Alberto's profileIl biologo impertinentePhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    September 18

    Inconsapevoli bugiardi


    "Paul Ingram, un vicesceriffo, era stato accusato di aver violentato le figlie, sulla base dei loro ricordi ritrovati, dopo che un membro della Chiesa Pentecostale frequentata dalla famiglia, e provvisto a suo parere del dono della profezia, aveva informato una delle ragazze di aver saputo da Dio che aveva subìto abusi sessuali. Ingram sostenne di non ricordare alcun abuso, ma sotto la pressione del reverendo e del terapeuta delle figlie, cominciò a “ricordare”. Le accuse delle ragazze divennero rapidamente più stravaganti: erano state violentate e costrette a partorire neonati poi sacrificati in un rituale satanico cui avevano partecipato anche altri abitanti della città. E Ingram ricordò doverosamente molti di questi eventi. Si dichiarò colpevole, e fu condannato a venti anni di galera.

    Durante il processo Ingram fu esaminato in modo approfondito da Richard Ofshe, uno psicologo sociale, per sapere quanto fosse suggestionabile. Molti di noi sono vulnerabili all’inserimento di falsi ricordi, come ha dimostrato Elizabeth Loftus, ma quelli di un abuso sessuale potrebbero essere creati dal nulla? Ofshe fece una prova. Disse a Ingram che secondo suo figlio, aveva costretto il ragazzo ad  avere un rapporto sessuale con la sorella a cui aveva assistito. In realtà, il figlio di Ingram non aveva mai detto nulla del genere e sulle prime, Ingram non riuscì a ricordare l’evento. Dopo aver pregato e meditato tuttavia, sviluppò un ricordo particolareggiato. In base anche alle osservazioni di Ofshe, tentò di dichiararsi innocente, ma era troppo tardi: la corte respinse l’appello (Schacter 1996). Scontò quattordici anni prima di essere liberato nel 2003"


    (Da Neil Levy; "Neuroetica. Le basi neurologiche del comportamento morale"; 2007.)

    June 22

    Due parole sulle cellule staminali

    Le cellule staminali sono uno degli argomenti sui quali viene fatta più disinformazione, al giorno d’oggi. Quanto segue è un tentativo di riportare esclusivamente affermazioni corrette e verificabili al proposito.

    Cos’è una cellula staminale?

    È una cellula non differenziata, ovvero che non presenta le caratteristiche funzionali tipiche di questo o quel tessuto, ma riproducendosi è in grado di dare origine a cellule che invece le hanno. Tutte le cellule dell’organismo derivano da cellule staminali.

    Una cellula staminale può essere multipotente, ovvero essere in grado di dare origine solo ad un numero limitato di tipi cellulari; pluripotente, ovvero in grado di dare origine a qualsiasi tipo di cellula o tessuto presenti nell’adulto; o infine totipotente, ovvero in grado di dare origine a qualsiasi cellula o tessuto della specie di origine, compresi gli annessi embrionali.

    A cosa ci servono le cellule staminali?

    Per noi servono solo ad essere coltivate. Se si riesce a ottenere un coltura di cellule staminali, da esse è poi possibile ottenere linee cellulari con caratteristiche specifiche, come fibre muscolari e neuroni.

    Le applicazioni più plausibili di questa tecnologia sarebbero di tipo diagnostico e farmacologico: se riuscissimo a ottenere linee cellulari specifiche per un paziente, potremmo utilizzarle, ad esempio, per testare su di esse, prima che sul paziente, dei nuovi farmaci. Oppure potremmo studiarne in maniera approfondita le caratteristiche genetiche ed epigenetiche per trovare delle possibili cure. Applicazioni di questo tipo sono piuttosto vicine, e già si vedono i primi risultati in questo senso.

    Ciò nonostante, i media tendono a puntare i riflettori su un altro possibile utilizzo delle cellule staminali: la replacement therapy. L’idea, semplice e allettante, è di utilizzare le cellule staminali per ricostituire popolazioni cellulari decimate, ad esempio, da malattie degenerative come l’Alzheimer e il Parkinson. La possibilità è interessante, ma applicazioni serie di questo tipo sono ancora lontane.

    Quali sono i problemi connessi alla replacement therapy?

     Al momento non esiste una pubblicazione scientifica riconosciuta che attesti un utilizzo efficace della replacement therapy a base di cellule staminali. Esistono laboratori che affermano di essere già riusciti nell’obiettivo, ma non mi risulta alcuna documentazione ufficiale di tali risultati, che vanno quindi guardati almeno con sospetto.

    Per quelle che sono le mie conoscenze, l’utilizzo delle staminali per la replacement therapy è ancora assai lontano.* Tuttavia non è da escludere che molti di noi vivano abbastanza da vederla, se sarà concesso alla ricerca scientifica di fare il suo corso.

    Come ci si procura le cellule staminali?

    Dall’organismo adulto o dal cordone ombelicale, ma non sono pluripotenti

    Da embrioni ottenuti in tramite fecondazione in vitro

    Da embrioni ottenuti tramite clonazione

    Da fusione di cellule somatiche con cellule tumorali

    Tramite “sdifferenziamento” di cellule adulte (iPSc).

    Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di ciascun metodo?

    Tutto dipende da che tipo di cellule staminali ci interessa ottenere, e come vogliamo utilizzarla. Le cellule staminali adulte possono essere semplicemente estratte dall’organismo di origine, e hanno prospettive terapeutiche molto promettenti. Purtroppo però non sono pluripotenti, e questo pone seri limiti al loro utilizzo.

    Le cellule staminali embrionali (Embryonic Stem cells, ES cells) sono totipotenti e possono essere estratte senza troppa fatica, ma la resa del procedimento non è altissima e, soprattutto, le cellule staminali in questione non hanno lo stesso codice genetico del paziente su cui potremmo volerle usare.

    Questo problema può essere aggirato tramite il procedimento di clonazione, che è piuttosto noto: Si prendono una cellula somatica dell’organismo da clonare e un uovo fecondato da un suo conspecifico, quindi si estrae il nucleo dall’uovo fecondato e lo si sostituisce con quello della cellula somatica che vogliamo clonare. La cellula uovo è “programmata” per dare origine all’embrione, e l’impianto di un nuovo nucleo non cambierà questo progetto; per cui quando lo zigote inizierà a scindersi avremo un’ottima fonte di cellule staminali con il codice genetico del nucleo donatore.

    Purtroppo al momento con la clonazione siamo fermi ai lemuri, ed il procedimento ha, ancora una volta, resa bassissima. Prima di pensare di clonare l’uomo ne scorrerà di acqua sotto i ponti, e anche quando ne saremo in grado non potremo farlo perché la legge italiana lo ritiene un peccato capitale e lo proibisce categoricamente.

    Per tutti questi motivi, gli scienziati tendono oggi a cercare altri modi per procurarsi le cellule staminali, che permettano di ottenere cellule con lo stesso codice genetico del paziente, che siano pluripotenti, e la cui produzione non sia punita con la ghigliottina.

    Un modo è la fusione di una cellula adulta con una cellula tumorale. La cellula adulta torna così indifferenziata e in grado di riprodursi. Ovviamente non si parla nemmeno di un utilizzo di cellule di questo tipo per la replacement therapy; pur tuttavia il loro studio può suggerire informazioni importanti sui meccanismi che stanno alla base della pluripotenza.

    Oggi, quindi, molti studiosi tendono a interessarsi più che altro alle cosiddette iPSc, Induced Pluripotent Stem cells.

    Come si ottengono le IPSc?

    La tecnica consiste nel fare in modo che una cellula adulta esprima un determinato set di geni che la riporti alla pluripotenza. Un gruppo giapponese ha prodotto cellule staminali murine utilizzando fibroblasti in cui è stato fatto esprimere il set di geni composto da Oct4, Sox2, c-Myc, e Klf4. Un gruppo americano è invece riuscito a ricavare cellule IPS da fibroblasti umani transfettandovi i geni OCT4, SOX2, NANOG, e LIN28 (l’ultimo sembra non essere comunque indispensabile). Le due combinazioni sono intercambiabili (anche se con qualche difficoltà) e, a parte Oct4 e Sox2, su cui non abbiamo le idee chiare, si pensa che esistano anche altre combinazioni in grado di indurre la staminalità.

     

    Che problemi ci sono al momento con le iPSc?

     

    Vari. Uno dei problemi sorge con il primo set di geni. C-myc, infatti, seppur non indispensabile alla riprogrammazione, aumenta notevolmente l’efficienza. Il problema è che C-myc è un gene tumorale, dunque il suo utilizzo per applicazioni terapeutiche è da escludere.

    Questo ci porta all’altro problema, la resa bassissima del processo. Meno dello 0,1 % delle cellule trasforma correttamente. Tuttavia, secondo Yu e Thompson, autori della riprogrammazione delle staminali umane:

     

    since reprogrammed clones can be consistently recovered and expanded with the existing gene combinations, for practical applications, the current low reprogramming efficiency itself is really not an issue”

     

    “Dato che I cloni riprogrammati possono essere ripetutamente recuperati ed espansi con le combinazioni di geni esistenti, per applicazioni pratiche, l’attuale bassa efficienza di riprogrammazione non è davvero un problema”

     

    Ma, ahimè, aggiunge:

     

    “… unless reprogramming selects for abnormal genetic or epigenetic events that are stably propagated in the resulting iPS cell lines. To help resolve these issues, and for potential clinical applications, methods to induce iPS cells that leave the genome unaltered are essential and are being actively pursued by several groups.”

     

    “A meno che la riprogrammazione non selezioni eventi genetici o epigenetici abnormi che siano stabilmente ereditati nelle linee cellulari iPS risultanti. Per aiutare la risoluzione di questi problemi, e per potenziali applicazioni cliniche, metodi per indurre cellule iPS che lascino il genoma inalterato sono essenziali e attivamente studiati da vari gruppi.”

