutte le competenze che riconosce superiori alle proprie.

    L’evangelico questo non lo farà mai, perché non riconosce autorità superiori, di alcun tipo. La sua guida sono solo le scritture; ma esser guidati dalle scritture significa, alla fin fine, essere perfettamente liberi di pensarla come più si desidera. Così l’evangelico crede esattamente a quello che gli pare per quanto riguarda la scienza, la storia, e tutto il resto. Nessuno scienziato (l’autorità di competenza) lo convincerà che l’uomo e la scimmia hanno un antenato comune, se lui ha deciso che NON è così; non si lascerà mai spiegare l’omosessualità da uno psicologo, o la storia da uno storico; prove, conoscenze, fatti, non contano nulla. Ne vien fuori una sorta di anarchia del pensiero in cui “Io la penso così e non mi farai cambiare idea”.

    Questo atteggiamento, alla fin fine, si traduce nel non riconoscere altra autorità che sé stesso, altra adorazione che quella di sé stesso. E di Dio, vero; ma il Dio evangelico è fuori dal mondo e dalla comunità, ogni evangelico ha il proprio; questo lo si vede facilmente se si fa caso all’attenzione esasperata che essi danno alla dimensione personale della fede. Questo perché, nell’adorare il proprio Dio, l’evangelico adora sé stesso.

    Questo ha alcuni effetti positivi: l’evangelico non ha, ad esempio, l’obbrobriosa e mai abbandonata vocazione cattolica all’ingerenza politica. L’evangelico non vota “da evangelico”, vota da “sé stesso”; e in fondo l’evangelico E’ sé stesso, è al centro assoluto del proprio mondo, quindi questo comportamento è normale. Il cattolico invece, quando vota, spesso vota da cattolico O da se stesso. Spesso deve scegliere, in un certo qual modo, quale delle due identità seguire, perché non di rado sono due cose diverse che convivono e  discordano; sperimenta una scissione che l’evangelico non prova, perché in lui quelle due stesse realtà coincidono.

    In questa prospettiva assolutistica, quella evangelica,  in cui ognuno ha il proprio Dio personale, nulla fuori da sé ha importanza. La politica non conta, la storia non conta. Il cattolico invece le ritiene realtà importanti in cui si sente (a ragione) immerso, per cui (ahimè) ritiene di dover scendere in campo armato di tutto punto per combattere la battaglie politiche “cattoliche”.

    Quanto alla storia, non è, in fondo, l’aspirazione di ogni filosofia o religione, quella di superare gli accidenti della storia, di valere al di sopra e al di là di essa? Il cattolicesimo la realizza DIVENTANDO la storia: attraverso la storia della Chiesa si realizza pienamente la volontà di Dio; non vi è contrapposizione fra la storia e la meta-storia. Così facendo, si riconosce una priorità dello spirito sulla lettera, un’evoluzione della fede in cui essa si comprende sempre meglio proprio grazie all’evoluzione delle umane vicende. Intendiamoci, la Chiesa Cattolica, come istituzione (e anche come gran parte della sua comunità di fedeli), resta una forza della reazione; la sua volontà è di essere monolitica, eterna, costante. Ma nel suo essere una realtà storica, inevitabilmente non può essere nulla di ciò a cui aspira, e quindi si trova suo malgrado a mutare ed evolvere.

    Questa sua caratteristica, che per l’ateo o l’agnostico è l’aspetto più brillante e, per quanto possibile, “positivo” del cattolicesimo, l’evangelico la usa come un insulto ed un’accusa. La dottrina che CAMBIA con la storia?! Si evolve?! Ma siamo matti!? La dottrina è quella, punto e basta! “Tutto è compiuto”!

    L’illusione evangelica quindi è di essere completamente fuori dalla storia. E si realizza pienamente, in verità, in quell’egocentrismo sfrenato che caratterizza la fede evangelica: Dio pensa sempre a me; nulla è più importante di me (al più uguale); Dio E’ per me, è fatto apposta per me (“unico è personale salvatore”); non esisteva nulla di simile al mio Dio prima che esistessi io, non esisterà dopo che sarò morto. L’intera storia di santi, madonnine, martiri e papi, non mi interessa. Sono morti. L’evangelico lo ricorda sempre questo, i santi sono tutti morti, anche Maria è morta e sepolta. Gli unici vivi siamo io e il mio Gesù, che diventa papà, marito, amante e tutto quello che si vuole.

    Tirando le somme, l’evangelicalismo ha alcuni (pochi) aspetti positivi: tiene separate fede e politica (importante, ma questo viene facilmente invalidato dal fatto che l’evangelico spesso concorda col cattolico sugli aspetti peggiori e più reazionari della sua religione), e non ha tutta quell’adorazione tutta cattolica per il passato che spesso e volentieri diviene autentica necrofilia (e non solo in senso metaforico).

    Inoltre, lascia una libertà di pensiero che sicuramente il cattolicesimo non offre (almeno formalmente); ma questo cessa di essere un lato positivo nel momento in cui si sfocia nell’ “anarchia del pensiero” di cui dicevo prima, che non fa bene a nessuno.

     

     Critiche alle mie osservazioni:

     Nessuna pervenuta.

     Come ho già detto, gli evangelici che hanno letto questa mia analisi sembrano essersi sentiti in qualche modo offesi o diffamati. Mi sarei dunque aspettato un tentativo di rispondermi e di farmi cambiare idea, ma non c’è stato. Le risposte che ho avuto sono state invece di due tipi:

     Mi è stato detto che ho detto inesattezze dovute alla mia scarsa conoscenza dell’argomento. Tuttavia non so ancora quali siano queste inesattezze, perché non sono state evidenziate.

     L’altro tipo di risposta è stata sostanzialmente una conferma alla mia tesi.

     

    Mi si è obiettato che non posso giudicare la fede di qualcuno perché io non ce l’ho (sospiro nel pensare che già Nietzsche di fronte ad affermazioni di questo tipo aveva risposto “Una passeggiata in un manicomio mostra che la fede non prova nulla”). Si tratta in ogni caso di un’obiezione abbastanza demenziale, visto che io ho semplicemente “giudicato” il fedele sulla base di ciò che mi racconta ogni giorno di sé, non ho giudicato la “fede” che non mi interessa, anche perché nella sostanza essa è uguale in tutte le confessioni religiose e quella evangelica non ha nulla di particolare da questo punto di vista.

    Inoltre, la presunzione di potersi elevare al di sopra di ogni giudizio in virtù del fatto “personale” della fede, che conta più di tutte le esperienze e i dati esterni e oggettivi, è indice di un egocentrismo estremo. Se l’oggettività non è assolutamente di alcun valore, questo è perché il centro del mondo è situato nella mente stessa del credente. Se tutto il mondo è contrario, evidentemente è il mondo a dover essere raddrizzato. 

    C’è tuttavia un aspetto su cui nel tempo ho cambiato idea: prima mi ero quasi lasciato convincere dell’idea che fondamentalmente gli evangelici fossero davvero desensibilizzati alla realtà, ovvero che fossero talmente immersi nel proprio mondo immaginario da aver perso qualunque interesse per le cose “del mondo”, le cose reali e tangibili; una cosa di cui spesso si vantano come se fosse un pregio, mentre al più ti fa sembrare un alienato. Ora credo, invece, che quel mondo immaginario sia nato e si sia costituito come una rivincita sul mondo reale; un mondo nel quale puoi avere tutto ciò che la realtà non ti ha dato, dove puoi essere più sensibile, più intelligente, più colto e più buono di tutti quanti. Puoi essere perfetto, con tutti i vantaggi che ne derivano, ma senza dover fare alcuno sforzo per esserlo. Ti basta leggere e rileggere lo stesso libro infinite volte fino alla nausea e impararlo a memoria; sei dispensato perfino dal riflettere sul contenuto. A prova di idiota, insomma.

    Una conferma di questo sarebbe il fatto che, toccando i tasti giusti, si scopre spesso un’estrema sensibilità nei confronti delle tanto disprezzate “cose del mondo”, sensibilità spesso di gran lunga superiore a quella dei vari atei, agnostici e anche cattolici.  

     

    Un’ultima critica che mi si può rivolgere è forse l’eccessiva gentilezza nei confronti dei cattolici. Critica forse corretta, ma quando ho scritto questo commento ero in fase di “anticattolicesimo moderato”, se lo avessi scritto dopo una visita a certi blog cattolici avrebbe avuto tenore sicuramente diverso. Ad ogni modo questo è uno scritto di pura analisi, non un attacco, quindi non si può invocare la par condicio.

     

    Concludo come Leonardo Sciascia ne “Il giorno della civetta”: se quello che ho scritto rispecchia in qualche modo la realtà, la colpa è della realtà.

     

     Ossequi

     

     

     

    June 05

    La mia deconversione


     Altri hanno già narrato la propria quindi, dato che ormai sono circa quattro mesi che non scrivo di religione, credo ci possa stare che io racconti brevemente la mia, oltre ai passi che mi hanno portato all’atteggiamento attuale nei confronti delle credenze religiose. Il mio consiglio e di non psicanalizzarmi nei commenti, dato che c’è già chi lo fa per me e anch’io ci metto sempre un certo impegno … tuttavia non mi arrabbierò troppo se qualcuno vorrà fare questo gioco, visto che la strada che mi ha portato all’agnosticismo è naturalmente frutto della mia personale esperienza di vita, oltre che dei miei geni.

    Dunque, sono cresciuto in una famiglia cattolica, e cattolico mi sono considerato anch’io fino a circa 15 anni. Il modo in cui i miei mi fecero vivere il cattolicesimo, però, non fu molto profondo. Sostanzialmente, mi trattarono sempre come se la religione non ci fosse bisogno di capirla, di interiorizzarla; era più che altro una serie di comportamenti che andavano fatti e basta, se no eri un cattivo ragazzo.

    Non ho mai avuto un interesse particolare verso Dio, semplicemente me l’avevano propinato così, preconfezionato, mi avevano detto che era una cosa buona e punto. Ed ero davvero convinto che fosse una cosa buona, anzi che il cristianesimo FOSSE il bene esso stesso, coincidesse con il bene. Alle elementari leggevo avidamente i libri di storia “tifando” sempre per i cristiani e/o per i cattolici contro tutti gli avversari che incontravano, e quando capitava mi domandavo come fosse possibile che qualcuno parlasse male di preti, papi o uomini di chiesa in generale, salvo casi sporadici. Ovviamente ero cosciente degli errori storici della Chiesa, ma molto pragmaticamente mi dicevo che dopotutto quello era il passato e non era importante. La Chiesa, in fondo, era per me una specie di ente che faceva beneficienza e basta.

    Ma che cosa fosse effettivamente il cristianesimo l’ho ignorato davvero a lungo. Pur se al catechismo mi venivano fornite tutte le nozioni base della religione cristiana, c’era sempre una area oscura, dove qualcosa non quadrava ma evidentemente non era qualcosa di importante. Che voleva dire “mangiare il corpo di Cristo”? E’ un’ostia! E il peccato originale? Che roba è? E il mito di Adamo ed Eva, va bene, è una metafora, ma di che cosa? E ancora, mi dicono che Cristo è morto per noi, ma a che serviva non l’avevo mai capito ...

    A dire il vero non mi interessava tutto questo. Il cristianesimo era il giusto, la Chiesa un’associazione benefica. Tutte queste cose che non capivo non erano importanti. Ma  i nodi vengono tutti al pettine.

    E infatti, che senso aveva andare a messa così? La cosa non mi interessava, di tutti quei riti non capivo neanche il vero significato, mi sembrava tutto noioso e ridicolo, e difatti non volevo andarci … ma generosamente i miei genitori mi ci costrinsero più di una volta. A lunghi periodi di rassegnazione in cui mi lasciavano in pace, alternavano di solito una qualche scenata domenicale in cui venivo praticamente trascinato fino alla Chiesa.

    Il tutto era assolutamente stressante. La religione era una serie di cose che andavano fatte, e andare a messa a timbrare il cartellino era una di queste. Le altre? Be’, il prete nell’omelia elencava sempre altre cose da fare, come devi vivere e tutte queste cose qui. Gli ideali che trasmetteva erano lontani dalla mia vita, cose che assolutamente non sentivo. I Vangeli, poi (leggevo solo i Vangeli, Antico Testamento e pistole paoline mi erano allora ignoti) proponevano ideali ancora più alti di povertà, castità, privazioni eccetera. Alcune cose le potevo condividere, ma l’insieme era decisamente lontano dal mio stile di vita. Infine, non capivo neanche i modelli di vita che ci venivano proposti; sviluppai un interesse particolare per Francesco da Assisi, senza riuscire in alcun modo a comprendere cosa potesse esserci di interessante in una vita di privazioni come quella che aveva scelto. Uno dei tanti modelli che non avrei mai avuto la forza di raggiungere, pensavo, ma che soprattutto non mi interessava affatto raggiungere, ho capito in seguito.

    Il primo passo verso l’abbandono del cristianesimo lo traccio ad una conversazione avuta con mia madre … avrò avuto tredici o quattordici anni, forse anche meno, non ricordo. Si parlava dei testimoni di Geova, e concordavamo sull’assurdità dei precetti della loro religione. Mi era perfettamente evidente l’immoralità di vietare una trasfusione di sangue a un bambino che sta morendo, e criticai il modo in cui i testimoni di Geova vivevano precetti come questo:

    “Io credo che la religione non dovrebbe influenzare tanto la vita di una persona!” Dissi, esprimendo in realtà quello che avevo sempre pensato. Il cattolicesimo non mi aveva mai influenzato più di tanto, personalmente.

    “Ma come? La religione è alla base della vita!” Mi rispose mia madre.

    Non dovetti riflettere molto per capire che aveva ragione. Un fede ti chiede tutta la vita, non una minima parte a tua scelta. Fui un po’ spaventato da questa scoperta … i testimoni di Geova rifiutano le trasfusioni perché glielo chiede la loro fede. E se la loro fede avesse chiesto loro di fare del male? Se gli avesse chiesto di uccidere? Mi tornò in mente il mito di Abramo, pensai che quell’uomo avrebbe davvero ucciso suo figlio perché “gliel’aveva detto Dio”. Pensai che di morti per comando divino ce n’erano già stati molti nella storia. Vidi in tutto questo un pericolo per ciò che giusto, una sostanziale amoralità. Dostoevskij diceva: “se Dio non esiste, tutto è possibile”; intendendo che senza Dio non c’è più il fondamento della morale. Io avevo appena realizzato che se Dio ESISTE, allora viene perso il fondamento della morale.

    Ma il problema, credevo io, non riguardava i cattolici né la maggior parte dei cristiani. Pensavo che la regola fondamentale del cattolicesimo fosse solo una specie di generico “fa’ ciò che è giusto, non fare il male”, affidato alla morale personale; tutte le altre piccole prescrizioni erano extra, ma non erano indispensabili per la salvezza. L’idea che un uomo buono non si potesse salvare perché buddhista o musulmano non mi passava proprio per la testa; l’importante era fare il bene. Paradossalmente, credo che se avessi conosciuto bene il cristianesimo prima lo avrei lasciato prima. Ma la storia non si fa coi se.

    Ad ogni modo, alle superiori ero ancora cattolico, ma solo nominalmente. Mi sentivo e dichiaravo ancora profondamente cattolico, pur se non ero cresimato, non andavo mai a messa e mi disinteressavo completamente di religione. Ma ero sempre cattolico, e anche, col senno di poi, fastidiosamente clericale. Avevo intrapreso una specie di crociata personale verso i “buoni”, ovvero gli ipocriti che credono di essere migliori degli altri solo perché credono in determinate cose o fanno determinate affermazioni, mentre poi nella vita non valgono niente. A scuola, i buoni erano i cosiddetti “comunisti”, o “comunistoidi”, come preferisco chiamarli io. Nel mio anticomunismo (che è vivo ancora oggi) una componente importante era un certo clericalismo. D’altro canto, erano anche i tempi di Wojtyla, che sembrava tanto buono e caro in TV, come fai a dire qualcosa contro quel simpatico vecchietto?

    E quindi via con le filippiche antiabortiste radicali, con la difesa del “diritto del papa di parlare”, con l’attacco ai divorziati che evidentemente erano degli irresponsabili e basta, perfino con gli attacchi all’adozione per le coppie omosessuali (a quei tempi non mi consideravo ancora omosessuale) che porterebbe i bambini ad avere dei problemi in futuro o ad essere a loro volta omosessuali (qui mi vergogno seriamente di me … ma proviamo a passarci sopra) .

    Questo durò all’incirca fino a metà del secondo liceo. Il professore di filosofia, rigidamente comunista, aveva un’idea piuttosto elastica del programma, così ritenne senza troppi problemi di saltare a piè pari Agostino d’Ippona. A quei tempi, la filosofia era la mia materia preferita alla pari con la biologia, quindi feci il proposito (presto disatteso) di colmare da solo i buchi lasciati nel programma, cominciando con Agostino.

    La lettura del capitolo su Agostino mi lasciò a bocca aperta.

    Agostino credeva davvero al mito di Adamo ed Eva, e non solo. Il peccato originale, esattamente com’era inteso da una lettura letterale della Bibbia, era necessario a giustificare l’esistenza del male naturale. La morte stessa era un derivato del peccato originale, così come le malattie e tutti gli altri “mali” che sono parte integrante della vita umana. Eccola, l’unica spiegazione coerente dell’esistenza del male era il fantomatico “peccato originale”; tutto deriva dal peccato, tutto è colpa dell’uomo.

    L’unico problema era che quel peccato non era mai esistito; senza parlare dell’orrido principio secondo il quale il peccato originale può essere ereditato (!) e si ha per nascita, che al momento sembra essere dottrina ufficiale della Chiesa Cattolica.

    Caspita, non sembrava un peccato, somigliava di più all’HIV!

    Tutto assumeva una luce nuova, adesso; anche la storia ridicola dell’immacolata concezione e del parto verginale. Ma è questo il fondamento del cattolicesimo? L’idea che un neonato è già colpevole per qualcosa che hanno fatto i suoi antenati? Se c’è un terremoto e muore della gente è colpa di Adamo ed Eva? Questa roba è la spiegazione migliore che abbiamo trovato per il male?

    Idea bizzarra della “giustizia”, direi …

    Certo, ancora c’erano molte cose che non mi erano chiare. Alcune in seguito lo sono diventate, altre tutt’ora mi sono incomprensibili.

    Fatto sta che quando richiusi il libro di filosofia non ero più cristiano.

    Feci delle piccole ricerche, e vidi tutto quello che era sempre stato sotto i miei occhi. Presto capii anche che la Chiesa non ti diceva affatto “sii buono e basta”; ti diceva “sii buono come te lo dico io”. E questo non mi andava bene affatto; non l’avrei accettato oltre.

    Da allora, per un po’, i nuovi “finti buoni” contro cui scagliarmi divennero i cristiani. Buffo, perché a loro volta molti cattolici sono in crociata contro quelli che loro ritengono essere “i finti buoni”, che ormai ricadono tutti sotto l’unica denominazione universale di “politicamente corretto”, e questo mi ricorda i bei tempi in cui facevo la stessa cosa. Fu così per un paio d’anni, e fin qui le strade della mia (non) vita sentimentale e di quella intellettuale rimasero separate. Ai tempi dell’università risale il mio Coming Out, e da allora un ulteriore elemento di asprezza anticristiana entrò nella mia vita. Se prima la lotta anticristiana era per me quasi un passatempo intellettuale, ora si trasformava, mio malgrado, in un dovere. Serviva a difendermi e a difendere. Di questo periodo è l’apertura del blog dal titolo che è tutto un programma: “l’apostata”. Lo uso quasi sempre per scagliarmi contro il cattolicesimo.

    Comunque, ci ho messo del tempo a realizzare quanto poco fruttuoso fosse questo atteggiamento. Con alcuni credenti si può dialogare, e allora perché attaccarli? Con altri non si può dialogare, e allora perché perderci tempo? Smisi di farlo. Perfino sul tema dell’omosessualità la possibilità di un’evoluzione mediata dal dialogo esiste, e ho deciso di puntarci.

    Mutai il mio blog e il mio atteggiamento. Invece di essere pro-chiesa o pro-laico divenni pro-veritate. Invece di cercare lo scontro, cerco di raccontare e far capire alla gente cose vere, e dalle cose vere verranno le cose buone. Questo non mi permette certo di evitare di mandare a fanculo personaggi come Padre Fanzaga, Lucetta Scaraffia o Povia, ma solo e sempre per legittima difesa (be’, quasi sempre); e poi, in fondo, non ho mai perso la mia vena polemica...

    La religione divenne un tema piuttosto secondario sul mio blog, così recentemente ne ho cambiato anche il titolo.

    Signori, io un giorno ero un anticlericale dipendente, ma adesso sono quattro mesi che non scrivo interventi sull’ateismo!
    Applausi, clap clap.

    Ora, quello che subito ci si chiederà è: sarei potuto restare cristiano?

    La risposta, secondo me, è NO. Io non posso essere religioso, perché rifiuto qualunque verità che non possa essere vagliata liberamente dalla ragione. Inoltre, io sono il signore e padrone della mia morale, mai me ne lascerò imporre una da fuori.

    Era solo questione di quando avrei smesso di dichiararmi cattolico, non di se lo avrei fatto.

    Altri si chiederanno se c’è per me una possibilità di recupero e salvezza (XD). La risposta, sostanzialmente, è “no”. Vedete, alcuni dicono: “dammi la prova che esiste Dio e mi farò monaco; dammi la prova che esiste Allah e andrò a farmi saltare in aria a Gerusalemme” e così via. Io non la penso affatto così … se mi si dimostrasse che Dio esiste e che la pensa come Livio Fanzaga, io diventerei satanista. Diventerei cristiano se mi si dimostrasse non solo che Dio esiste, ma anche che è giusto nel senso in cui io intendo la giustizia. L’esistenza o meno di Dio non è discriminante per la mia vita morale.

    Da qui è perfettamente chiaro perché rispondo “no, non potrei diventare cristiano nel senso pieno del termine”.

     

    Credo che qui la storia sia finita, e dovrei metterci qualche bella conclusione piena di speranza e buoni sentimenti. Invece ci metto delle battute su Giuliano Ferrara copiate da Nonciclopedia:

    §  Giuliano Ferrara ha detto  al colesterolo.

    §  Una volta ha inghiottito un buco nero.

    §  La sua coerenza è inversamente proporzionale al suo peso.

    §  Incontrando Ferrara per strada si ha come l'impressione che ti venga incontro da diverse direzioni contemporaneamente.

    §  Si masturba davanti a gigantografie di embrioni.

    §  Quando deve fare degli spostamenti non prende l'aereo, rimane fermo e dopo poco tempo sprofonda e si ritrova agli antipodi.

    §  Il giorno del suo battesimo in Chiesa, si scatenò una grave crisi idrica in Sicilia per l'elevato prelievo di acqua potabile.

    §  Tra l'ombelico e il suo maestoso ano di Castellana, vi è un fuso orario UTC-4.

    §  Gli si attribuisce una grande bontà d'animo: è noto un episodio nel quale, seduto in un tram, si alzò e offrì il suo posto a una scolaresca.

    §  Si dice che Galactus, il divoratore di mondi, abbia avuto un'indigestione dopo aver tentato di assaggiarlo.

    §  Ha mangiato il suo nutrizionista. Più di una volta.

    §  Leggere il suo giornale, Il Foglio, comporta un immediato risparmio nelle spese per carta igienica.

     

    Ossequi a tutti quelli così pazienti da essere arrivati fin qui!

     

    May 21

    Un mio commento al Mito di Theut

     

    Dopo aver pubblicato una pedestre (ma non mia) traduzione del mito di platonico di Theut, non posso onestamente venir meno ad un impegno: mantenerlo vivo. Limitarsi a riportare un discorso scritto da altri è uno di quegli atti che il mito di Theut condanna; se quindi mi limitassi a quello, senza aggiungervi nulla di mio, sarei colpevole. Quello che segue è dunque un mio umile commento personale ai passi che ho ritenuto più significativi di questa scritto.

    Per chi non abbia letto l’intervento in cui lo riportavo per intero, il mito di Theut, che Platone ci narra mettendolo in bocca Socrate, riguarda un dialogo fra il Dio Theut, inventore della scrittura, e il re Thamos, a cui egli ha appena sottoposto la sua nuova invenzione per averne un giudizio.