     

    In sostanza, il problema è che per far esprimere i geni prescelti nelle cellule adulte è necessario integrarli nel genoma cellulare. Questo che equivale a produrre dei mutanti che potrebbero rivelare comportamenti imprevisti.

    Questo è dunque il problema principale da affrontare, anche se non sarà certo l’unico.

     

    Le iPS significano che la ricerca sulle ES (Staminali embrionali) non serve più?

     

    Niente affatto. I fan delle iPS fanno bene ad apprezzarne le potenzialità, ma fanno bene anche a ricordare che non avremmo avuto nessuna iPS se non si fosse fatta ricerca sulle staminali embrionali. La ricerca si fa anche se l’applicazione pratica non è subito in vista.

     

     

     

    *Il mio prof di neurobiologia è arrivato a definirlo senza mezzi termini “una fesseria”, ponendo fra le proprie obiezioni il fatto che sostituire le cellule morte serve a poco, se non si rimuove la patologia che le uccide. Pur non essendo pessimista quanto lui, devo concordare almeno che questo tipo di applicazione delle cellule staminali non sarà accessibile in tempi brevi.

     

     

    April 02

    La matematica è un'opinione

     

    La lettura critica di un testo non è un’abilità che si ha per nascita; né la cultura del nostro paese sembra fatta per alimentarla. Giornali, telegiornali, “approfondimenti” serali; tutti quanti non fanno altro che fornire i loro “dati” e le loro “notizie”.

    Non è esagerato dire che non una di queste notizie può essere considerata precisa o davvero affidabile (specie se l’avete sentita su mediaset). Ci sono infatti molti modi di dire (o non dire), la stessa cosa, ma dando l’impressione che sia completamente diversa.

    Molti ai giochi di parole sono abituati, perché in Italia la cultura letteraria è sempre stata piuttosto privilegiata; ma dai loro un numero, fornisci una statistica … beh, le reazioni possibili sono due:

    -      Ah, beh, se la statistica dice questo …

    -      Pfui! Ai numeri si può far dire ciò che si vuole.

    Ai primi hanno insegnato che la matematica non è un’opinione, quindi se ti danno un numero devi stare zitto e mosca. Ai secondi invece hanno detto che dei numeri uno se ne può tranquillamente fregare.

    Ovviamente, sono due modi di pensare assolutamente sbagliati. Forse la matematica non è un’opinione, ma la statistica rischia molto di diventarlo, e può essere facilmente usata per far parlare i numeri come vogliamo noi, e non come vorrebbero loro. Perché, di per sé, un numero è un numero, e bugie non ne dice.

    Dunque, se siamo più o meno abituati a vedercela con parole subdole e false, dobbiamo imparare a farlo coi numeri, dato che uno di loro può dire più di mille parole.

    Esempio immaginario (ma neanche tanto).

    “Nel paese di Ailati, il 30% dei crimini sono commessi da stranieri”.

    Supponiamo che questa frase sia vera. Apparentemente ne consegue che gli stranieri portano criminalità nelle strade di Ailati.

    Ma ne siamo sicuri?

    Non se ad Ailati, che è uno strano paese, metà della popolazione è composta da stranieri. Questo vuol dire che è la popolazione locale di Ailati responsabile della maggior parte dei crimini, e gli stranieri sono molto più ligi alle regole.

    Forse dovremmo ricordarci anche che ad Ailati, che è davvero uno strano paese, la legge proibisce di respirare, quindi tutti coloro che ci vanno sono criminali, e questo non dipende dal fatto che siano stranieri o meno.

    Inoltre, ad Ailati ci sono in tutto 8 abitanti, e 4 di loro erano dei turisti di passaggio che si erano persi, ed erano gli unici stranieri. Degli altri 4, una era una bambina violentata ed uccisa dallo zio, ed entrambi erano residenti di Ailati.

    Forse, adesso, gli Ailatiani ci fanno una figura meno buona.

     

    Può sembrare che abbia esagerato nel mio esempio, ma in realtà manipolazioni di questo tipo, o almeno fatte con lo stesso “rigore” scientifico, si vedono tutti i giorni.

    Come difendersi?

    Un corso base di statistica sarebbe consigliabile a tutti, così come uno di educazione civica fatto seriamente. E vogliamo anche la moviola in campo e il cibo decente alla mensa universitaria.

    Torniamo alla realtà con qualche consiglio pratico:

    1)      Avere sempre a disposizione una fonte autorevole. Un numero inventato non serve comunque a niente.

    2)      Informarsi su come il dato è stato ottenuto, su quanto è grande il campione utilizzato per ottenerlo, sul tipo di test a cui è stato sottoposto.

    3)      Standardizzazione. Ogni dato deve essere standardizzato come si deve, ovvero rapportato ad uno standard considerato “normale”. È un passo estremamente delicato, perché bisogna considerare non solo la qualità del dato campionato, ma anche dello standard.

    4)      Grandezze assolute. Chiedo troppo? Forse, ma oltre al dato standardizzato dovreste informarvi anche sull’ordine di grandezza dei campioni e dello standard. Ad esempio, il numero di computer presenti a casa mia è raddoppiato in un anno. Beh, in realtà è raddoppiato in un giorno, quando mio padre ha comprato il secondo. Se ce ne fossero stati cento, e avessimo parlato di una fornitura annuale, allora avrebbe avuto senso …

    5)      Spirito critico. Se usato bene ed accoppiato ad una sana informazione, può bastare quello. Spesso, inoltre, potrete fidarvi dei dati che vi fornisce una fonte davvero autorevole; io stesso mi sono rapidamente dimenticato come si svolge un test statistico ANOVA, ma se vedo che è stato fatto con risultati positivi mi fido. È anche vero, però che io leggo articoli scientifici pubblicati su PNAS, non Il Foglio, quindi posso permettermi di abbassare un po’ il livello di guardia.

    Voi non fatelo.

    Dato che finora i miei esempi sono stati semplificati e al limite dell’infantile, adesso facciamone uno serio e reale per farci un’idea precisa. Ci saranno numeri; se proprio non potete vederli chiudete la pagina : )

    In questo caso ho voluto verificare la validità delle statistiche sull’affidabilità del preservativo come mezzo di prevenzione per l’AIDS.

    Sono spinto a questo da un’osservazione in quasi-prima-persona: se il preservativo è di buona qualità e integro, contagio non ne ho mai visto, nemmeno parlando via internet con persone che hanno dichiarato di aver avuto nella propria vita più di 5000 partner sessuali differenti in decenni. Com’è possibile se, come dicono, il preservativo fa cilecca nel 20% dei casi? Non ho voglia di farmi i conti adesso, ma mi gioco una mano che la probabilità di non prendere l’AIDS in una situazione del genere, con una percentuale di protezione dell’80% soltanto, sono minori al 5% (limite statistico di significatività). Eppure quel numero, 80%, e citato in tutte le lezioni di educazione sessuale, non possono esserselo inventato. Verifichiamo di persona.

    Lo studio a cui ho fatto riferimento è autorevole e ben fatto dal punto di vista statistico; d’altro canto non c’era (credo) nessun interesse da parte degli autori a gonfiare o sgonfiare i numeri. E infatti questo studio dà dei risultati che non vogliono assolutamente dire che in 20 casi su 100 il preservativo fa cilecca … Precisiamo sin dall’inizio che non voglio assolutamente questionare la validità di quel numero, ma capirne il significato.

    Dunque, lo studio è di quest’anno (recentissimo) ed è di Weller e Davis-Beaty. In realtà, gli autori non svolgono alcun test per conto loro, ma si limitano a mettere insieme i dati di un numero selezionato di studi precedenti per tirarne fuori un risultato medio.

    Ora, gli autori stessi ammettono subito che uno studio di questo tipo comporta notevoli difficoltà. Per avere una stima corretta e rigorosa dell’efficacia protettiva del preservativo, bisognerebbe procedere in questo modo:

    1)      Prendere un gruppo ampio di pazienti e infettarli con HIV tutti contemporaneamente, quindi scegliere un periodo di tempo standard per permettere all’infezione di radicarsi.

    2)      Dividere il gruppo in maschi e femmine e condurre test separati.

    3)      Prendere altrettanti individui sani dei sessi opposti e accoppiarli uno ad uno con quelli malati. Gli individui sani non devono avere altre possibilità di contrarre il virus, eccetto il test stesso.

    4)      Suddividere le coppie così create in due gruppi, omogenei fra loro quanto ad età e stato di salute dei componenti.

    5)      Procedere agli accoppiamenti “fisici”. Ciascuna coppia dovrebbe avere un rapporto sessuale ogni TOT, il più possibile in sincrono con le altre. Metà delle coppie scelte dovrebbe fare sempre uso del preservativo, l’altra metà mai. I preservativi dovrebbero essere tutti uguali e di buona marca, e indossati sempre correttamente.

    6)      Sarebbe bene fare una trentina di prove per ogni coppia, e quindi procedere al test HIV sul partner sano.

     A questo punto, si calcola l’efficacia del preservativo come segue:

    chiamiamo

    N = n° di coppie che hanno usato sempre  il preservativo in cui è avvenuto il contagio/n° di coppie totali che hanno usato sempre il preservativo.

    N2=n° di coppie che NON hanno mai usato il preservativo in cui è avvenuto il contagio/n° di coppie totali che non hanno mai usato il preservativo.

    A questo punto, calcoliamo la probabilità che il preservativo protegga effettivamente dal contagio come:

    P=1-N/N2

    La cosa va ripetuta due volte per i casi di trasmissione da maschio a femmina e da femmina a maschio.

     

    A parte la formula usata, che è esattamente quella scritta qui sopra, tutto questo non si è potuto fare, chissà perché.

    Si è cercata la soluzione migliore che fosse possibile attuare, ovvero l’uso di coppie rigorosamente monogame che hanno dichiarato di usare “sempre” o “mai” il preservativo, in cui uno dei due partner fosse sieropositivo e l’altro, inizialmente, no. Sono state prese tutte le precauzioni possibili per esser certi che il soggetto vittima del contagio avesse preso l’HIV dal partner e solo da lui/lei, quindi sono stati evitati soggetti a rischio come tossicodipendenti e simili. Un primo problema è che coloro che rifiutano di usare il preservativo pur sapendo che il partner ha l’HIV spesso sono persone che anche in altri ambiti si preoccupano assai poco di evitare il contagio, e ciò ne fa dei soggetti naturalmente “a rischio”.

    Un’altra lacuna notevole è l’aver fatto media fra contagi da maschio a femmina e da femmina a maschio, perché notoriamente il rischio contagio è maggiore per le femmine. Altra lacuna ancora, questa non evitabile, è il non disporre dei tempi del contagio; il virus infatti è molto più aggressivo nei primi mesi dopo il contagio e nelle ultime fasi della malattia, molto di meno nei soggetti che seguono terapie antiretrovirali, e in ogni caso le probabilità di contagio dipendono fortemente dalla quota di copie del virus presenti nelle secrezioni genitali, un dato non disponibile.

    Inoltre, per la stessa ammissione degli autori, non è stato possibile controllare alcuni aspetti importanti; ovvero la qualità dei preservativi utilizzati coppie e il loro corretto utilizzo. Usando due termini ben distinti ma che purtroppo hanno la stessa traduzione in italiano, essi chiamano “efficacy” l’effettiva capacità protettiva del preservativo, che misura esattamente la il suo effetto nell’impedire il contagio da parte del virus, e “effectiveness” il parametro da loro misurato, che invece è influenzato dalla qualità del preservativo, dal corretto utilizzo dello stesso, dal numero di rapporti sessuali avuti col partner etc.

    Quel valore dell’80% dunque, è da prendere assolutamente con le pinze; eppure ce lo vediamo vomitato addosso continuamente da più parti. Una buona conoscenza dei fatti, unita a un po’ di sano spirito pratico, ci difende da queste manipolazioni.

    Attenzione, quindi, a non farvi manovrare dai numeri alla Berlusconi, dai sondaggi e dalle statistiche, specie se sospettate che possa esserci dietro un interesse a mutare la verità. Prima verificate bene, e vedrete che i dati spesso assumono un valore differente.

    Perché la matematica, alla fin fine, non è DAVVERO un’opinione.

     

    Ossequi.

     

      

    March 24

    Il Syllabus della bioetica

     

    Qualche giorno fa ho avuto occasione di assistere ad una conferenza di Scott Gilbert, gigante della biologia dello sviluppo evoluzionistica (evo-devo). Il tema trattato durante l’incontro è stato talmente interessante che ho iniziato a lavorare su un intervento che ne parli … ma l’intervento in questione non è questo. Ho scoperto, infatti, che Scott Gilbert non è solo un embriologo, ma anche un bioeticista affermato, per quanto si possa essere “affermati” in una disciplina che ha si è no vent’anni ed è ancora molto confusa.

    Mi sono imbattuto, in particolare, in suo rapporto molto interessante su alcuni dei principali problemi della bioetica (staminali embrionali, aborto e temi connessi), che venne letto in occasione di una conferenza su “Ontogenesi e vita umana” tenutasi all’ateneo pontificio “Regina Apostulorum” nel 2007. L’articolo in questione si intitola  When ‘Personhood’ Begins in the Embryo: Avoiding a Syllabus of Errors”, e il suo intento è per l’appunto quello di elencare gli errori comuni fatti nella cosiddetta “divulgazione scientifica” nel campo della bioetica.

    Il documento in inglese sarà quanto prima disponibile nella mia cartella pubblica su questo blog; se non sapete l’inglese, o non avete tempo per leggerlo per intero, o ancora semplicemente siete affascinati dal mio stile scrittorio e/o dalle mie opinioni personali sull’argomento, ve ne faccio un riassunto rapido in quest’intervento:

     

    ERRORE N° 1:

    Le istruzioni per lo sviluppo e l’eredità sono tutte nell’uovo fertilizzato.

     

    FALSO:

    L’ambiente gioca un ruolo cruciale sia nell’influenzare l’ontogenesi sia nell’espressione genica. In particolare, la metilazione del DNA dipende da fattori ambientali, ed è un punto chiave per la regolazione dell’attivazione dei geni e della differenziazione cellulare.

    Altri esempi di come l’ambiente influenzi la sviluppo della persona sono l’importanza della dieta, delle interazioni con batteri simbionti, dei livelli di cura materna(1).  

     

    ERRORE N° 2:

    In condizioni normali, da un embrione si sviluppa sempre un individuo completo.

     

    FALSO:

    Circa il 30% delle gravidanze si conclude con un aborto spontaneo. Questo processo è del tutto naturale, è ha portato il professor Sandel dell’università di Harvard a dichiarare che “Se la perdita di embrioni che accompagna la procreazione dovesse essere considerata moralmente equivalente alla morte di un bambino, allora la gravidanza dovrebbe essere considerata un problema di salute pubblica di proporzioni epidemiche: ridurre la naturale perdita di embrioni sarebbe una causa morale più urgente dell’aborto, della fertilizzazione in vitro e della ricerca sulle cellule staminali messi insieme”.

    Inoltre l’ambiente tecnologico in cui viviamo è permeato di sostanze innocue per l’adulto ma letali o altamente dannose per l’organismo in sviluppo, per cui la prima urgenza dal punto di vista della tutela del feto sarebbe semmai quello di combattere chi fa uso di queste sostanze o le diffonde nell’ambiente.

     

    ERRORE N° 3:

    Esiste un momento di fertilizzazione, in cui l’uovo passivo riceve lo sperma attivo.

     

    FALSO:

    La fertilizzazione è un processo che coinvolge attivamente anche l’uovo, e le contrazioni uterine che precedono il contatto fra i gameti risultano fondamentali per portarlo a termine. Anche dopo che i gameti si sono fusi, i due nuclei restano separati ancora a lungo, fino alla prima divisione cellulare (2-4 giorni dopo). Non c’è dunque un “momento” della fertilizzazione in cui succede una specie di miracolo, ma un lungo processo.

     

    ERRORE N° 4:

    Esiste un consenso scientifico su quale sia il momento in cui inizia la vita individuale.

     

    FALSO:

    Viene spesso riportato che gli scienziati sono d’accordo nel ritenere il concepimento il momento esatto in cui inizia la vita individuale. Ovviamente ciò è falso, anche perché si è visto che un tale momento non esiste. Vi sono invece diverse teorie su quando si possa piazzare l’inizio della vita individuale:

    -          Fertilizzazione; perché è il momento in cui l’embrione riceve il codice genetico.

    -          Gastrulazione; perché è il momento in cui l’embrione non ha più possibilità di dividersi dando origine a gemelli monozigotici, né due embrioni hanno la possibilità di fondersi fra di loro.

    -          Acquisizione dell’encefalogramma (28esima settimana di gestazione); Perché se si ha la morte quando il cervello ha smesso di funzionare e l’encefalogramma è piatto, allora si ha nascita quando esso diventa misurabile.

    -          Nascita effettiva; perché si tratta del momento in cui il feto ottiene l’indipendenza metabolica (vale anche in caso di neonati fortemente prematuri))

    -          Non esiste un momento preciso in cui il feto diviene umano; ci si rifà al punto di vista aristotelico-tomista, secondo il quale lo sviluppo della persona avviene in più fasi, e ad esso si accompagna un aumento graduale delle tutele e dei diritti ad essa garantiti (2).

     

     

    APPENDICE:

     

    In coda all’articolo, Gilbert aggiunge delle considerazioni di tipo squisitamente teologico:

    1)      Nella Bibbia è scritto che chi uccide l’Immagine di Dio deve essere messo a morte (Genesi 9,6).

    2)      In Esodo 21,22 è scritto che chi causa un aborto dovrà offrire un risarcimento alla donna.

    Dato che ciò che rende l’uomo differente dall’animale è l’essere fatto a Immagine di Dio, ciò che non possiede l’Immagine di Dio non è da considerarsi umano (nel senso di persona). Poiché chi conduce alla morte di un feto non doveva essere messo a morte, è evidente che, biblicamente parlando, il feto non ha l’Immagine di Dio fino al momento della nascita, e quindi non è da considerarsi persona sino ad allora

    Inoltre, Gilbert pone l’accento su un pericolo insito nel trattare l’embrione come un essere umano, ovvero quello di finire col trattare l’essere umano come l’embrione.

    Non concordo molto con quanto scritto nell’appendice; primo, perché ciò che è scritto in un libro di 3000 anni fa non dovrebbe condizionare le considerazioni fatte alla luce delle conoscenze di cui disponiamo attualmente; secondo, perché in realtà non vedo pericolo per la persona nel fornire tutele all’embrione, una tutela in più non può, di per sé, far male a nessuno. Certo, nel momento in cui un bancone di embrioni surgelati dovesse divenire più tutelato di una persona adulta, allora mi preoccuperei. Ma questo non accadrà mai … almeno secondo me.

    Consiglio comunque, a chi può, di leggere anche l’articolo originale. Spero inoltre di terminare quanto prima la mia tesina sull’influenza dell’ambiente nello sviluppo del sistema nervoso, così da potere inserire anche quella nella cartella pubblica; credo possa aiutare a capire meglio dinamiche di sviluppo che sono molto importanti in bioetica.

     

    Ossequi.

     

    (1) Ne tratto approfondtamente nella mia tesina.

    (2) Come diceva il santo mio omonimo, Alberto Magno: ‘‘Informe autem puerperium ubi non est anima viva, lex ad homiicidium pertinere noluit.’’