    Il saggio re, però, non è colpito favorevolmente, e giustifica così la propria opinione:

    facendo affidamento sulla scrittura, essi [i lettori] trarranno i ricordi dall' esterno, da segni estranei, e non dall' interno, da se stessi. Dunque non hai inventato una medicina per la memoria, ma per richiamare alla memoria. Ai discepoli tu procuri una parvenza di sapienza, non la vera sapienza: divenuti, infatti, grazie a te, ascoltatori di molte cose senza bisogno di insegnamento, crederanno di essere molto dotti, mentre saranno per lo più ignoranti e difficili da trattare, in quanto divenuti saccenti invece che sapienti.

    Socrate mette semplicemente in guardia contro i pericoli più immediati insiti nella scrittura. Se scrivi qualcosa, la tendenza del cervello sarà presto quella di dimenticare, perché la conoscenza è conservata altrove. Ma il linguaggio scritto ha dei difetti che presto vedremo.

    Inoltre, è vero che la scrittura pone le basi per una solida trasmissione della conoscenza, ma è anche vero che la conoscenza scritta uccide quella fatta tramite l’esperienza. Fidandosi ciecamente di un qualcosa, solo perché è messo per iscritto, rischiamo facilmente di uccidere tutta quella bellissima, vitale forma di conoscenza che deriva dall’esperienza personale.

    Vengono così fuori i lettori saccenti, che dato che hanno letto qualcosa, che hanno uno scritto dalla propria parte, non sono più in grado di ascoltare gli altri e verificare con mano le proprie conoscenze. In questa chiusura su se stessi, i lettori diventano dei pappagalli, saccenti perché convinti di possedere già la verità, ma senza averne fatto esperienza vera né avere intenzione di farla.

    Prosegue Socrate:

    C'é un aspetto strano che in realtà accomuna scrittura e pittura. Le immagini dipinte ti stanno davanti come se fossero vive, ma se chiedi loro qualcosa , tacciono solennemente. Lo stesso vale pure per i discorsi: potresti avere l' impressione che parlino, quasi abbiano la capacità di pensare, ma se chiedi loro qualcuno dei concetti che hanno espresso, con l' intenzione di capirlo, essi danno una sola risposta e sempre la stessa.

    Che paragone meravigliosamente azzeccato! Il discorso scritto, ci fa notare Socrate, è un’immagine, un ritratto. Come un dipinto o una fotografia, esso vuole riprodurre una cosa reale, ma non è reale di per sé. L’unica differenza è che mentre l’immagine disegnata vuole richiamare alla memoria una sensazione visiva, e quindi un’esperienza esteriore, la parola scritta richiama alla mente un’idea. Ma non è un’idea essa stessa; l’idea originale sta nella mente della persona che ha scritto, e saremmo degli illusi a pensare che solo averne letto ci permetta di poter aver fatto nostra quell’idea.

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    Una volta che sia stato scritto poi, ogni discorso circola ovunque, allo stesso modo fra chi capisce, come pure fra chi non ha nulla a che fare e non sa a chi deve parlare e a chi no.

    Qui si pone un altro problema: che idee evocherà il discorso scritto nella mente di chi lo leggerà? Perché se è vero che esso non è in alcun modo più vivo di una fotografia, è altrettanto vero che le idee che esso evoca sono invece vivissime.

    Il discorso scritto, ovviamente, viaggerà senza alcun limite nella testa di chiunque sia in grado di leggere e, senza la guida dell’autore, potrà essere facilmente frainteso. Vale a dire, le idee che evocherà nella testa di chi lo legge saranno diverse da quelle che avevano portato alla sua stesura, e talora magari diametralmente opposte ad esse. L’intenzione stessa dell’autore rischierà di essere tradita. Proseguiamo:

    E se [il discorso] é maltrattato e offeso ingiustamente ha sempre bisogno dell' aiuto dell' autore, perchè non é capace nè di difendersi nè di aiutarsi da solo.

    Questa è una conseguenza ovvia di quanto detto sinora. Una parola scritta non è viva, quindi non può difendersi da sola. Se viene attaccata, il lettore saccente non avrà strumenti per difenderla, e dovrà sperare che lo faccia da sola. Questo non accadrà mai, per due motivi: il primo è che uno scritto non può difendersi né rispondere alle domande (non è vivo); il secondo è che nessuno in realtà attacca una parola scritta. Attaccare una parola scritta sarebbe come attaccare un vaso da notte, non ha senso. Ciò che viene attaccato è SEMPRE un’idea; magari un’idea che un testo ha evocato, ma che appartiene a tutti gli effetti al lettore in quanto frutto del suo carattere, delle sue opinioni e della sua personale esperienza di vita.

    Probabilmente il lettore, senza accorgersene, finirà col difendere nient’altro che sé stesso, magari credendo di essersi adoperato in difesa dell’autore e delle sue idee, che invece ne usciranno completamente demolite.

    In sostanza, secondo Socrate, la parola scritta è molto difettosa: non è viva, non può difendersi da sola, sarà fraintesa da molti, farà diventare la gente saccente.

    Fra essa e l’idea vera, il Logos autentico, passa la stessa differenza che c’è fra il disegno della pipa e la pipa vera.

    Su queste basi, è quanto meno strano notare che Platone tutto questo l’ha messo per iscritto.

    Questa apparente contraddizione si risolve se si pensa che qui l’autore non voleva effettivamente sostenere che la scrittura sia inutile e dannosa, ma solo mettere in guardia contro una sua sacralizzazione eccessiva, una sua trasmutazione in idolo e feticcio, una dimenticanza della realtà che una parola, per quanto bella ed espressiva che sia, non è che una sfocata immagine del pensiero che l’ha generata.

    Se mantenuta all’interno dei limiti prescritti, la scrittura può essere uno strumento invece utile e benevolo. Esiste infatti un genere di discorso che merita di essere tenuto in vita anche quando l’autore muore o diventa irreperibile:

    SOCRATE: E' il discorso scientificamente fondato che viene scritto nell' anima di chi apprende, che é capace di difendere se stesso, e che sa con chi deve parlare e con chi non deve .

    FEDRO : Intendi dire il discorso di colui che sa, vivo e animato, di cui il discorso scritto potrebbe giustamente dirsi un'immagine ?

    La parola vera, l’unica che merita venerazione senza idolatria, e amore senza feticismo, è quella che sta nell’anima. L’idea che sta nell’anima, che forse somiglia davvero a quella dell’autore ma che il lettore deve cercare dentro di sé, e non nei libri, che sono solo un supporto.

    Infine, Socrate si pone una domanda molto importante: ma l’autore, colui che ha cercato di fornire agli altri un’immagine della sua idea, pur cosciente dell’impossibilità di trasmetterla nella sua interezza con la povertà di un misero scritto … cosa si aspetta dai suoi lettori, quando egli non potrà indirizzarli di persona?

    […] i giardini della scrittura, a quanto pare, [l’autore] li seminerà e li scriverà per divertimento. E quando li scriverà, sarà per fare tesoro di ricordi sia per sè, qualora giunga alla vecchiaia, età della smemoratezza, sia per chiunque seguirà le sue stesse orme. E gioirà al vedere che i suoi giardini crescono delicati; e quando altri si divertiranno in altri modi, ristorandosi con i simposi e con tutti gli altri piaceri che si accompagnano a questi, egli allora, verosimilmente, passerà il tempo a divertirsi invece che con questi piaceri, con quelli che dico io.

    FEDRO : A un divertimento che non vale nulla, Socrate, tu ne contrapponi uno bellissimo: quello di chi é capace di divertirsi con i discorsi, raccontando miti sulla giustizia e sugli altri argomenti di cui parli.

    L’autore assennato si rallegrerà nel vedere i suoi discepoli seguire le sue orme, ma non dimenticherà che, fin quando ha vita ciò che conta di più non è quello che ha già detto, ma quello che ancora ha da dire:

    SOCRATE : E' così, mio caro Fedro. Ma, a mio avviso , lo studio serio rivolto a questi argomenti diviene molto più bello quando uno, avvalendosi della dialettica e prendendo un' anima adatta, vi pianti e semini discorsi scientificamente fondati , che siano in grado di venire in aiuto sia a se stessi sia a chi li ama e che non siano sterili, ma abbiano un seme da cui nascano altri discorsi , in altre indoli , capaci di perpetuarlo e di rendere felice , quanto più é possibile a un uomo, colui che ne é depositario.

    L’autore non conoscerà gioia più grande di questa: vedere i suoi discepoli mantenere vivo il suo discorso, e non tramite una sua sterile ripetizione ad libitum, ma permettendo ad esso di procreare, evolversi e produrre idee e discorsi sempre nuovi.

    Il sapere non si conserva; il sapere si crea.

     

     

    Ossequi.

    May 13

    Il mito di Theut

     

    Parlano Socrate e Fedro

     

    SOCRATE: Ho udito, dunque, che nei pressi di Naucrati d' Egitto c'era uno degli antichi dèi locali, di nome Theuth, al quale apparteneva anche l' uccello sacro chiamato Ibis. Fu appunto questo dio a inventare il numero e il calcolo, la geometria e l' astronomia e, ancora, il gioco del tavoliere e quello dei dadi, e soprattutto la scrittura. Regnava a quel tempo su tutto l' Egitto Thamus, che risiedeva nella grande città dell'Alto Egitto che i Greci chiamano Tebe e il cui dio chiamano Ammone. Recatosi al cospetto del faraone, Theuth gli mostrò le sue arti e disse che occorreva diffonderle tra gli altri Egizi. Quello allora lo interrogò su quali fossero le utilità di ciascun'arte, e mentre Theuth gliela spiegava, il faraone criticava una cosa, ne lodava un'altra, a seconda che gli paresse detta bene o male.

    Si dice che Thamus abbia espresso a Theuth molte osservazioni sia pro sia contro ciascuna arte, ma riferirle sarebbe troppo lungo. Quando Theuth venne alla scrittura disse: " Questa conoscenza, o faraone, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare: é stata infatti inventata come medicina per la memoria e per la sapienza" . Ma quello rispose: " Ingegnosissimo Theuth, c'é chi é capace di dar vita alle arti, e chi invece di giudicare quale danno e quale vantaggio comportano per chi se ne avvarrà. E ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di ciò che essa é in grado di fare. Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di chi l'avrà appresa, perchè non fa esercitare la memoria. Infatti, facendo affidamento sulla scrittura, essi trarranno i ricordi dall' esterno, da segni estranei, e non dall'interno, da se stessi. Dunque non hai inventato una medicina per la memoria, ma per richiamare alla memoria. Ai discepoli tu procuri una parvenza di sapienza, non la vera sapienza: divenuti , infatti , grazie a te, ascoltatori di molte cose senza bisogno di insegnamento, crederanno di essere molto dotti, mentre saranno per lo più ignoranti e difficili da trattare, in quanto divenuti saccenti invece che sapienti" .

    FEDRO : Socrate , con che facilità tu fai discorsi egizi e di tutti i Paesi che vuoi!

    [….]

    SOCRATE : Dunque, chi credesse di affidare alla scrittura la trasmissione di un' arte e chi a sua volta la ricevesse, convinto che dalla scrittura gli deriverà qualche insegnamento chiaro e solido, sarebbe molto ingenuo e ignorerebbe in realtà l' oracolo di Ammone, credendo che i discorsi scritti siano qualcosa di più del richiamare alla memoria di chi già conosce gli argomenti trattati nello scritto .

    FEDRO : Giustissimo .

    SOCRATE : C'é un aspetto strano che in realtà accomuna scrittura e pittura. Le immagini dipinte ti stanno davanti come se fossero vive, ma se chiedi loro qualcosa, tacciono solennemente. Lo stesso vale pure per i discorsi : potresti avere l' impressione che parlino, quasi abbiano la capacità di pensare, ma se chiedi loro qualcuno dei concetti che hanno espresso, con l' intenzione di capirlo, essi danno una sola risposta e sempre la stessa. Una volta che sia stato scritto poi, ogni discorso circola ovunque , allo stesso modo fra chi capisce , come pure fra chi non ha nulla a che fare e non sa a chi deve parlare e a chi no . E se é maltrattato e offeso ingiustamente ha sempre bisogno dell' aiuto dell' autore, perchè non é capace nè di difendersi nè di aiutarsi da solo.

    FEDRO : Anche in questo hai proprio ragione.