    February 02

    Capire i termini. Riduzionismo e Organicismo

     

    Risolviamo (o almeno ci proviamo), in questo post, alcune confusioni frequenti quando si parla di biologia e filosofia della scienza:

     

    Vitalismo: Secondo questa dottrina, l’essere vivente possiede in sé un principio immateriale e non analizzabile scientificamente che lo distingue dall’essere non vivente; il principio vitale, per l’appunto. Il vivente non è quindi vincolato alle medesime leggi del resto del mondo fisico.

    Meccanicismo: Secondo questa dottrina, l’essere vivente funziona invece sulla base di principi chimici e fisici (“meccanici”) analizzabili scientificamente.

    Organicismo (Olismo): Approccio scientifico che affonda le sue basi nell’idea che l’organismo vivente sia troppo complesso per essere studiato solo tramite lo studio delle leggi fisico-chimiche che lo governano.

    Riduzionismo: L’approccio secondo le quali l’organismo vivente può essere studiato solo sulla base delle leggi fisico chimiche che lo governano.

     

    Sfatiamo subito, quindi, le false opposizioni riduzionismo/vitalismo e organicismo/meccanicismo. Riduzionismo è l’opposto di organicismo, non di vitalismo (anche se è incompatibile col vitalismo) mentre meccanicismo è l‘opposto di vitalismo.

    Adesso il punto di vista della scienza.

    Il vitalismo è stato distrutto. Si è visto che il comportamento dell’organismo vivente è vincolato alle medesime regole del non vivente. Un sasso è ontologicamente uguale a un uomo. L’ultimo sussulto di qualcosa di simile al vitalismo lo dobbiamo ad Albrecht Von Haller, che riteneva che la vita fosse dovuta ad una particolare proprietà della materia di cui essa, secondo lui era costituita: la fibra. La proprietà in questione era l’ “irritabilità” e la forza da essa sviluppata la vis irritabilis. Dato che la vis irritabilis era considerata come un proprietà fisica, per quanto esclusiva dell’organismo vivente, Von Haller può esser considerato comunque meccanicista; tuttavia la sua teoria che il corpo vivente fosse comunque, in un qualche modo, strutturalmente diverso dal non vivente, è stata sfatata. Con essa si è concluso il dibattito fra vitalismo e meccanicismo.

    Non esiste , al giorno d’oggi, un tale dibattito scientifico. Si tratta di una delle poche dispute fondamentali della biologia che possiamo considerare completamente messe ad acta. Un discorso su questo tema può semmai attenere alla filosofia o alla fantasia, ma non alla scienza naturale. Questo deve essere ben chiaro a chiunque si interessi al problema.

    Il dibattito scientifico attuale è quello fra organicismo e riduzionismo. Attenzione, perché questo, contrariamente al precedente, è un dibattito che non ha a che fare con la natura dell’oggetto di studio (l’essere vivente). L’essere vivente obbedisce comunque alle leggi fisiche e chimiche, ontologicamente è uguale a un sasso. Tuttavia è un sasso estremamente complesso.

    Proprio la risoluzione del problema della complessità è oggetto del dibattito.

    Per i riduzionisti, una scomposizione in parti più semplici dell’organismo vivente è il modo migliore per risolverne il puzzle. Il termine di questo processo di riduzione, ovviamente, è la fine della biologia come scienza in sé, e la sua trasformazione in una branca della fisica; le leggi della fisica e della chimica diventeranno infatti le uniche necessarie allo studio del corpo vivente.

    Per gli organicisti, questo non accadrà mai; essi ritengono che il livello di complessità dell’organismo vivente non permetterà mai una sua completa riduzione alla fisica. Sarà sempre necessario approcciare in maniera diversa un batterio e un sasso, anche ritenendo (come ampiamente dimostrato) che le leggi che governano il comportamento dei due siano esattamente le stesse.

    Al giorno d’oggi, l’orientamento predominante è quello riduzionista. Esso ha portato ad ottimi risultati, ma è evidente, dal fatto stesso che ancora una scienza chiamata “biologia” esiste, che esso non ha trionfato completamente. Lo farà mai?

    Dovreste avere dati sufficienti per capire come la penso io J

     

    Ossequi

      

    November 13

    Geova e i dinosauri

    Oggi parliamo di Testimoni di Geova. Nel particolare, commenterò un articolo pubblicato su una delle loro strambissime riviste.

    Ora, sapete bene che, con la carriera che ho alle spalle, per me occuparmi di roba come quella che state per leggere è come cantare Asereje per Giacomo Lauri Volpi; piuttosto umiliante.

    Tuttavia lo farò lo stesso. Principalmente perché ciò che ad un addetto ai lavori come me sembra ovvio ad altri può sembrarlo di meno, ma anche e soprattutto perché tutti voi vi facciate un’idea di cosa scrive e pensa certa gente. Commenterò l’articolo (scritto in corsivo) passo passo, e aggiungerò alcune conclusioni in coda.

     

    Che fine hanno fatto i dinosauri?

    'LA PALEONTOLOGIA è lo studio dei fossili e i fossili sono resti di forme di vita di epoche passate'. Ma come ha detto un paleontologo, è 'una scienza molto dogmatica e basata su congetture'. Lo si vede nel campo dei dinosauri. Elencando alcune congetture sulla loro fine, uno scienziato della Princeton University, G. L. Jepson, ha dichiarato:

    'Autori di varia competenza hanno ipotizzato che i dinosauri si estinsero a causa del deterioramento del clima . . . o della dieta. . . . Altri autori hanno dato la responsabilità a malattie, parassiti, mutamenti nella pressione o nella composizione dell’atmosfera, gas tossici, polveri vulcaniche, eccesso di ossigeno prodotto dalle piante, meteoriti, comete, drenaggio di pool genici da parte di piccoli mammiferi divoratori di uova, . . . radiazioni cosmiche, spostamento dei poli terrestri per effetto della rotazione, alluvioni, deriva continentale, . . . drenaggio degli ambienti lacustri e paludosi, macchie solari'. — L’enigma dei dinosauri, di John Noble Wilford, Longanesi & C., 1987, trad. di Lucia Maldacea, p. 244.

    Da queste congetture si capisce che gli scienziati non sono in grado di rispondere con certezza alla domanda: Che fine hanno fatto i dinosauri?

     

     

    Ok, fin qui più o meno non ci sono cazzate particolarmente evidenti. Notare solo la precisione nel citare la referenza di un non meglio precisato “paleontologo”. Il “paleontologo ignoto”, come il milite ignoto. Notiamo anche come queste cose siano scritte pure sul sussidiario di mio fratello, e accettate da un po’ tutti i biologi evoluzionisti. D’altro canto, se avessimo tutte le risposte la scienza non servirebbe a niente. Passiamo quindi avanti.

     

     

    Teoria dell’estinzione improvvisa

    Più recentemente è stata proposta un’altra teoria da un’équipe formata da padre e figlio, Luis e Walter Alvarez. Poco lontano da Gubbio, nell’Italia centrale, Walter Alvarez aveva scoperto nella formazione rocciosa un singolare, sottile strato di argilla rossa in mezzo a due strati di pietra calcarea. Lo strato calcareo più basso era risultato pieno di fossili. Nello strato superiore i fossili mancavano quasi del tutto: da questo i geologi dedussero che la vita era scomparsa all’improvviso e che il sottile strato rosso di argilla aveva in qualche modo a che fare con l’estinzione dei dinosauri.

    Le analisi rivelarono che l’argilla era ricca di iridio (un metallo)[grazie dell’informazione, non lo sapevo n.mia], in una concentrazione 30 volte superiore a quella che si trova normalmente nelle rocce. Sapevano che concentrazioni così alte di questo raro elemento potevano provenire solo dal nucleo della terra o da sorgenti extraterrestri. Conclusero che l’iridio era stato depositato da un enorme asteroide che aveva investito la terra, causando l’improvvisa estinzione dei dinosauri.

    Dopo la scoperta dell’argilla ricca di iridio a Gubbio, furono trovati depositi simili in altre parti del mondo. Confermò questo l’ipotesi dell’asteroide? Alcuni scienziati continuano ad essere scettici [magari qualche nome; giusto così, per verificare personalmente … n.mia]. Ma come ammette il libro L’enigma dei dinosauri (p. 260), l’ipotesi di Alvarez ha aggiunto 'nuovo lievito allo studio dell’estinzione e dell’evoluzione'. E il paleontologo Stephen Jay Gould ammette che potrebbe ridurre 'l’importanza della competizione fra le specie'.

    Commentando questa nuova teoria e l’estinzione apparentemente improvvisa dei dinosauri, un divulgatore scientifico ammette che questi fatti 'potrebbero scuotere le fondamenta della biologia evoluzionistica e mettere in dubbio l’attuale concetto di selezione naturale'.

    Uno scienziato dell’Università dell’Arizona, David Jablonski [Jablonsky … chi era costui? N. mia], conclude che ‘per molte piante e molti animali l’estinzione fu improvvisa e in qualche modo speciale. Quindi le estinzioni in massa non sono semplicemente effetti cumulativi di estinzioni graduali. Qualcosa di insolito deve essere accaduto’. (Op. cit., p. 279) Questo vale anche per i dinosauri. La loro comparsa e scomparsa relativamente improvvisa contraddice il punto di vista comunemente accettato del lento progredire dell’evoluzione.

     

    Ok, qui è partito il delirio. Tralasciamo l’ipotesi del meteorite, della quale non mi interessa fare una disamina qui. Passiamo invece alle conclusioni semplicemente da manicomio che l’autore dell’articolo ne trae, con un’ipocrisia ed una malafede pari solo alla sua ignoranza scientifica.

    Il nostro amico cita un libro più vecchio di me per parlare di una teoria che si evolve anno per anno e dopo un mese è già cambiata. Glielo perdoniamo, visto che di biologia e paleontologia non sa un cazzo moscio; ma citare Gould, considerato uno dei massimi eredi di Darwin, attribuendogli posizioni critiche dell’evoluzionismo, è un’operazione di indescrivibile doppiezza e malafede. Senza contare che al giorno d’oggi anche gli studenti delle superiori sanno che, stando alle teorie più moderne, l’unità su cui agisce la selezione naturale è il patrimonio genetico, non la “specie”, che è un’entità della quale manca tutt’ora una definizione soddisfacente.