    SOCRATE : Vogliamo allora considerare un altro discorso , fratello legittimo di questo , e vedere in che modo nasce e quanto é per natura migliore e più proficuo di questo ?

    FEDRO : Qual é questo discorso e come dici che esso nasce ?

    SOCRATE : E' il discorso scientificamente fondato che viene scritto nell' anima di chi apprende , che é capace di difendere se stesso , e che sa con chi deve parlare e con chi non deve .

    FEDRO: Intendi dire il discorso di colui che sa , vivo e animato , di cui il discorso scritto potrebbe giustamente dirsi un' immagine ?

    SOCRATE: Proprio così . Dimmi questo ora : il contadino assennato si rallegrerebbe davvero se vedesse che i semi che gli stanno a cuore e da cui vuole ricavare frutti , da lui piantati d' estate nei giardini di Adone , crescono rigogliosi in otto giorni ? O non li pianterebbe forse , quand' anche lo facesse , per divertimento e in occasione della festa ? E non sarebbe invece contento che i semi di cui davvero gli importa , da lui seminati opportunamente seguendo i precetti dell' agricoltura , giungessero tutti a maturità in otto mesi ?

    FEDRO : E' così , Socrate: come dici tu , in un caso agirebbe seriamente , nell' altro in modo totalmente opposto .

    SOCRATE : E chi detiene la scienza del giusto, del bello e del bene, dobbiamo dire che nell' impiego dei propri semi é meno assennato del contadino ?

    FEDRO : Certo che no!

    SOCRATE : Pertanto, se fai sul serio, non li scriverà nell' acqua, seminandoli con l' inchiostro della cannuccia mediante discorsi incapaci sia di aiutarsi da sè, sia di insegnare adeguatamente il vero .

    FEDRO : No, non é probabile .

    SOCRATE : Infatti non lo é . Ma i giardini della scrittura, a quanto pare, li seminerà e li scriverà per divertimento. E quando li scriverà , sarà per fare tesoro di ricordi sia per sè, qualora giunga alla vecchiaia, età della smemoratezza, sia per chiunque seguirà le sue stesse orme. E gioirà al vedere che i suoi giardini crescono delicati; e quando altri si divertiranno in altri modi , ristorandosi con i simposi e con tutti gli altri piaceri che si accompagnano a questi, egli allora , verosimilmente, passerà il tempo a divertirsi invece che con questi piaceri, con quelli che dico io.

    FEDRO : A un divertimento che non vale nulla, Socrate, tu ne contrapponi uno bellissimo : quello di chi é capace di divertirsi con i discorsi, raccontando miti sulla giustizia e sugli altri argomenti di cui parli .

    SOCRATE : E' così , mio caro Fedro. Ma, a mio avviso, lo studio serio rivolto a questi argomenti diviene molto più bello quando uno, avvalendosi della dialettica e prendendo un'anima adatta, vi pianti e semini discorsi scientificamente fondati, che siano in grado di venire in aiuto sia a se stessi sia a chi li ama e che non siano sterili, ma abbiano un seme da cui nascano altri discorsi, in altre indoli, capaci di perpetuarlo e di rendere felice, quanto più é possibile a un uomo, colui che ne é depositario.

    FEDRO : Ciò che dici é ancora più bello .

    SOCRATE : Dunque, Fedro, ora che ci siamo accordati su queste cose, possiamo ormai giudicare quelle altre .

    May 01

    Coscienza universale

     

    Questo è davvero interessante. Un gruppo di neuroscienziati di Harvard (comprendente anche il professor Wegner, che ha ottime probabilità di tornare su queste pagine prossimamente) ha fatto un semplice sondaggio via internet per rispondere ad una semplice domanda: su che basi attribuiamo agli esseri viventi una “coscienza”?

    Il trucco del sondaggio ha permesso di farcene un’idea. Il campione utilizzato è molto vario, ma costituito principalmente da donne bianche, non sposate, cristiane, democratiche, con un livello di istruzione medio superiore e un’età media intorno ai trent’anni. Le domande poste chiedevano di attribuire a dei soggetti di vario tipo determinate capacità, come ad esempio sentire dolore, provare sentimenti, effettuare scelte.

    I problemi posti nel sondaggio furono suddivisi in due set, il primo atto a stabilire la capacità dei personaggi proposti di provare sentimenti e emozioni (“experience”), e l’altro per stabilirne invece i livelli di moralità e arbitrio (“agency”). I risultati sono sintetizzati nello schema qui in basso.

    (NB l'immagine, nonostante i miei sforzi, non è visibile. Comunque la trovate nell'album "blog images", subito dopo quello che non si fa lo shampoo)


    Come vedete, ai soggetti son stati posti quesiti davvero sui personaggi più disparati: uomini, donne, feti, robot, animali, morti, perfino Dio. E il responso popolare è interessante.

    Ad esempio, un uomo morto sembra avere più possibilità di esperienza, per la gente, di un robot sociale. Questo è immaginabile, visto che il campione scelto è costituito da gente che per lo più crede nella vita oltre la vita … ma allora perché il robot sembra essere invece dotato di maggiori arbitrio e moralità? D’altro canto, una rana pare essere dotata di una emotività maggiore di un feto, ma vallo a dire al movimento pro-life …

    Va beh, si può concordare o meno con il parere popolare, dopotutto, quindi non ci soffermiamo troppo su di esso. Ciò che è più interessante è rendersi conto di quanto soggettivi e arbitrari siano i metodi con cui attribuiamo ad un essere la proprietà della coscienza. Di fatto esistono robot che sono in grado di fingersi umani in una conversazione, e di ingannare gli osservatori inesperti. Indubbiamente, un osservatore che parli con un robot del genere senza vederlo in faccia non esiterebbe ad attribuirgli una coscienza. Ma una volta scoperto il segreto del suo interlocutore, immediatamente penserebbe: “ah ma era solo un robot!”.

    Immaginiamo invece come potrebbe reagire un adepto di qualche antica religione animista trovandosi di fronte a Kismet, il robot socievole. Ignaro dei meccanismi che sono dietro il suo funzionamento, rapidamente gli attribuirebbe uno spirito, magari considerandolo una specie di divinità. Quale sarebbe la differenza fra l’animista e noi?

    A noi una conoscenza sempre più approfondita della natura ha concesso l’allontanamento dalla visione magica di un mondo governato da forze supernaturali. L’idea che ogni cosa che si muove, stupida o intelligente, animale o vegetale, vivente o non vivente, abbia uno “spirito”, di solito ci fa sorridere.

    Sappiamo che il vulcano non erutta a causa dell’ira divina, ma per via di un fenomeno fisico. La malattia non è una possessione da parte di spiriti maligni, ma una disfunzione fisiologica, eventualmente causata da organismi patogeni obbedienti a leggi fisiche e chimiche, che sono le medesime in tutto l’universo.

    Tuttavia, la conoscenza che possediamo, per quanto straordinaria, è sostanzialmente incompleta. Potrei spingermi ad affermare che essa è costitutivamente incompleta; ma ciò al momento non è certo né rilevante. Ciò che è noto è che ancora adesso, nell’occidente avanzato e scientista, vi è chi attribuisce un’anima, una volontà, una “coscienza” o comunque si voglia chiamarla, alle cose. Ma attenzione, non a tutte le cose, bensì solo ad un ristretto gruppo: usualmente gli esseri umani, talvolta solo quelli adulti e formati, talaltra anche alcuni animali; in ogni caso, solo ad una minima parte dell’universo.

    Ma questa teoria non è molto convincente; perché mai il “privilegio” dell’anima dovrebbe essere concesso solo ad una delle milioni di razze di insetti che strisciano sulla superficie di un infimo pianeta? Non quadra molto.

    Riflettendoci, non si può non notare che quando non sapevamo nulla, attribuivamo una coscienza a tutto. Adesso che sappiamo molto, attribuiamo una coscienza a “poco”. Se mai arrivassimo a sapere tutto, è evidente che non attribuiremmo più una coscienza a nulla. Perché non anticipare i tempi?

    Ma gli estremi si toccano. La distinzione fra esseri “coscienti” e “non coscienti”, infatti, ha un senso solo fin quando ve ne sono alcuni che rientrano nella prima categoria e altri che rientrino nella seconda; nel momento in cui tutti gli enti rientrino in una delle due, la parola stessa coscienza cessa di avere un significato definito. A quel punto scegliere di dire “ogni cosa ha una coscienza” o “niente la ha” è solo una questione di comodità, di modellizzazione, di punti di riferimento. E dato che l’uomo non accetterà mai di rinunciare all’utilizzo di espressioni come “volontà”, “sentimento” e “libero arbitrio”, provare a proiettarci in quel futuro impone una scelta di termini coraggiosa, che consiste nello scegliere un modello e applicarlo fino in fondo.

    E a questo punto, non posso fare a meno di domandarmi se la scelta di considerare “coscienti” tutte le cose non sia anche quella scientificamente più comoda. Invece di porsi l’eterno umano dilemma di cosa sia la coscienza e perché essa emerga in modo all’apparenza quasi “magico” dal corpo nell’essere umano, potremmo riconsiderare la coscienza come proprietà intrinseca dell’essere, e quindi proprietà della materia.

    Questo punto di vista può far storcere il naso a molti scienziati, e ciò è in una certa misura normale, in quanto si tratterebbe di una soluzione filosofica e in un certo qual modo “metafisica” ad un problema scientifico. L’ipotesi che un sasso sia in un qualche modo “cosciente” e “volente” (ma non senziente) non è infatti in alcun modo verificabile, poiché l’unico modo per eseguire un simile test sarebbe diventare un sasso. Ma al contempo non è un’ipotesi illogica o insensata. Un sasso, in un qualche modo, agisce: si muove verso il terreno quando lo si lascia cadere, oppone resistenza quando si cerca di romperlo e via dicendo. Aprendo un po’ la mente, nulla ci impedisce di vederlo come un ente che persegue un suo scopo (raggiungere la Terra? Restare integro?). Allo stesso modo una pianta cresce perché vuole avvicinarsi alla luce, e vuole farlo perché intende sopravvivere e propagare la specie. Un gatto salta sulla preda per lo stesso motivo. Un umano legge un libro perché ciò scatena in lui una serie di reazioni chimiche che gli causano piacere, una sensazione connessa con i medesimi scopi del gatto e della pianta. Considerando l’uso estensivo che già si fa della terminologia (forse una metafora?) del “volere” in biologia (leggete “il gene egoista” per farvene un’idea), non vedo scorrettezza scientifica nel ritenere che forse il volere, e quindi l’essere consapevoli di uno scopo, possa essere proprietà universale, una “coscienza universale”.

    È un’ipotesi: la Volontà che guida ogni cosa. Siamo arrivati a Schopenhauer, e nemmeno ce ne siamo accorti …

    Ossequi.

    March 28

    Un'anima a pezzi

    Una delle convinzioni comuni a tutte le fedi religiose e a molte filosofie è quella dell’esistenza di un’anima immortale. Ciò che spesso manca nel discorso sull’anima, però, è la cosa più semplice, ovvero la sua pura definizione, e prima di discutere dell’esistenza dell’anima è assolutamente necessario definirla.

    Una buona “definizione” di un oggetto può essere una descrizione altamente accurata, tale da impedire qualsiasi confusione. Se vogliamo definire “il dado da gioco”, per esempio, lo descriviamo come un piccolo oggetto di forma cubica che porta su ogni faccia un numero da uno a sei, e viene usato per scegliere i numeri in maniera pseudo aleatoria (1).

    Se proviamo a usare lo stesso metodo di definizione per parlare dell’anima ci troviamo di fronte a palesi difficoltà, poiché non è facile individuarne gli attributi caratteristici ed identificativi senza correre il rischio di confonderla con altri termini più familiari, come “personalità”, “carattere”, “ragione”, eccetera.

    Di certo l’anima ha alcune caratteristiche note: è immateriale, o per meglio dire, è un oggetto metafisico, non percepibile con i sensi; è immortale, ovvero non si dissolve col corpo; è libera, ovvero non deve obbedire al principio di causalità; è semplice, ovvero unica e indivisibile.

    Quindi un buon approccio per “trovare” l’anima e descriverne le caratteristiche identificative potrebbe essere quello di procedere per esclusione, ovvero eliminando dal mio campo di ricerca ciò che non risponde ad una di queste esigenze fondamentali fino a quando non rimanga esclusivamente ciò che cerchiamo.