    Ah, notare la citazione successiva, attribuita stavolta al “divulgatore scientifico ignoto”. Potrebbe essere mio zio, il mio prof di latino, la donna delle pulizie. Più probabilmente si tratta di qualcuno che di biologia ne sa ancor meno di loro, tipo Zichichi. Oppure, ancora una volta, un evoluzionista convinto del quale si son volute tradire colposamente le parole.

    Arriva poi David Joblansky, uno “scienziato” non meglio identificato. Uno scienziato che probabilmente si occupa di formazione del calcare sui rubinetti, visto che in biologia le spara grosse. Leggere il mio intervento “Cos’è l’evoluzione” per rendersi conto dell’enormità dell’affermazione di costui.  

     

    Come si data l’era dei dinosauri

    Le ossa di dinosauro si trovano regolarmente in strati della terra più bassi di quelli dove si trovano ossa umane, il che induce molti a pensare che appartengano a un periodo di tempo precedente. I geologi lo chiamano Mesozoico e lo suddividono in Cretaceo, Giurassico e Triassico. Gli intervalli di tempo riferiti a questi periodi sono nell’ordine di decine di milioni di anni. Ma questo è stato stabilito con certezza?

    Un metodo impiegato per misurare l’età dei fossili è detto metodo del radiocarbonio. Questo sistema di datazione misura la velocità di decadimento del carbonio radioattivo partendo dalla morte dell’organismo. 'Quando un organismo muore, non assorbe più dall’ambiente anidride carbonica, e la proporzione dell’isotopo diminuisce col tempo man mano che subisce il decadimento radioattivo, afferma Science and Technology Illustrated.

    Questo sistema, però, presenta serie difficoltà. Primo, in un fossile che si reputa abbia circa 50.000 anni, il livello di radioattività è sceso a tal punto che si può individuare solo con gran fatica. Secondo, anche in campioni più recenti, questo livello è sceso a tal punto che è ancora molto difficile misurarlo accuratamente. Terzo, gli scienziati possono misurare la velocità con cui si forma il carbonio radioattivo al presente, ma non sono in grado di misurare le concentrazioni di carbonio nel remoto passato.

    Perciò, sia che usino il metodo del radiocarbonio per datare i fossili o altri metodi, come quello del potassio, dell’uranio o del torio radioattivo, per datare le rocce, gli scienziati non sono in grado di stabilire i livelli originari di quegli elementi nel corso delle ere. Pertanto il professore di metallurgia Melvin A. Cook osserva: 'Si possono solo fare congetture su queste concentrazioni [di materiali radioattivi], e le età così ottenute non possono essere migliori delle congetture'. Questo specialmente se si considera che il Diluvio dei giorni di Noè, avvenuto oltre 4.300 anni fa, provocò enormi cambiamenti nell’atmosfera e sulla terra [Eh sì, la celebre pioggia radioattiva n. mia].

    I geologi Charles Officer e Charles Drake del Dartmouth College mettono ulteriormente in dubbio l’accuratezza della datazione col metodo basato sulla radioattività. Dicono: 'Siamo arrivati alla conclusione che l’iridio e altri elementi associati non si sono depositati istantaneamente . . . ma vi è stato un afflusso intenso e variabile di questi costituenti durante un intervallo di tempo geologico relativamente breve dell’ordine di 10.000-100.000 anni'. (Op. cit., p. 277) Secondo il loro argomento, lo smembramento e il movimento dei continenti sconvolsero l’intero globo, causando eruzioni vulcaniche, ostruendo il passaggio della luce solare e contaminando l’atmosfera. Certo questi eventi sconvolgenti avrebbero potuto cambiare i livelli della radioattività, per cui i risultati ottenuti coi moderni 'orologi' radioattivi sarebbero alterati.

     

     

    Uccidetemi, vi prego.

    Allora, la smetto di parlare dell’accuratezza delle referenze perché è una cosa che mi fa male al cuore. Fateci caso da soli. Comunque l’opera di divulgazione scientifica dell’autore continua con l’ennesima cazzata mastodontica. Signori, il radiocarbonio!

    Il radiocarbonio ha tempo di dimezzamento di 5064 anni, proprio per questo NON viene utilizzato per reperti più vecchi di 50000 anni (per i quali si usano invece isotopi più stabili), e in ogni caso è affiancato da altri metodi di datazione, radiometrica o meno, come l’orologio molecolare o la stratigrafia. Su queste basi, i paleontologi hanno criteri molto precisi per dire quando una datazione può essere considerata affidabile o meno; talvolta non lo è (potrei fare qualche esempio), talaltra lo è oltre ogni ragionevole dubbio!

    “E già, ma il testimone di Geova medio ha al più la licenza media, per cui gli possiamo raccontare qualunque fesseria!” avrà pensato il nostro autore.

    Poi passiamo alla trita e ritrita “i paleontologi non hanno modo di sapere quanto fosse la radioattività iniziale”.

    Ma che pensano ‘sti creazionisti, che i geologi siano imbecilli? Si fanno tutti i loro conti e i calcoli sulla velocità a cui si forma e si estingue la radioattività, poi ad un certo punto si battono la fronte con la mano ed esclamano: “Ops! Ci siamo scordati che non sappiamo quanta radioattività ci fosse all’inizio!”

    Ma per favore … è un problema risolto da quel dì! Certo, se la fonte più moderna di cui dispongono ha 21 anni, magari a quei tempi non si sapeva …

    Segue un’altra citazione che relega la datazione radiometrica al livello di congettura. Notare, invece, come il diluvio universale e un vecchio che costruisce una grossa barca e ci mette su due animali per ogni specie (e la tenia dove la teneva, nell’intestino?) per un totale di almeno tre milioni di individui, quelli non siano congetture.

    Andiamo con l’exploit finale.

     

    Il racconto di Genesi e i dinosauri

    Sebbene il metodo di datazione basato sulla radioattività sia innovativo, si fonda ancora su congetture e supposizioni. Invece il racconto biblico contenuto nel primo capitolo di Genesi enuncia semplicemente l’ordine generale della creazione. Ammette la possibilità che ci siano voluti forse miliardi di anni per la formazione della terra e molti millenni in sei 'giorni', o ere creative, per preparare la terra come dimora dell’uomo [millenni?! O_o Siamo fuori di un fattore 104, pare a me …].

    Alcuni dinosauri (e pterosauri) possono essere stati veramente creati nella quinta era elencata in Genesi quando, come dice la Bibbia, Dio fece le 'creature volatili' e i 'grandi mostri marini'. Forse altri tipi di dinosauri furono creati nella sesta epoca. La grande varietà di dinosauri con il loro enorme appetito sarebbe stata appropriata data l’abbondante vegetazione che esisteva evidentemente nel loro tempo. — Genesi 1:20-24. Quando i dinosauri ebbero adempiuto il loro scopo, Dio pose fine alla loro esistenza. Ma la Bibbia tace in merito a come o a quando lo fece. Possiamo essere certi che i dinosauri furono creati da Geova per uno scopo, anche se al presente non comprendiamo perfettamente quale fu. Non furono uno sbaglio, un frutto dell’evoluzione. Il fatto che compaiano all’improvviso nella documentazione fossile senza presentare alcun legame con antenati fossili, e anche che scompaiano senza lasciare nessun fossile di collegamento, testimonia contro l’idea che tali animali si siano evoluti gradualmente in un arco di milioni di anni. Pertanto la documentazione fossile non sostiene la teoria dell’evoluzione. Invece è in armonia con il punto di vista biblico circa gli atti creativi di Dio.

     

    Non sono ancora morto. È stata dura, ma sono vivo.

    Il Buffon si rivolta nella tomba … e lui che ne “L’histoire de la Terre” aveva calcolato, sulla base dei tempi di sedimentazione dei fossili, che la vita sulla Terra doveva avere almeno tre milioni di anni …

    I grandi mostri marini? O_O

    Punto primo, il termine dinosauro non ha valore tassonomico reale, visto che è solo un raggruppamento arbitrario di saurischi ed ornitischi. Secondo, né gli uni né gli altri hanno forme acquatiche. Lo dicono pure nei documentari di Piero Angela, questo, cribbio!

    Nessun legame con antenati fossili? Ma siamo pazzi? Non dico che ci voglia la laurea triennale in biologia (non chiedo tanto a chi pretende di scrivere di biologia), ma almeno un’idea, per quanto vaga, di cosa sia il metodo scientifico, e di cosa sia la teoria dell’evoluzione, prima di parlarne.

    Se non altro qui vediamo la prima referenza citata con precisione: Genesi 1:20-24. Siam messi bene …

     

    Ok, a questo punto qualcuno di voi potrebbe obiettare: “Va beh, questo non è un articolo scientifico, che ti aspettavi?”

    Al che io rispondo: anche un articolo divulgativo deve rispondere a criteri di onestà intellettuale e accuratezza delle fonti.

    Un articolo divulgativo deve lasciare spazio a tutte le teorie, non buttare nel cesso la più accreditata e valida teoria sullo sviluppo della vita sulla Terra come se fosse l’ultima delle cazzate, pretendendo di sostituirla con un raccontino per bambini (presentato fra l’altro come verità rivelata … leggete l’ultima frase dell’articolo).

    Anche un articolo divulgativo dovrebbe rispettare l’intelligenza e la cultura di chi legge. Pubblicare una cosa del genere vuol dire dare dello stupido e dell’ignorante al lettore, e io non lo perdonerei facilmente.

     

    Ciò che più mi ha sorpreso, però, è che il tipo di persona che legge articoli così, probabilmente, è convinta di essere di fronte a del materiale frutto di particolare competenza sull’argomento; il che indica un’assoluta mancanza, da parte sua, di qualsiasi facoltà critica.

    Questo È preoccupante. Quando si arriva a questi livelli di deficit critico è difficile rialzare la testa … quindi non fatelo MAI! Leggete, studiate, informatevi. Altrimenti sarete sempre dei burattini.

     

    PACS vobis.

     

     

    September 29

    Intelligent Design

     

    C’è quel vecchio mito, di cui ho parlato una volta, secondo il quale i sostenitori dell’ID tendono a vincere i dibattiti con gli evoluzionisti; così mi sono soffermato a far caso a come si svolgono questi dibattiti.

    In pratica, più che dibattiti, sono dei processi all’evoluzionismo. Il creazionista di turno fa il Pubblico Ministero, snocciola tutti i motivi per i quali, secondo le sue personalissime opinioni, il Darwinismo è scientificamente inaccettabile, e l'altro risponde come meglio può. Il giudizio finale è affidato alle competenti giurie popolari (sigh).

    In pratica, il tutto si svolge come se qualcuno dibattesse con Winston Churchill accusandolo di razzismo. E quel qualcuno fosse Adolf Hitler. Già, però pochi fanno caso a questa piccola lacuna: l’alternativa all’evoluzionismo qual è?

    È importante discutere questo punto; Churchill non esiterebbe a rivolgere le proprie critiche a Hitler, noi evoluzionisti non dobbiamo esitare  a esporre le nostre ai sostenitori dell’ID. Spesso tendiamo a non farlo, perché, giustamente, non riteniamo che l’ID sia una teoria scientifica. Di fatto, questo è il motivo per cui essa è inattaccabile sul piano scientifico. Ma dobbiamo far finta che lo sia, scendere un po’ al loro livello; facciamo finta che l’ID sia una teoria scientifica, e mettiamola alla prova come tale.

    Ecco quindi alcune domande che si potrebbero porre ad un sostenitore dell’ID. Dato che dobbiamo dare all’ID una connotazione precisa e circostanziata, come qualunque teoria scientifica, diciamo che esso presuppone l’esistenza di un progettista intelligente che agisce o ha agito nella realizzazione delle forme di vita così come le vediamo oggi. Un simile progettista, ovviamente, non è individuabile o percettibile, quindi non è un oggetto scientifico. Io però voglio dare all’ID una possibilità: se un tale progettista agisce nel mondo, allora la sua azione deve avere determinate caratteristiche; deve esserci una “forza”, chiamiamola Forza Intelligente (FI, come Forza Italia), che rende manifesta l’azione del progettista. Dato che i sostenitori dell’ID ci tengono molto alla qualifica di “scienziati”, al punto di accusare gli evoluzionisti di essere “poco scientifici” (Zichichi docet), poniamo loro delle obiezioni scientifiche, aspettandoci risposte scientifiche. Non è ammesso quindi, rispondere: “l’ha fatto Dio e non lo possiamo capire” o formule analoghe. Ho l'impressione che questa piccola clausola potrebbe mettere in difficoltà i nostri amici, che di fronte alle domande più penetranti sono abituati a ricorere al mistero divino, dimenticando il dettaglio che esso non è scientifico. 

    Ecco, quindi, i miei piccoli quesiti, posti al mio immaginario “creazionista scientifico”:

     

    1)      Ammessa l’esistenza di una FI che agisce o ha agito nel mondo, descriverne brevemente le caratteristiche. Gradito il formalismo matematico.

    2)      Fornire una misurazione sperimentale della FI.

    3)      Individuare a che livello della scala biologica agisca la FI (Codice? Trascrizione? Traduzione? Modifica post tradizionale? O prima ancora, al livello della formazione del primo replicone?).

    4)      Descrivere alcuni esempi reali dell’azione della FI, storici o, meglio, contemporanei.

    5)      Riprodurre in laboratorio fenomeni in cui agisca la FI, anche su scala microevolutiva (o microcreativa, che dir si voglia).

    6)      Utilizzare la teoria dell’ID per ottenere una cronologia delle forme di vita sulla Terra, che sia confermata dalla datazione dei fossili.

    7)      Effettuare delle previsioni esatte sulla base della teoria dell’ID.

    8)      Dare una spiegazione coerente e scientifica per gli errori della FI: mutazioni letali o svantaggiose, organi inutili (come l’appendice) e fenomeni simili.

     

    Se esistono risposte coerenti e scientifiche a queste domande, possiamo iniziare a parlare della dignità scientifica dell’Intelligent Design. In caso contrario, l’ID potrebbe comunque essere insegnato nelle ore di filosofia. Anzi, meglio, in quelle di religione, così non rubiamo spazio agli argomenti seri.

     

    Ossequi

    September 15

    La mie Zichicche

    Zichichi
     
    N.B. : Al solito, consiglio di leggere l'intervento a schermo pieno cliccando sul titolo.
     
    Noi allora leggevamo per diletto parte di un vecchio articolo di Antonino Zichichi sul Messaggero, nel quale egli si dedica a spiegarci perché non dobbiamo credere all'evoluzionismo. Non so se in questi anni l'eminente scienziato abbia cambiato idea, ma ammetto di non aver comunque saputo resistere all'idea di ripubblicare qui quanto letto. Per ora tengo l'intervento in "Scienza", ma è inadeguato, così come lo sarebbe in "Filosofia e religione". Che dite, lo metto in "Humor"? Che dilemma... beh, prima leggete. Vi avverto però che quanto segue è di una stupidità quasi offensiva.
     
     

    L'evoluzione biologica dell'essere umano (Ebsu) è presentata più volte come l'ultima frontiera della scienza galileiana (L'articolo era tagliato su una frase simile N. mia). In diverse occasioni ho posto una domanda semplicissima: qual è l’equazione che descrive l’evoluzione biologica della specie umana e quali sono i risultati degli esperimenti di stampo galileiano che corroborano la validità di quella equazione? Una domanda semplicissima che rimane, ancora oggi, senza risposta. L’unica novità è il ritorno all’attacco degli evoluzionisti. Purtuttavia l’Ebsu può essere tutto — poesia, prosa, filosofia, arte, fantasia elaborativa — eccetto che Scienza galileiana. Vediamo perché.

     

    Iniziamo bene. Zichichi non conosce nemmeno uno degli esperimenti e delle equazioni che descrivono l’evoluzione. Però ne parla lo stesso.


    L’Ebsu è come pretendere di avere scoperto una civiltà capace di volare con jet supersonici senza avere ancora capito cos’è il suono. Prima di potere capire le origini dell’Ebsu è necessario sapere rispondere a domande di gran lunga più semplici. Una di queste è se esiste o no il Supermondo.

     

    Non ho ben capito che c'entra, ma sono molte le cose non chiare, qui. Allora fin quando la fisica non ha concluso il suo percorso la biologia la abbandoniamo? Quanto ci vorrà, tutta l'eternità, prima di poter parlare di biologia?

     


    I sostenitori dell’Ebsu dovrebbero meditare sull’equazione di Dirac, incisa nell’Aula Magna del Centro Majorana a Erice. I partecipanti alle attività del Centro di Erice — migliaia e migliaia di scienziati, studiosi e tecnici provenienti da Università e Laboratori di ricerca tra i più prestigiosi di oltre cento Nazioni — rappresentano la parte più viva della ricerca scientifica internazionale impegnata nello studio dei problemi più importanti per il progresso delle nostre conoscenze su come è fatto il mondo. L’equazione di Dirac è costantemente sotto i loro occhi. Quell’equazione e i risultati che ne corroborano la validità, sono l’esempio limpido di rigore scientifico di stampo galileiano; e la prova lampante dell’abisso che c’è tra la Scienza galileiana e l’evoluzionismo biologico della specie umana.
    Quell’equazione ha aperto orizzonti nuovi che vanno dall’Antimateria ai transistor, ai circuiti integrati e a quell’innumerevole quantità di strumenti tecnologici da cui è nata la nuova frontiera della medicina moderna e della stessa ingegneria genetica. E’ l’equazione di Dirac che ci ha portato alle soglie del Supermondo.

     

     Dunque, le enormità contenute in questo passo meritano più tempo del resto. Una contestazione su basi puramente logico-deduttive sarebbe molto lunga. Provo quindi a usare un metodo che generalmente non amo molto, ma che in questo caso serve allo scopo: mettere la gente davanti alle incongruenze che sorgono da questo ragionamento.

    La prima conseguenza è che la biologia intera non è scienza galileiana, rimanendo in gran parte descrittiva. Quindi io sono un prosatore, o un poeta, o un filosofo, o un uomo dotato di grande fantasia; tutto tranne che uno scienziato. Vediamo un po’ … cos’altro abbiamo? La storia è anch’essa prosa, o poesia, o filosofia, o fantasia elaborativa. La medicina idem. Insomma, possiamo tranquillamente liquidare come "non scientifica" l’interessante teoria secondo la quale la Rivoluzione Francese ha avuto inizio nel 1789 con la presa della Bastiglia. Diciamo che è una fantasia elaborativa, o una teoria filosofica.

    E ancora, chi ce lo dice quanto tempo ci mette un tumore ad uccidere? Tanto quello che dicono i medici è una poesia, una teoria filosofica. Dove sta l’equazione che lo dimostra?

    Oh, vi sorprenderò. C’è! Come ci sono innumerevoli equazioni a proposito della teoria dell’evoluzione, solo che Zichichi non le sa. Ma ne riparliamo dopo.