    Cominciamo dunque a cercare l’anima.

    Sicuramente essa si interfaccia in un qualche modo con il corpo; tuttavia il corpo non può semplicemente essere considerato come l’ “hardware” dell’anima, o un sempice supporto per una serie di istruzioni, altrimenti l’anima sarebbe dipendente dal corpo allo stesso modo in cui il software dipende dall’hardware. Diciamo dunque che questa “anima” interagisce con esso in maniera facoltativa, ma è un’entità propria, seppur con un diverso grado di esistenza.

    Un primo test per individuare l’anima, quindi, è agire sul corpo: ciò che non si modifica modificando il corpo potrebbe essere l’anima.

    Facciamo un esperimento mentale: prendiamo un volontario dotato di spirito di sacrificio ed amore per la scienza, oppure un prete della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e iniziamo a privare il suo corpo di questa o quella capacità. Vediamo che succede.

    La prima cosa di cui ci rendiamo conto è che amputare un arto o un organo non vitale non ha conseguenze. In alcuni casi, si può perfino verificare la sindrome dell’arto fantasma, per cui il nostro soggetto magari sente di aver male alla mano … ma gli manca tutto il braccio! Tagliando il braccio non abbiamo toccato di certo l’immagine virtuale del braccio, che è ancora intatta. Che quello che è rimasto sia “l’anima del braccio”?

    Se vogliamo testare questa ipotesi dobbiamo considerare che in realtà nel solo Sistema Nervoso Centrale (SNC) è contenuta una specie di “immagine virtuale” di tutto il corpo, quindi il passo successivo è andare ad agire lì. Prendiamo il cervello del nostro pretino forzanuovista e iniziamo a toglierne alcune parti, mantenendolo ben vivo e cosciente in modo da poter verificare le conseguenze del nostro esperimento.

    Potremmo, per cominciare, recidere i nervi ottico, vestibolo-cocleare, olfattivo e i nervi cranici legati alla percezione del gusto.

    Vedremo subito una cosa interessante: il soggetto, sebbene cieco, sa ancora cosa sono i colori, perché prima li vedeva. Un discorso analogo vale anche per i suoni, i sapori, gli odori. Abbiamo distrutto la percezione, che è già di per sé un processo cognitivo, e quindi una parte delle capacità di analisi del soggetto è andata perduta. Tuttavia ciò che resta, per esempio il concetto stesso di “colore”, potrebbe essere qualcosa di connesso con l’ “anima”. È presto verificato: se è anima, non potremo in alcun modo modificarlo.

    Andiamo quindi a danneggiare la corteccia visiva del buon volontario (o sacerdote fascista). Se andiamo ad agire selettivamente sull’area V8, distruggeremo in lui la nozione stessa di colore, persino i suoi sogni saranno in bianco e nero. Analogamente, possiamo distruggere la nozione di movimento, di forma, di spazio e di tempo, di suono, etc.

    L’individuo, adesso, è privo della nozione stessa di mondo; se esiste qualcosa o qualcuno al di fuori di lui, egli può averne solo una pseudo-conoscenza razionale, come noi potremmo avere la pseudoconoscenza di una quinta dimensione. Tuttavia, egli potrebbe ancora possedere un “senso interno”, per così dire. Non sarebbe morto né necessariamente in stato comatoso.

    Ma ancora c’è molto da fare. Mettiamo indietro le lancette dell’orologio, e invece di toccare le aree sensitive procediamo ad una rimozione totale della amigdale, centro di controllo della vita emotiva. Non c’è da soffermarsi molto sugli effetti collaterali di questo trattamento (Come ipersessualità ed iperoralità), ma possiamo dire che il nostro soggetto adesso è incapace di provare emozioni come l’amore, la paura, la rabbia, eccetera eccetera. È ben noto quale influenza abbiano le emozioni sul nostro comportamento, e l’importanza del loro effetto è dimostrata da numerosi test scientifici. Quindi, toccando le amigdale, o abbiamo distrutto l’anima, o la abbiamo divisa in più parti (togliendole le emozioni), oppure ancora dobbiamo riconoscere che esiste qualcosa di esterno all’anima in grado di dominarne il comportamento (questa soluzione introdurrebbe notevoli problematiche per quanto riguarda il libero arbitrio umano).

    Ovviamente, le decisioni umane non sono prese dall’amigdala, ma con l’ausilio dell’amigdala. Gli stati emotivi di cui l’amigdala è mediatore sono utilizzati, insieme a tutte le altre informazioni interne o esterne, per formulare giudizi sulla cui base siano prodotte azioni. Questo procedimento si verifica al livello della corteccia prefrontale e orbito frontale. Pazienti lesionati in questa zona perdono in misura più o meno pesante la capacità di dare giudizi coerenti su fatti o situazioni, diventano irresponsabili e incapaci di capire le conseguenze delle proprie azioni. A seconda di quanto è severa l’ingiuria, tutte le capacità intellettive sono compromesse in forma più o meno grave; quando si dice “perdere la ragione”.

    Stavolta, invece di rimuovere le amigdale, distruggiamo completamente la corteccia prefrontale e orbitofrontale, privando il paziente della capacità di giudizio. Qualunque tribunale riconoscerebbe l’incapacità di intendere e di volere a una persona in questo stato, perché in effetti non sarebbe responsabile delle proprie azioni. Non è tuttavia uno stato di morte, quindi ancora una volta l’anima non siamo riusciti a toccarla. È la corteccia prefrontale che prende le decisioni, però … allora non è l’anima a farlo?

    Ora, se rifacessimo tutti questi esperimenti non più uno alla volta, ma insieme, nessuno avrebbe timore di dire che abbiamo ottenuto la morte cerebrale (beh, non proprio, Lucetta Scaraffia obietterebbe, ma lei è troppo stupida perché ci possa importare il suo parere). Dunque o tutte queste cose insieme formavano l’anima, è dunque essa è divisibile in più parti, oppure l’anima permane nonostante tutto, ma evidentemente si tratta di un qualcosa che non prova emozioni, non ragiona, non sente, non decide, non agisce (tutte capacità in qualche modo legate al corpo); il che mi mette un po’ in difficoltà, perché mi obbligherebbe a pensare che la parte più preziosa ed importante di me dovrebbe essere meno intelligente di una patata.

    Oppure ancora l’anima non esiste.

     

    Qual è la soluzione preferibile?

    La migliore è, come al solito, la strategia dello struzzo; ovvero ignorare sistematicamente il problema.Una valida alternativa è scegliere il meno peggio: alla fin fine, un’anima immortale è meglio di niente, quindi va bene anche un’anima paragonabile a quella di una patata. O anche un’anima a pezzi …

     

    Ossequi.

    March 07

    Tecniche di guarigione

     
    "Già a Dachau gli omosessuali erano stati un problema per il campo, sebbene non fossero così numerosi come a Sachsenhausen.
    Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer erano dell'opinione che fosse molto più opportuno suddividerli per tutte le camerate del campo, mentre io ero d'avviso contrario, avendoli conosciuti molto bene in carcere. Non passò molto tempo che da tutti i blocchi cominciarono a giungere denunce di rapporti omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla, perchè il contagio si diffondeva dovunque.
    Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero allora messi insieme e isolati dagli altri, sotto la guida di un anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro vennero separati dagli altri prigionieri, e adibiti per un lungo periodo a lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri prigionieri di altre categorie, affetti dal medesimo vizio. Di colpo il contagio del loro vizio cessò, e anche se qua e là si verificarono questi rapporti contro natura, si trattò sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che ... non potessero ricominciare... .
    A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie, perché ogni giorno doveva essere fornita una determinata quantità di materiale finito, e il processo di cottura non poteva essere interrotto per mancanza di materia prima. Così estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo.
    L'effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla «normalità», era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali.
    I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen». Nel dialetto berlinese erano chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione, che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi di grande utilità. Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano con ogni cura di non ricadere nell'antico mestiere, poiché speravano così di essere rilasciati al più presto. Arrivavano al punto di evitare addirittura la vicinanza dei veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che non avevano nulla a che fare con gli omosessuali. Molti di questi giovani così rieducati vennero rilasciati senza che si verificassero delle ricadute; la scuola che avevano fatto al campo era stata abbastanza efficace, tanto più che si trattava in maggioranza di ragazzi molto giovani.
    Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali per una certa inclinazione - coloro che, saturi di provare il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti, nella loro vita da parassiti - poté essere rieducata e liberata dal vizio.
    Non così quelli ormai troppo incancreniti nel vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più essere distinti dagli omosessuali per disposizione naturale, che in realtà erano pochi. Per questi non servì né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza più rigorosa: alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell'altro, e anche se fisicamente erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio.
    Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per la civetteria, per l'espressione sdolcinata e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio, che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazione, si poteva seguire passo passo.
    Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che lo volevano fortemente, sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno, più o meno lentamente secondo la loro costituzione.
    Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano benissimo che non sarebbero più tornati in libertà, e questo pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando poi vi si aggiungeva la perdita dell'«amico», per una malattia o addirittura per la morte di questi, era facile prevedere l'esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L'«amico» era tutto per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò anche il doppio suicidio di due amici.
    Nel 1944 I'SS-Reichsführer fece compiere a Ravensbruck degli esami di «riabilitazione». Gli omosessuali della cui guarigione non si era perfettamente convinti, vennero messi a lavorare, come per caso, insieme a prostitute, e tenuti sotto osservazione. Le prostitute avevano il compito di avvicinarsi come per caso ad essi e di eccitarli sessualmente.
    Quelli che erano realmente guariti approfittavano senz'altro dell'occasione, senza neppure bisogno di essere stimolati, mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne. Anzi, se esse si avvicinavano loro in modo troppo evidente, si allontanavano con manifesto disgusto.
    Secondo la procedura, a quelli che stavano per essere rilasciati venivano offerte occasioni di stare con individui del loro sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità e respingevano energicamente tutti i tentativi di avvicinamento dei veri omosessuali.
    Vi furono però anche dei casi limite, che accettarono e l'una e l'altra occasione. Non so se costoro potrebbero essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto istruttivo per me poter studiare la vita e gli stimoli degli omosessuali di ogni genere e osservare le loro reazioni psichiche in relazione alla prigionia".

    (Rudolf Hoss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi)

     

     

    Sono rimasto agghiacciato da questa descrizione. Per la freddezza, sì. Per la crudeltà, anche. Ma soprattutto per l'attualità.

    E' terrificante vedere come anche oggi si vogliano "guarire" gli omosessuali. E' terrficante vedere come, in nuce, le tecniche per farlo siano le stesse:

    Isolamento. Privazione dei diritti. Negazione della possibilità di amare e di essere amati. Umiliazione.

    Il nucleo sta nello spingere l'omosessuale a odiare la propria stessa natura, a desiderare di non essere più omosessuale, pur di evitare la sofferenza. I nazisti erano molto espliciti in questo obiettivo: fin quando sarai omosessuale soffrirai. E sai perché? Perché NOI ti faremo soffrire. Ti umilieremo, ti calpesteremo, faremo di te un animale fino a quando non ti deciderai a "cambiare". Ti "ripareremo"(1). E il bello è che "funzionava", avete visto? La maggior parte (non tutti... illuminante... non tutti) di loro guariva! Esattamente come coloro che escono dai "cicli di preghiera" e "guarigione" di associazioni a delinquere come Exodus, non sono più gay! Dobbiamo riconoscere, però, che rispetto ai metodi "spirituali" delle psicosette evangeliche o cattoliche, e a quelli "scientifici" dei furfanti del NARTH, il metodo nazista sembrava avere un successo molto maggiore; dopotutto, a sentire Hoss, le percentuali di guarigione del metodo nazi erano prossime al 100%, mentre il NARTH per sua stessa dichiarazione arriva massimo massimo al 60. Un metodo così efficace meriterebbe di esser riproposto oggi.

    Già, oggi...