     


    Gli evoluzionisti affermano di sapere che l’uomo è certamente un animale come tanti altri. Così non è. La specie animale cui noi apparteniamo è dotata di un privilegio unico: la Ragione. E’ grazie a questo privilegio che siamo riusciti a inventare la memoria collettiva (scrittura), la logica rigorosa (matematica), e a scoprire la Scienza. E’ proprio la Scienza che ci dà la certezza di non essere figli del caos, ma delle Leggi Fondamentali che reggono il Creato, dal cuore di un protone ai confini del Cosmo.
    Platone, Aristotele, Galilei non sono più con noi. E’ grazie alla invenzione della scrittura che possiamo sapere cosa pensavano. I leoni, gli elefanti, le aquile, le scimmie, tanto citate dagli evoluzionisti, non hanno lasciato tracce di memoria collettiva. Nessuna forma di vita animale ha saputo scoprire il Teorema di Pitagora né sa che esiste la Scienza.

     

    Ma com’è scientifico, Zichichi! Mi dica, profesoreo, dov’è l’equazione che dimostra che la ragione è una caratteristica sufficiente a distinguere l’uomo dall’animale? Dunque le pulci sono diverse da tutti gli altri animali, in quanto nel loro corpo c’è una proteina unica che è di gran lunga il materiale più elastico della terra. L'elasticità, a quei livelli, è caratteristica unica della pulce, quindi la pulce non è un animale come gli altri.

    Stendiamo un velo pietoso sul fatto che evidentemente Zichichi non conosce la sepoltura di Kebara. Ci dia un’occhiatina, professore, google è sempre utile. Dopo riparleremo dell’unicità della memoria collettiva in Homo sapiens.

    Dopo tutto questo, credete che non possa peggiorare? Oh illusi! Certo che può!

     


    Un argomento forte dell’evoluzionismo sono le caratteristiche comuni alle innumerevoli forme di vita animale. C’è una caratteristica di gran lunga più importante. Essa è comune, non solo alle forme di vita animale, ma anche a quelle di vita vegetale, e addirittura della stessa materia inerte. Questa radice comune non l’hanno scoperta gli evoluzionisti. Siamo stati noi fisici a scoprirla, seguendo l’insegnamento galileiano. Una pietra, un albero, un’aquila, un uomo sono fatti con le stesse particelle: protoni, neutroni ed elettroni. Non per questo noi fisici concludiamo dicendo che pietre, alberi, aquile e uomo sono realtà identiche. La diversità della nostra specie è nell’esistenza della Ragione: nessuno la sa dedurre in modo rigoroso da principi fondamentali legati a equazioni e ad esperimenti riproducibili. Ecco perché nessuno si può arrogare il diritto di avere «scoperto la vera origine della nostra specie». Nessuno che sappia cosa vuol dire Scienza oserebbe fare simili affermazioni.

     

    I più sentiti ringraziamenti da un giovane poeta di biologia. Com'è noto, i biologi non hanno mi scoperto niente, dopotutto. 

    Dunque un’aquila è diversa da una pietra per motivi ontologici, addirittura. Siamo nella filosofia, ragazzi! La scienza però è andata in vacanza da un po', nelle parole di Zichichi. Nessuno che sappia cosa vuol dire scienza oserebbe fare simili affermazioni.

    D'altro canto qui parliamo di Zichichi; il nostro da un giorno all’altro potrebbe tirar fuori dal suo polveroso cassetto la vis irritabilis di Von Haller, quella “forza misteriosa” che distingue ciò che è vivo da ciò che non lo è, nonché proprietà caratteristica della “fibra”, quella sostanza fondamentale che costituisce ogni essere vivente. Entrambe cose che, ovviamente, non esistono … Perché almeno una cosa giusta l'ha detta, Zichichi: aquile, pietre e alberi sono composti dalle stesse particelle. Ed è per questo motivo che sono realtà scientificamente identiche; l’unico motivo per cui le si tratta diversamente riguarda il differente grado di complessità e, fino a prova contraria, lo tesso vale per la ragione umana. E' questa una scoperta vecchia, che con la formalizzazione della biologia molecolare è assurta a dogma scientifico. Qualcuno gli dica che è rimasto indietro di più di duecento anni.

    Spezziamo una lancia a suo favore... forse a Zichichi, come a molti fisici, rode un po' l'idea chei suoi strumenti non siano sufficienti a trattare con le complesse realtà biologiche; ma ciò non l'autorizza a gistificare l'insufficienza dei metodi fisici sulla base di differenze ontologiche inesistenti, che con la sua beneamata Scienza (con la maiuscola, eh, che lui ci tiene alla Scienza Vera) c'entrano come i cavoli a merenda.


    C’è chi pretende di avere dimostrato che l’Ebsu ha radici nel rigore scientifico. Se io usassi lo stesso rigore di cui parlano gli evoluzionisti, potrei dire che il Supermondo esiste. Infatti di esso conosco le equazioni e con esse ho saputo scoprire un fenomeno nuovo (in sigla Egm: Evolution of Gaugino Masses) che permette di prevedere tanti dettagli molto importanti sulla struttura del Supermondo. Pur avendo elaborato la struttura matematica di questa nuova e formidabile ipotetica realtà, non posso dire se esiste il Supermondo in quanto manca all’appello la prova sperimentale di stampo galileiano.

     

    Ah beh, se il problema è questo l’evoluzionismo è a posto. Siam pieni così di prove.


    Gli evoluzionisti affermano — come detto in apertura — che l’Ebsu è l’ultima frontiera della Scienza galileiana. Se Galilei fosse con noi direbbe a questi studiosi: «scrivete l’equazione in grado di sintetizzare in modo rigoroso questa ’’vera origine’’ e ditemi quali sono i risultati sperimentali ’’riproducibili’’ che hanno corroborato la validità della vostra equazione».

     

    Benissimo. Io aspetto l’equazione in grado di sintetizzare in modo rigoroso la struttura dell’interattoma cellulare. Forse l’interattoma non esiste! Oddio! Siamo fatti di puro spirito!

    Ehi … ma io ho l’equazione che dimostra il funzionamento dei neuroni, quindi l’anima non esiste, è scientifico (e quindi “vero”, come il nostro sottointende)! Vedete che Zichichi il suo contributo scientifico lo dà?

    Comunque io sarei ben curioso di sentire l'opinione di Galilei dopo la lettura de "L'Origine della Specie". Ho idea che ci faremmo quattro risate alle spalle di Zichichi. 

      
    Galilei insegna che non basta la matematica per sapere com’è fatto il mondo: ci vuole la prova sperimentale riproducibile. L’evoluzionismo biologico della specie umana non si basa su alcuna formulazione matematica, né su alcuna prova sperimentale di stampo galileiano. E Galilei insegna che dove non ci sono né formalismo matematico né risultati riproducibili, non c’è Scienza.

     

    Ok. Ce le siamo già fatte ora le nostre quattro risate, ma adesso passiamo alle cose serie. Facciamo un rigoroso processo deduttivo galileiano:

     

    Chi ragiona per categorie è un imbecille

    Zichichi ragiona per categorie

    Zichichi è un imbecille

     

    Ovviamente a questo sillogismo mancano tanti dettagli di contorno. In molti ragionano come Zichichi, diciamo anzi che la maggiora parte degli uomini ragiona per categorie, ma non tutti sono imbecilli. Solo la maggior parte di loro lo è. Ma ci sono anche quelli che, semplicemente, non hanno allenato a sufficienza il proprio cervello per fare il salto dal mondo delle categorie a quello delle sfumature. Per dirla col formalismo matematico caro a Zichichi, non hanno ancora gli strumenti matematici per passare dall’analisi in campo discreto a quella in campo continuo. Il nostro grande fisico (ed epistemologo a tempo perso) però dovrebbe averli, questi strumenti, se vuole gettarsi in affermazioni di una certa portata.

     

    Pare che per lui il mondo del sapere sia così:

     

     Zichicca

    Per chi non ragiona per categorie, invece, il mondo del sapere è così …

     

     Zichicca2

    E la teoria dell’evoluzione sta da qualche parte su quell'asse dell'ascissa, piuttosto spostata dalla parte della matematica, in quanto basata su dati scientifici e dati di fatto incontrovertibili. Quindi tutta la discussione di Zichichi è semplicemente un'idiozia, un gioco di cavilli ed equivoci frutto di malafede, o stupidità, o ignoranza.

     

    Una volta avrei fatto un intervento più chilometrico, ora la noia mi spinge a rimandare sia voi che l’esimio professore all’uso di google e magari all’aiuto di un buon vocabolario Inglese-Italiano. Andate a riguardare gli studi di genetica di popolazione novecenteschi di Fisher, Haldane e della scuola russa, gli equilibri di Hardy-Weimberg, gli esperimenti di Lenski sulla microevoluzione dei batteri, quelli di Khune e Joyce sull’evoluzione in vitro di molecole di RNA, e innumerevoli altri. Magari fate un giretto su Pubmed. Osservate poi fenomeni di evoluzione in tempo reale, come il caso dell’evoluzione record di Lacerta sicula su un isolotto croato. Ripercorrete poi virtualmente il viaggio di Darwin, vedete quello che ha visto lui con i vostri occhi. Che altro consigliarvi? Beh, prendete un libro e guardate le foto dei fossili. Più di questo …

    Eh già. Io mi domando che cosa voglia Zichichi di più di questo. Anzi, lo so: un quoziente intellettivo sopra il 21 della scala Cattel. Ma per quello temo debba rivolgersi al creatore, mica è colpa nostra se è stato così avaro con lui.

     

    Un saluto poetico-biologico a tutti.

     

     

    August 17

    Ancora evoluzione ...

     
    L'intelligenza è rara, e soprattutto non sempre utilizzata a fin di bene. Ma l'autore dell'articolo che sto per presentarvi secondo me ne possiede e la usa come si deve. Non mi aspetto che abbiate sentito nominare il professor Fiorenzo Facchini (se non da me), quindi ve lo presento io. Ex professore ordinario di Antropologia all'Università di Bologna e di Paleontologia Umana alla Scuola di Specializzazione in Archeologia. Premio internazionale Fabio Frassetto per l'antropologia presso l'accademia dei Lincei e, non ultimo, professore della mia professoressa, in un certo senso :) quindi, per quello che vale, potete prendere la mia e la sua parola sulla sua competenza. Ah, è un prete. 
    Vi propongo quindi un suo articolo che vale la pena di leggere; non molto lungo, comprensibile ai profani, scientificamente corretto. Un divulgatore con queste doti non poteva che restare prodotto di nicchia. 
    Ecco il link all'articolo che vi dicevo, buona lettura.
     