    Oggi è diverso. Oggi il metodo è più sottile. Per "guarire" un omosessuale resta indispensabile farglielo desiderare; quindi farlo soffrire come omosessuale è inevitabile, è un elemento base. Se lo lasci amare ed essere amato, se lo lasci essere felice così come è, alla luce del sole, non vorrà mai cambiare! E se "sofferenza" è uguale a "guarigione", deve valere anche il contrario: "guarigione" porta con sé "sofferenza". E chi non ci sta, torni a nascondersi in cantina, che giammai diffonda il proprio vizio(2)! Dopotutto, l'aveva già capito Orwell: "L'uomo è infinitamente malleabile". Fai soffrire abbastanza un uomo, e gli farai credere che 2+2=5. Che ci vuole a fargli credere che gli piacciono le donne? 

    Dunque il primo passo è la distruzione psicologica: stigmatizzazione continua. Bisogna propagandare uno stereotipo omosessuale nel quale la sofferenza sia un elemento fondante. E naturalmente, bisogna distruggerne i sentimenti, questo è chiaro.

    L'amore omosessuale, dunque, deve essere distrutto e degradato, il valore di quel sentimento ridotto a zero.

    Io, omosessuale, dovrò credere che innamorarmi di un uomo non sia altro che una "malattia". Da qui lo spettro della "relazione di dipendenza emotiva", che aleggia nelle sedute di gruppo in cui gli omosessuali più fragili vanno a farsi "curare". Come se l'amore non fosse questo, come se non fosse compreso nell'amore diventare una sola carne, soffrire quando l'altro non c'è più, essere "dipendenti" da lui come lui lo è da noi! Cercare nella notte le braccia dell'amato, voler sentire il suo respiro come se fosse il proprio... anche questo è l'amore. E' un disturbo ossessivo, una meravigliosa dipendenza; e fa anche soffrire, alle volte.

    Ciò che i gruppi di guarigione cercano di distruggere E' amore, un amore talmente puro e bello da affrontare l'opposizione della società, da sorpassare gli ostacoli posti dalla cultura, dall'educazione e dalla religione "ufficiale"; è quell'amore per il quale vi sono perfino coppie gay che, pur di poterne vivere la bellezza nel rispetto della propria fede, scelgono di rinunciare al sesso per tutta la vita.

    Ecco, tutto questo NON E' amore. O almeno, questo è il messaggio che deve passare.

    E questo passo, la distruzione dell'immagine dell'amore omosessuale, ottiene anche un effetto collaterale importante: convince anche il cristiano della necessità della guarigione. Un cristiano giammai potrebbe, altrimenti, consentirsi di rimproverare l'omosessualità, perché tutta la legge veterotestamentaria ebraica svanirebbe di fronte al supremo comandamento cristiano dell'amore. E' impossibile convincere un cristiano che amare possa essere sgradito a Dio... quindi bisogna convincerlo che il sentimento omoerotico non è amore.

    Hoss-pensiero.

    Fa paura. Ma non è morto, si è solo evoluto.

    Qual è la differenza fra Hoss e Nicolosi?

    Forse il secondo non infila nello stomaco dell'omosessuale tubi di metallo contenenti testosterone, né li fa oggetto di trapianto di "testicoli sani". Adesso non sono più i testicoli che non vanno, adesso è il cervello.

    State tranquilli. Nulla che non si possa riparare(3). Se no a che servono le officine?

     

    Ossequi.

     

     

     

    (1)Il termine è drammaticamente orwelliano, e ci ricorda da vicino la "terapia riparativa dell'omosessualità" del "dottor" Joseph Nicolosi. Un uomo sbagliato non è un problema, basta ripararlo. Come le macchine.

    (2)Non possiamo fare a meno di notare che se non dai a un uomo una donna per anni, la sua parte omosessuale sarà assai facilitata ad emergere, specie in vicinanza di qualcuno che quella parte già la conosce bene... altro che "diffusione del vizio".  

    (3)Anche la lobotomia è stata usata per la guarigione. Se il cervello non va, basta aggiustarlo...


    February 23

    La lettera

     
    La meravigliosa e ormai famosissima lettera spedita da un ascoltatore alla Dott.ssa Schlesinger, che in una trasmissione alla radio aveva affermato che l'omosessualità è un abominio perché così dice la Bibbia.
     

    Cara Dottoressa Schlesinger,

    le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore. Ho imparato davvero molto dal suo programma, e ho cercato di condividere tale conoscenza con più persone possibile. Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18:22 si afferma che ciò è un abominio. Fine della discussione.

    Però, avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi specifiche e di come applicarle.

     

    – Vorrei vendere mia figlia come schiava, come sancisce Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita?

    – Quando do fuoco a un toro sull'altare sacrificale, so dalle scritture che ciò produce un piacevole profumo per il Signore (Lev. 1.9). Il problema è con i miei vicini: i blasfemi sostengono che l'odore non è piacevole per loro. Come devo comportarmi?

    – So che posso avere contatti con una donna quando non ha le mestruazioni (Lev. 15:19-24). Il problema è: come faccio a chiedere loro questa cosa? Molte donne si offendono...

    – Nel Lev. 25:44 si afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si può fare con i Filippini, ma non con i Francesi. Può farmi capire meglio? Perché non posso possedere schiavi francesi?

    – Un mio vicino insiste per lavorare di sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato a ucciderlo personalmente?

    – Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei è un abominio (Lev. 11:10), lo è meno dell'omosessualità. Io non sono d'accordo. Può illuminarci sulla questione?

    – Nel Lev. 21:20 si afferma che non posso avvicinarmi all'altare di Dio se ho difetti di vista. Devo effettivamente ammettere che uso occhiali per leggere... La mia vista deve per forza essere 10/10 o c'è una qualche scappatoia alla questione?

    – Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo è espressamente vietato dalla Bibbia (Lev 19:27). In che modo devono esser messi a morte?

    – Nel Lev 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri. Per giocare a pallone devo quindi indossare dei guanti?

    – Mio zio possiede una fattoria; è andato contro il Lev. 19:19, poiché ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo. Anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perché usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto (cotone e acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. È proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della città per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, più semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia il Lev. 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?

     

    So che Lei conosce questi argomenti molto meglio del sottoscritto, per cui sono sicuro che potrà rispondere a queste semplici domande. Nell'occasione, la ringrazio ancora per quello che fa per ricordare a tutti noi che la parola di Dio è eterna e immutabile.

     

    Sempre suo,

    un ammiratore devoto.

    February 17

    Piccola correzione...

     
    Chi l'ha detto che le scritture sacre debbano essere sempre le stesse nei secoli dei secoli? Io ritengo che alle volte sia doveroso cambiarle per adeguarle ai tempi. Prendiamo questo celebre passo del Vangelo di Matteo:
     
    In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.
    Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
    Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L’ultimo”.
    E Gesù disse loro: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”.
     
    Ecco, io credo che questo passo possa esser riadattato. Dopotutto, chi l'ha detto che Gesù scegliesse sempre le parole con la massima correttezza, o che esse siano state riportate in modo assolutamente fedele? Io lo correggerei in questo modo (gialle le mie correzioni):
     
    In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.
    Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
    Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L’ultimo”.
    E Gesù disse loro: “In verità vi dico: Gli ex-pubblicani e le ex-prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”.
     
    Beh, che ve ne pare? Io credo che una piccola modifica di questo tipo sia fattibile, dai; secondo me Gesù voleva dire quello, ma si è sbagliato. Errare è umano.
    Suvvia, non crederete davvero che una donna nata prostituta, vissuta prostituta e morta prostituta vada in paradiso? Ma daiiiiii! Rendiamo giustizia al vero Gesù, e modifichiamo questo piccolo passo. Una correzione da poco, ed ecco che il brano si fa più adatto al pensiero cristiano moderno, quello che le sagge gerarchie vaticane sostengono giustamente in questo periodo di decadenza morale.
     
    Ossequi
     
    (aggiungete a penna quelle paroline, dai!)
    January 27

    Uno strano rituale...

     

    I . 

     

    Il prete piazza il santo Vangelo sul leggio e coloro che devono essere uniti vi poggiano sopra la mano destra, tenendo una candela accesa nella mano sinistra. Dopo il prete li benedice con l’incenso e dice quanto segue:

     

    II .

     

    In pace di supplichiamo, o Signore

    Per la pace celeste ti supplichiamo, o Signore.

    Per la pace del mondo interno noi ti supplichiamo, o Signore.

    Per questo luogo sacro noi ti supplichiamo, o Signore.

    Perhé questi tuoi servi, N. ed N., siano santificati con la tua benedizione spirituale, noi ti supplichiamo.

    Perché il loro amore (agape)rimanga senza offesa o scandalo per tutti i giorni delle loro vite, noi ti supplichiamo, o Signore.

    Perché a loro sia provveduto tutto ciò di cui hanno bisogno per la salvezza e la grazia di Dio noi ti supplichiamo, o Signore.

    Perché il Signore Dio garantisca loro fedeltà senza vergogna (pistis) e sincero amore (agape anupokritos) noi ti supplichiamo, o Signore.

    Signore, abbi pietà di noi (X 3)

     

    II .

     

    Il prete dice:

    Tu, o Signore e Sovrano, buono e misericordioso, che hai fatto l’umanità a tua immagine e somiglianza, che hai permesso che i santi apostoli Filippo e Bartolomeo fossero uniti, legati l’uno all’altro non dalla natura ma dalla fede e dallo spirito. Così come hai ritenuto i santi martiri Sergio e Bacco meritevoli di essere uniti (adelfoi genesqai), benedici anche questi tuoi servi, N. ed N., uniti non per legame di natura ma dalla fede e secondo l’indole dello spirito (agapou desmoumenos desmi fiseis alla pisteis kai pneumatikos tropi), garantendo loro pace (eirene)e amore (agape) e unità delle menti. Cancella dal loro cuore ogni macchia ed impurità e permetti che si amino a vicenda (agapan allelous) senza odio e senza scandalo per tutti i giorni della loro vita, con l’aiuto della madre di Dio e tutti i tuoi santi, poiché tua è ogni gloria.

     

     

     

     

     

     

    ......

     

    ???

     

    [Note: questo antico rito orientale sembra essere datato fra il IV e il IX secolo a.C., ed è definito di adelfopoiesi, ovvero di fratellanza spirituale (i riti per la fratellanza di sangue sono stati sempre avversati dalla Chiesa); di solito veniva celebrato a seguito di un matrimonio.Esistono centinaia di testi simili.]

    January 23

    Verità sacrificabili

     

    Si può sacrificare la verità? Si può mentire per difendere ciò che è giusto o si ritiene tale?

    È un quesito morale non da poco.

    Per quanto mi riguarda, voi tutti sapete bene la strada che ho scelto: dire sempre e comunque la verità, perché ho sempre creduto che senza verità non c’è giustizia. Verifico sempre che i miei strumenti logici siano raffinati e corretti, e che ogni passaggio del mio ragionare sia il più possibile pulito e lineare; ovunque ritenga che la mia conoscenza abbia una “zona grigia”, preferisco sempre il silenzio, per rispetto della verità. Non taccio mai ciò che può andar contro le mie opinioni, perché se si tratta di un argomento debole posso parlarne senza problemi, se invece è davvero forte, allora sarà la mia opinione a dover essere modificata del tutto o in parte. Ma nulla giustifica un silenzio, un’omissione importante, una bugia. Tutto questo lo faccio in onore della verità, perché credo, lo ripeto, che non possa esservi giustizia senza di essa.

    Ma non tutti fanno la medesima scelta.

    È emblematico, al proposito, il brano che segue, del teologo cattolico Franz Joseph Schierse:

     

    «Il testo, il messaggio [ … ] degli Atti degli Apostoli, si comincia a capirli solamente quando si va al di là delle problematiche storico-critiche [ ... ] Da quando è sorto il metodo storico-critico, vale a dire da 200 anni, anche i semplici lettori della Bibbia si sono lasciati im­porre, da una scienza screditata come razionalistica, sempre di più la «legge del pensare».

    Solo così si spiega che negli incontri biblici della chiesa e nell'ora di religione non si riesce quasi mai ad andare oltre questa questione: cosa è successo, come è successo o, quanto viene raccontato è andato vera­mente così? I lettori della Bibbia si tranquillizzano solamente se li si rassicura che tale testo o tale storia riferiscono vera­mente fatti storici. Se gli si dicesse per esempio che è, con un eufemismo, molto dubbio se gli apostoli abbiano visto vera­mente con i loro occhi che il Gesù risorto fu elevato in cielo (At 1,9-10), si provocherebbe una viva inquietudine. E il rela­tore o l'insegnante di religione dovrebbero rassegnarsi a esse­re accusati di mancanza di fede» (Geschichte und Geschichten [Storia e storie], in «Bibel und Kirche» 2/1976, p. 35).

     

     

    È piuttosto chiara l’opinione di Schierse sulla questione. Lui ritiene che agli studenti si debba sostanzialmente mentire, o quanto meno rendersi responsabili di colpevoli omissioni. La “legge del pensare” è deleteria; se qualcuno deve pensare, quello non deve essere il “semplice lettore della Bibbia”. Qualcun altro deve farlo; forse il teologo, forse il vescovo, chissà …

    La verità, dunque, è sacrificabile. Qualcuno la saprà, ma non è necessario che la conoscano tutti, anzi! Meglio che siano in pochi a saperla.

    Gli esempi che si possono dare di questo atteggiamento non sono limitati alla Chiesa Cattolica.

    I miei colleghi evoluzionisti, ad esempio, se ne rendono spesso colpevoli. L’immagine pubblica del Darwinismo viene costantemente ripulita da ogni incertezza, da ogni dibattito, da ogni spunto di riflessione critica. Eppure l’evoluzionismo, per quanto sostanzialmente corretto, non è certo un dogma religioso; è in continua modificazione e, (ironico) evoluzione. Cambia, come tutte le cose. Ma il volgo non deve saperlo; deve pensare che gli evoluzionisti sappiano tutto, che siano sempre d’accordo su tutto, che non vi sia mai dibattito.

    Anche in ambito psicologico si tende a sacrificare spesso l’immagine pubblica della verità. I testi di psicologia sostengono che la stragrande maggioranza degli uomini sia, almeno allo stato latente, bisessuale, e che solo una piccola percentuale sia invece nettamente etero- o omo-sessuale. Propugnare un’immagine assolutamente statica e immutabile dell’orientamento sessuale, ciò che tendenzialmente viene fatto per difendere noi omosessuali dalle discriminazioni, vuol dire rivelare solo una parte della verità; il resto non va detto, il volgo non deve saperlo.

    C’è una logica dietro tutto questo; crudele, ma c’è. Se si venisse a dire al volgo che il Vangelo non è un resoconto storico affidabile al 100 %, che il Darwinismo non è certo una teoria “arrivata”, che anche un omosessuale, un giorno, potrebbe voler sposare una donna … Immaginate che accadrebbe? La Chiesa perderebbe potere e la crisi del Cristianesimo si aggraverebbe; in compenso, gli islamici e i cristiani rimasti comincerebbero (continuerebbero?) a pretendere che Darwin scompaia dai libri di testo; le terrificanti teorie sulla “cura” per l’omosessualità avrebbero un (ulteriore?) boom di popolarità.

    Mentire paga?

    Non posso non pormi la questione, nonostante la scelta che ho fatto, quella che mi impone anche adesso di continuare ad affermare quella che credo sia la verità. Continuo a farlo, nonostante già in passato mi sia accaduto di subire strumentalizzazioni, forse perché in fondo in fondo ci credo ancora.

    Proprio per questo voglio provare a far sentire anche l’altra campana:

    Schierse, ad esempio, è* cattolico nonostante sia sua convinzione più o meno velata che il racconto dell’ascensione sia leggendario. Avrà i suoi motivi per continuare ad esserlo. Cosa gli fa pensare che, se debitamente fatti edotti di tali motivi, i suoi studenti non farebbero altrettanto? Non sarebbe meglio metterli a parte di quella che egli ritiene la verità? Perché essi dovrebbero giungere a conclusioni differenti dalle sue? Perché mentire, o omettere colpevolmente?

    E lo stesso vale per gli studenti di biologia. Vi sarà qualche zona grigia nell’evoluzione, ma alla fin fine è alla sua luce che ogni cosa in biologia assume un vero senso. Se dotati di un’istruzione approfondita e completa, non dovrebbero rendersene conto anche loro?

    E allo stesso modo, non finirebbe con l’essere un duro colpo, per Nicolosi e i ciarlatani della sua risma, rivelare che non esiste un’eterosessualità latente, ma solo una bisessualità di tutti?

    Sono un sognatore, ovviamente.

    Il volgo è fatto per lo più di stupidi, che non sono pronti ad affrontare la verità per intero, con tutte le sue incertezze e provvisorietà.

    Guardatevi intorno per accorgervene. Ad esempio, cosa c’è di più corretto, onesto e veritiero, che dire “Probabilmente non esiste Dio”? Eppure agli occhi dei più quel “probabilmente” è solo un segno di debolezza; proprio quell’umile avverbio, che nobilita infinitamente frase, all’animo volgare sembra nulla di più di un autogol. Di fronte alla Verità con la V maiuscola, il volgare si sente smarrito e senza punti di riferimento, e sarà pronto ad aggrapparsi a qualsiasi verità da quattro soldi, stavolta con la V minuscola, pur di sentirsi meno perduto, pur di potersi tenere le proprie meschine certezze.  

     

    Io tutto questo lo so perfettamente; so bene i danni che può fare la Verità nelle mani di un anima volgare. Eppure ho scelto testardamente di non mentire mai (o almeno di provarci).

    Perché?

    Forse perché ho fiducia che i miei lettori non siano di animo volgare? Forse perché mi illudo di poter “nobilitare” un po’ anche chi invece lo sia e capiti per caso da queste parti? Forse perché non sono bravo a dire le bugie?

    O forse perché, tutto sommato, continuo a credere che nessuna menzogna possa essere più forte della Verità?

    Mistero.

     

     

    Ossequi

       

    *In realtà non ho idea se sia ancora vivo.

    January 22

    "Superamento" del Positivismo?

     

    Nello stratagemma numero 32 de “L’arte di ottenere ragione”, Arthur Schopenhauer afferma che:

     

    Un modo spiccio per accantonare, o almeno rendere sospetta, un’affermazione a noi contraria dell’avversario, è quello di ricondurla ad una categoria odiata, anche se la relazione è solo di una vaga somiglianza o è tirata per i capelli; ad esempio: “Questo è manicheismo; questo è arianesimo; questo è pelagianesimo; questo è idealismo […]”. Con ciò supponiamo due cose: 1) Che quell’affermazione è effettivamente identica a quella categoria, o almeno è contenuta in essa, ed esclamiamo dunque: “Oh, questa non è affatto nuova!”; 2) Che questa categoria è già stata del tutto confutata e non può contenere una sola parola di vero.  

     

    Per questo detesto sentir dire “Questo è positivismo!”.

    Tanto per cominciare, di solito la somiglianza è effettivamente vaga o tirata per i capelli. Tanto per finire, il positivismo è stata un’esperienza importante, e, per quanto possiamo ritenerla “superata”, la sua eredità è grande ed è sopravvissuta sino ad oggi.

    Che vuol dire poi, per una teoria filosofica, essere “superata”? Essere meno di moda che in passato? Essere stata confutata da strumenti logici o scientifici prima sconosciuti? Essere vecchia?

    Allora, fatte le debite proporzioni fra i due fenomeni, direi che il Cristianesimo è molto più “superato” del positivismo …

    Ma qua ricado nell’argomentazione ad hominem, visto che il positivismo è un po' la bestia nera dei clericali. Meglio evitarlo, questo non è un dibattito, ma solo un'analisi. D’altro canto, quello che ho fatto poco fa è solo un esempio di ciò che dovremmo sapere tutti: che la filosofia non è come la scienza; le sue sono domande di senso, riguardano il perché, non il come. Per questo sono sostanzialmente senza risposta*, e non sta scritto da nessuna parte che la teoria più moderna sia quella che vince.

    Quel che è certo è solo che, nonostante i suoi numerosi errori ed esagerazioni, dobbiamo molto al positivismo e ancora di più dobbiamo alla scienza. Forse non ha salvato il mondo dalle tenebre, forse la metafisica (purtroppo) non è riuscito a stroncarla del tutto … ma almeno ci ha dato la medicina moderna e la teoria di Darwin.

    Hanno forse peccato di ingenuità i positivisti, nel credere di essere il culmine della storia del pensiero umano? Non importa, noi scienziati di oggi non crediamo più di esserlo; pensiamo solo di avere mezzi e conoscenze più avanzate che in passato, e ne facciamo uso al massimo delle potenzialità.

    Hanno peccato i positivisti nel pensare che il progresso tecnologico avrebbe salvato il mondo da ogni male? Non abbiamo più questa illusione, ma i nostri sforzi per migliorare la società li facciamo lo stesso.

    Hanno peccato i positivisti nel credere che la scienza fosse un metodo assolutamente perfetto e universale di conoscenza, in grado di scardinare del tutto la metafisica portando alla scoperta di verità assolute e inconfutabili? Bene, noi invece riteniamo solo che la scienza sia un ottimo metodo di conoscenza, sufficiente ad analizzare la maggior parte delle esperienze umane, in grado di portare a conclusioni ragionevolmente realistiche, e in definitiva sicuramente più utile ed affidabile delle varie fantasticherie metafisiche di cui la storia è ormai colma.

    Insomma, se si vuole liquidare un pensiero o un’affermazione soltanto applicandovi il marchio infamante del positivismo, meglio rinunciare. Non serve alla propaganda (i più non sanno manco cos’è il positivismo) e non è utile nemmeno quando si dibatte con qualcuno che sappia un minimo di scienza e filosofia. Perché perderci tempo?

     

    Ossequi

     

    *Mentre la “modalità” è una categoria che ritroviamo in ogni aspetto della natura, espressa tramite le sue leggi intrinseche di funzionamento, la “finalità” è una categoria esclusiva di ciò che è pensante (uomo è in minor misura vari animali). Il tentativo di rintracciare un fine nelle cose è quindi naturalmente infruttuoso; esso finisce col diventare un’analisi autoreferenziale che l’uomo fa dell’uomo, ed è dunque limitata nel proprio successo dall’intrinseca incapacità di un sistema di descrivere esaurientemente se stesso.

    January 13

    Contro cervello

     

    Quello di “contro natura” è un concetto cadavere. Porta con se la puzza del marciume.

    Dissezioniamolo. 

    natura

    natùra s.f. FO

     

    FO mondo AU universo CO cosmo, creato

    FO animo, carattere AU personalità CO indole, temperamento

    FO qualità, genere, specie, tipo AU struttura CO essenza

    (Dizionario De Mauro della lingua italiana)

     

    Isoliamo i significati principali. “Essenza” lo sembra, ma non lo è, perché è una tautologia. Depenniamola dalla lista. Magari teniamo conto che, nel parlare degli altri casi, ci si riferisce agli aspetti “essenziali”, ovvero peculiari e distintivi, di ciò che analizziamo. Restano:

    1)      Animo, carattere, personalità, indole, temperamento.

    Contro natura è ciò che va contro le proprie naturali disposizioni.

    Un uomo che senta il desiderio di masturbarsi e non lo faccia per qualche motivo è contro natura. Un uomo iracondo che si trattiene per qualche motivo va contro natura. Un uomo che non rutta in pubblico anche se ne avrebbe bisogno è contro natura. Un omosessuale represso è contro natura.

    2)      qualità, genere, specie, tipo, struttura

    Si ricade nel mondo fisico tramite il termine “struttura”. Contro natura è ciò che non rispetta la “naturale” struttura delle cose. Supponiamo che naturale sia “quella che vien loro data alla nascita”(1).

     La guarigione dalla sordità congenita è contro natura. Una dentiera è contro natura. Un’operazione chirurgica di qualunque tipo è contro natura. Anche la cura di una deformità è contro natura.

    Anche fare body building, o comunque tentare di modificare il proprio corpo in alcun modo, è contro natura. È contro natura lavorare il ferro, o costruire tavoli di legno, o più in generale plasmare qualsiasi materiale presente in natura in strutture che non siano quelle dategli dalla terra.

    Tali cose alterano la struttura che le cose hanno alla “nascita”, se così possiamo dire. Andare contro natura consisterebbe appunto nel modificare tali strutture.

     

    In un’ottica diversa e più arbitraria, è possibile stabilire un legame fra struttura e funzione. Il problema di quest’ottica è la necessità di ricorrere a categorie teleologiche o teleonomiche. Nel primo caso vi è un livello troppo elevato di arbitrio, nel secondo non si può invece prescindere da un’ottica evoluzionistica, e quindi sostanzialmente amorale(2).

    3)      mondo, universo, cosmo, creato 

    La natura come insieme delle leggi che regolano l’universo. Questa definizione ci porta alla conclusione più ovvia: non esiste il  “contro natura”(3).

    Le leggi dell’universo che sono le stesse che hanno generato la vita, che l’hanno fatta evolvere, che le hanno dato strutture e funzioni specifiche, sono quelle che ancora e sempre la governano.

    Andare contro natura è impossibile; ogni azione che si compie nasce nella natura e si compie nella natura, per motivi interni alla natura e nel pieno rispetto delle regole che essa detta. Contro natura potrebbe essere solo un miracolo, un prodigio divino. La conclusione più logica e interessante è dunque che il “contro natura” non esiste, visto che l’eccezione non conferma affatto la regola, ma semmai la invalida.

     

    Si è quindi di fronte ad una di quelle parole o locuzioni vuote di concetto, cui gli uomini risalgono montando più o meno a casaccio il materiale grezzo che il loro cervellino conserva gelosamente.

    Come per la sua cugina “normalità”, ma con un affronto perfino maggiore alla logica, il “contro natura” assolve al solo scopo di creare e mantenere gerarchie di potere e privilegi.

    E visto che la gente pensante è sempre la minoranza della popolazione, devo riconoscere che riesce ancora a farlo magnificamente bene.  

       

    (1)                Non ho trovato un’altra definizione sufficientemente oggettiva.  

    (2)                Nessuno di noi si è mai posto il problema di vivere secondo prospettive di successo genetico. O almeno, di sicuro non i preti …

    (3)                Emblematica la frase di un collega che si è ritrovato per caso a leggere queste righe: “E tu ci scrivi un intervento sopra? Ma era ovvio, non è mica una cosa da dimostrare!”

     

     

     

    Ossequi.

     

     

     

    November 12

    Povero Diavolo

     

    "[...]Anche il diavolo è un angelo. Comunque, nessuno ha su­bito un torto più grande di lui, e nessuno più di lui è stato mandato al diavolo. Nel linguaggio popolare si usa perciò a ragione l'espressione «povero diavolo». Nell'Antico Testamento - che non parla quasi per niente di lui e lo conosce praticamente solo come figura marginale - il diavolo è uno dei «figli di Dio» (Gb 1,6), titolo questo attribuito anche in altro luogo agli angeli. Egli non è stato ripudiato da Dio, né ha rinnegato il Padre eterno. E sebbene non faccia parte di que­gli angeli che stanno «davanti a Dio» (come Gabriele per esem­pio), appartiene pur sempre al gruppo di coloro che sono in contatto diretto con Lui e fanno parte della corte celeste.

    Nei confronti di Dio, il diavolo funge da accusatore degli uomini. Per esempio non crede alla devozione di Giobbe. La parola ebraica «Satana» che viene usata nell'Antico Testamen­to deriva dal linguaggio giuridico e indica «l'accusatore in tri­bunale» e in questo senso «l'avversario». Pertanto Satana è una specie di pubblico ministero celeste. La versione greca della Bibbia traduce «satana» con diabolos, ovvero accusatore, calunniatore. Infatti, all'uomo piace sentirsi calunniato quan­do viene criticato in qualche modo. Dalla parola greca diabolos si è poi sviluppato il termine tedesco Teufel (diavolo). Per inci­so: il serpente del paradiso non era il diavolo; era solamente un demone nocivo o semplicemente, un simbolo della tentazione. Solo più tardi l'immaginazione popolare vi ha voluto vedere il diavolo.

    Nel contesto dei processi ecclesiastici di canonizzazione si usava fino a tempi recenti il termine advocatus diaboli. Si tratta di un'espressione scherzosa che indica l'avvocato generale della fede, ma tale espressione coglie nel segno. Essa riporta a galla la vecchia concezione del diavolo. Infatti, l'avvocato in­teressato non è certo un avvocato del diavolo nel senso che voglia fare del male, ma è piuttosto un avversario che collabo­ra alla ricerca della verità raccogliendo tutti i dati che si oppongono alla canonizzazione. Pertanto egli è un satana nel senso originale del termine.

    Nell'Antico Testamento c'è solamente un brevissimo passo che ascrive a Satana l'istigazione al peccato: secondo il Primo Libro delle Cronache (21, 1) egli spinse Davide a ordinare un censimento non voluto da Dio. Secondo il passo parallelo che si trova nel Secondo libro di Samuele (24,1), invece, Dio stes­so spinse Davide a compiere il peccato del censimento. Pertanto, Satana non è ancora una forza veramente staccata da Dio.

    Solo negli scritti post veterotestamentari del giudaismo, va­le adire negli ultimi due secoli a.C., si arriva a contrapporre Satana a Dio: l'avversario che accusa gli uomini diventa un avversario di Dio, nonché capo di un regno che si oppone a Dio, e quindi il principe cattivo per eccellenza. La fantasia degli uomini scavò in seguito un solco sempre più grande fra Dio e Satana, e ciò per scagionare Dio di fron­te all'esistenza del male. Sulla base di un'antica leggenda sull’unione di uomini celesti (= angeli) con donne umane (cfr. Gen 6,1-4, un altro caso per il signor v. Daniken), il libro di Enoc al quale abbiamo già accennato sviluppa ampiamente e con fantasia oscura l'idea di una caduta degli angeli. Il capo degli angeli caduti è, secondo Enoc, appunto Satana. I figli di meretrice, frutti di tale fornicazione angelica, sono i demoni. Loro sono (solamente) demoni nocivi e spiriti portatori di malattie.

    Nel Nuovo Testamento Satana conserva tutti i tratti negati­vi e contrari a Dio che ha acquisito nel tardo giudaismo. Sata­na è una forza maligna sovrumana.

    Il Nuovo Testamento mantiene ancora ampiamente la distinzione originale fra Sata­na e i demoni. Ma a partire dai padri della chiesa tale distin­zione si va via via sfumando: non si distingue più fra chi è pos­seduto da demoni e chi invece dal diavolo. Comunque, tutta la credenza nell'apparizione dei diavoli e dei demoni tardogiudaica, neo testamentaria e cristiana, continua a essere viva nei vescovi e in altre anime semplici.

    La fede nel diavolo come autore del male è una superstizio­ne. L'uomo ha inventato il diavolo per scagionare se stesso. Egli non vuole essere responsabile dei suoi atti, ma la respon­sabilità rimane, comunque, solo ed esclusivamente sua. Lui e nessun altro è il principe infernale della Terra, il che non dimi­nuisce né il potere né la forza demoniaca del male nel mondo.

    I cristiani, invece, considerano il male nel mondo da sem­pre come una dimostrazione dell'esistenza del diavolo. Her­bert Haag cita nel suo libro Vor dem Bosen ratlos? (sconcertati di fronte al male?) (1978) il vescovo Graber di Ratisbona. Ne­gli anni Settanta il vescovo di Wurzburg fece esorcizzare una studentessa di Klingenberg che si presumeva posseduta e che morì in seguito; il suddetto vescovo Graber disse in occasione di questo noto episodio: «Se non esiste il Maligno, l'uomo è il solo responsabile». Ma l'uomo non vuole essere il solo responsabile, anzi se possibile, non vuole essere affatto responsabile dei suoi atti malvagi. «E’ possibile che Dio abbia fatto l'uomo talmente orrendo?» si chiede il vescovo Graber, e subito risponde: «Non è possibile, poiché Lui è amore e benevolenza. Se non esiste nessun diavolo non esiste neppure alcun dio».

    Un tale volo teologico che fa sembrare che l'esistenza del diavolo sia una condizione indispensabile dell'esistenza di Dio, non fa altro che spostare la problematica. Infatti, Herbert Haag ha ragione quando dice che «in quel momento il vescovo sembra aver dimenticato che, secondo la dottrina della chiesa, anche il diavolo è stato creato da Dio [ ... ] pertanto Dio ha comunque creato un essere orrendo» (1oc. cit., p. 246).

    Per inciso, proprio in questo momento l'Italia sta vivendo un'invasione di demoni. Uno dei più noti esorcisti d'Italia è padre Gabriele Amorth, sacerdote dell'ordine di San Paolo nonché membro della Pontificia Accademia Mariana Interna­zionale. Secondo le indicazioni da lui stesso fornite 12.000 posseduti o parenti di posseduti (considerando solamente il periodo dal 1986 in poi) si sono rivolti a lui. Pertanto, egli ha chiesto alla Conferenza Episcopale Italiana l'istituzione di un centro per la formazione e il coordinamento degli esorcisti. Nel corso di un'intervista pubblicata il 1° giugno 1992 su «Og­gi», padre Amorth fece presente che anche Giovanni Paolo II pratica attivamente l'esorcismo e riferì che nel 1984 il papa aveva compiuto, «con sicurezza» due esorcismi; anche dopo (come già in precedenza nel contesto della sua attività in Polonia) il pontefice avrebbe scacciato dei diavoli.

    Quanto ai processi di esorcismo nella Germania dei nostri giorni, il 24 aprile 1978, «Der Spiegel», citando il quotidiano amburghese «Bild», scrisse: «Il p.m. (nel processo di esorcismo di Klingenberg) riconobbe a tutti e quattro gli imputati una ri­dotta capacità di intendere e di volere a motivo della loro profonda religiosità».

    Gli esseri umani si domandano da sempre quale sia l'origine del male, la causa delle lacrime e delle malignità del mondo, domanda questa alla quale finora nessuna teologa ha saputo rispondere. Lo scrittore ecclesiastico Lattanzio, che Costantino chiamò nel 317 come educatore del principe Crispo a Tre­viri, riporta una riflessione del filosofo greco Epicuro (m. 271/270 a.C.):

    «Dio o vuol togliere i mali e non può, o può e non vuole o non vuole e non può o vuole e può. Se vuole e non può è debole, il che non può ammettersi. Se può e non vuole è invidioso, cosa del pari contraria a Dio. Se non vuole e non Può è invidioso e debole e perciò non è Dio. Se vuole e può ... donde provengono i mali?» (De ira Dei, cap. 13; trad. it.: Lattanzio, Se Dio può adirarsi, Ezio Cantagalli, Siena 1929, p. 55).

    Nel trattare la questione della causa del male i teologi si so­no decisi sempre per la seconda possibilità, affermando cioè che Dio è sì in grado di eliminare i mali, ma che per qualche motivo non vuole farlo.

    I teologi erano, quindi, disposti a smi­nuire la misericordia di Dio piuttosto che sminuire la sua onnipotenza. Un dio potente trova più satelliti che non un dio che prova compassione. Infatti, l'uomo tende a creare Dio a propria immagine e somiglianza, e per lui la potenza e il po­tere significano molto, a volte sono tutto, mentre la misericordia lo interessa molto di meno, a volte non lo interessa af­fatto.

    Ma dovremmo cambiare idea: Dio non può eliminare il male se non vuole annegare gli uomini. E pertanto non gli resta che l'afflizione."

     

     

     

     

    Uta Ranke-Heinemann; "Così non sia: introduzione al dubbio di fede"

    October 29

    Obiettivi laici

     
    Prendete una religione a caso che abbia una modesta diffusione in Italia. Vanno bene i Testimoni di Geova, che sono (sigh) terza religione d'Italia. Esaminate i rapporti che questa confessione ha con la società e con la politica. Fatto?
     
    Bene. In uno stato laico, tutte le confessioni religiose hanno quella medesima relazione con lo stato, o poco più intensa. Raggiungere quella situazione è il nostro obiettivo.
    Dunque:
     
    I TdG pagano le tasse per le loro case e, credo, anche per gli edifici sacri (se così non fosse, così dovrebbe essere). Ciò deve valere per tutte le religioni d'Italia.
    I TdG non hanno rappresentanza politica propria, ovvero sono rappresentati in parlamento in quanto cittadini, e non in quanto TdG. Così deve essere anche per le altre religioni.
    In generale, TdG non si pronunciano in quanto tali a favore di questa o quella legge. Lo stesso devono fare i rappresentanti di ogni altra confessione religiosa.
    I TdG non hanno a disposizione un'ora per l'insegnamento della loro religione da parte di insegnanti scelti da loro. Lo stesso deve valere per ogni altra religione.
     
    Tutte queste cose non sono dovute dallo stato a nessuna confessione religiosa. Sono quindi privilegi, e non diritti.