     
    Qui, una bibliografia:
     
     
    August 01

    Impossibile? No, solo improbabile...

     

    A che serve avere occasione di chiacchierare coi migliori studenti di fisica e matematica d’Italia, se non se ne ricava qualche nozione interessante?

    Lo spunto per questo intervento mi viene da una chiacchierata dal vivo, da una su MSN, da una lezione di fisica matematica.

    Fulcro della lezione in questione, che tratta di sistemi non lineari, è la possibilità di distinguere un modello matematico stocastico da un caos deterministico.

    Un modello si dice “stocastico” quando non è guidato da altra legge che da quella della probabilità. Un caos deterministico è un fenomeno matematico per cui si riscontrano andamenti apparentemente casuali, ma in realtà guidati da una precisa legge matematica che porta ad una situazione “caotica”.

    Il professore, deciso a dare un esempio di un andamento puramente stocastico, fece riferimento al mercato azionario. Mi colpì molto una sua frase in particolare. Parlando del “lunedì” nero del 1987, giornata in cui il mercato toccò il minimo storico (salvo avvicinarsi al massimo il giorno dopo), disse:

    “Avete presente quante stelle ci sono nell’universo? (circa 1022, n. mia) Bene, immaginate che ogni stella abbia un pianeta abitabile, e che su ciascuno di questi pianeti ci sia un mercato azionario, attivo dal primo istante di vita dell’universo, 12 miliardi di anni fa, senza ferie, e senza festivi, di giorno e di notte, fino ad oggi. Ecco, secondo le leggi delle probabilità, neanche in questo lasso di tempo si sarebbe mai potuto verificare un evento come il lunedì nero. Questo ci insegna una cosa molto importante: dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza e col rischio.”

     

    Resto perplesso. Per uno scienziato, la probabilità conta molto di più di quanto la gente possa pensare. Non c’è nessuna legge fisica per cui, versando una goccia di acquerello rosso in una vasca d’acqua, essa si debba spandere a colorarla tutta; in realtà potrebbe benissimo concentrarsi ancora di più addirittura solidificarsi. L’acqua potrebbe sciogliere l’olio, e così via … ma ciò è talmente improbabile che non può accadere. È impossibile. O almeno credevo.

    Poche ore dopo, a pranzo, chiedo ai fisici presenti quale sia la differenza fra impossibile e altamente improbabile. La risposta mi sconcerta:

    Nessuna.

    Non c’è nessuna differenza. Nulla è impossibile, basta avere a disposizione un tempo infinito (e a quanto ci risulta lo è) e qualunque cosa può verificarsi. In questo istante potrei attraversare una parete dissolvendomi in essa, e se avessi a disposizione tutto il tempo dell’universo per aspettare, prima o poi accadrebbe. Potrebbe accadere anche ora. Oppure mai nella mia vita. Non è impossibile.

     

    “Ma di fatto lo è!” obietto io.

    No, non lo è. E infatti accadono tutti i giorni eventi che sembrano impossibili, eppure si verificano. Dopotutto, il numero di possibili eventi è sufficientemente alto da consentirlo.

    Ma allora noi scienziati, che non facciamo altro che cercare leggi eterne e di assoluta validità? Non siamo forse solo dei moderni stregoni, distributori di oroscopi che spesso ci azzeccano?

    Forse è così.

    Ma la cosa mi diverte da matti XD

    June 13

    Il ritorno delle scimmie: l'australopiteco

     

    australopiteco

    Ah, gli australopitechi … tutti ne parlano ma nessuno li conosce. Suvvia, quante volte abbiamo dato dell’australopiteco a qualcuno? Io ritengo tutt’ora che il mio professore di latino fosse un australopiteco, o al massimo un parantropo (già un neandertaliano sarebbe troppo evoluto). Anche il mio ex somigliava parecchio ad un australopiteco, statura a parte. Diciamo la verità, al giorno d’oggi l’australopiteco è un argomento più popolare del calcio, della politica e della religione messi insieme; non conoscerlo significa isolarsi.

    Ma cos’è un australopiteco?

    Quando ci siamo lasciati la savana si stava espandendo, e io facevo qualche pessima battuta sporca sull’utilità del bipedismo in savana. Erano circa … 4,4 Maf, giusto? Certo che ne passa di tempo fra un mio intervento e l’altro. Comunque il signore della savana diventa Australopithecus (oddio … “signore”… forse non proprio) . Come lo conosciamo questo tizio? Dunque, per prima cosa andiamo ad elencare quali sono le specie conosciute che fanno parte di questo genere (per comodità, ho deciso di omettere il forse all’inizio di ogni frase; datelo per scontato).

    Esse sono: 

    Australopithecus anamensis (4,2-3,9 Maf)

    Australopithecus afarensis (4-3 Maf)

    Australopithecus africanus (3-2,5 Maf) 

    Gli australopitechi rappresentano l’adattamento degli ominidi all’ambiente di savanna. Sono bipedi, alti poco più di un metro. Sono ancora buoni arrampicatori, e questo probabilmente permette loro di utilizzare le fronde dei (pochi) alberi della savana come rifugio dai predatori. I denti ci dicono molto sulla loro dieta: abbiamo un fenomeno di “molarizzazione”: mentre le scimmie moderne presentano denti anteriori grandi e posteriori più piccoli, gli australopiteco hanno molari grandi e con smalto spesso, indice di una dieta fondamentalmente erbivora, basata su alimenti anche piuttosto coriacei. Lo scheletro facciale mostrava ancora un notevole prognatismo.

    Adesso mi dispiace molto, ma dobbiamo fare una breve rassegna sui fossili che li riguardano. Sarà brevissima. Giuro.

    A.      anamensis è il più antico. Ci sono pochi fossili, soprattutto in Etiopia. Valgono ancora tutte quelle puttanate sui molari.

    A.      afarensis è il più celebre, la star della paleoantropologia. A questa specie appartiene lo scheletro della celeberrima Lucy, la scimmia che ogni paleoantropologo vorrebbe farsi. Ad A. afarensis sono attribuite anche le impronte di Laetoli oltre ad una montagna di altri pezzettini sparsi qua e là in Africa orientale.

    A.      africanus non lo caca nessuno. Comunque il suo reperto più “celebre” è il cranio dell’infante di Taung, un teschietto più piccolo del pene di Calderoli e più brutto del mio ex. Fu identificato come australopiteco dal celebre Dart, antico signore oscuro dei sith che conservava le ossa delle sue vittime sotto una teca, spacciandole per scimmie fossili.

    Ricapitolando, anamensis è troppo antico, africanus non lo caca mai nessuno, quindi noi andiamo su afarensis. Ah, la mia cara Lucy! L’unica femmina del pianeta in grado di eccitarmi, ed è morta! Aveva un volume cranico di circa 300-350 ml (ciò fa supporre che da essa, oltre al ramo che diede origine all’uomo moderno, si sia originata anche un’altra specie, sopravvissuta fino ad oggi grazie a forme di parassitismo nei confronti di Homo sapiens [1]). Era indubbiamente dotata di locomozione bipede obbligata, e di lei abbiamo uno scheletro quasi completo (anche se rimarreste sorpresi nello scoprire cosa vuol dire “quasi completo” per un paleoantropologo).

    Simpatiche anche le impronte di Laetoli, che ci offrono un delizioso ritratto di famiglia felice che sembra uscito da un documentario di Vatican Service: due serie di impronte affiancate, una femminile e una maschile, e dentro queste impronte altre, più piccole, di un bimbetto che li segue giocando a mettere i piedi nelle impronte degli adulti. Che pucchosi gli australopitechi!

    Io direi che potremmo anche passare avanti, verso il genere Homo. Scommetto che voi sareste d’accordo. Ma l’autore del mio libro di testo no, e nemmeno la prof, che a questo punto ci parla di tutti quei fossili che sono considerati “problematici”, oltre che dei fastidiosi parantropi.

    Tutti questo fossili visti finora sono dell’africa orientale. Ahimè, però, qualcosa è stato trovato anche in Ciad … alcuni attribuiscono questi pochi resti ad A. Barelghazali (che nomi del cazzo, anzi, del ghazo). Comunque noi non vogliamo complicarci la vita, e quindi diamo per buono che fosse un A. afarensis col GPS fuori uso. A dire il vero qualcosa del genere c’è anche in Sudafrica, ma noi continuiamo a prender per buona l’ipotesi della gita fuori porta di una famiglia di australopitechi e ce ne freghiamo.

    E ora ci siamo, arrivano i parantropi! Chi sono costoro? Sono l’evoluzione super sayian di secondo livello degli australopitechi. Se gli australopitechi avevano denti grandi, i parantropi li hanno enormi. Se gli australopitechi mangiavano alimenti vegetali coriacei, i parantropi mangiano suole di scarpa. Costoro hanno crani enormi, massicci, dotati di creste dorsali per l’inserzione dei muscoli masticatori. Pare fossero granivori, estremamente specializzati per l’ambiente di savana.

    Essi sono:

     

    P. aethiopicus (2,5 Maf)

    P. Boisei (quasi un Ma, fra 2 e 1 Maf)

    P. robustus (1,9-1,6 Maf)

     

    Specialmente nella prima, abbiamo ancora un forte prognatismo facciale. Ero ansioso di mettervi al corrente del loro volume cranico, ma ahimè nelle diapo della prof non ce n’è traccia. Una cosa in meno da ricordare.

    Bene, avete le idee chiare finora?

    Se la risposta è “no” tutto bene.

    Se la risposta è “sì”, state parlando troppo presto. Nel prossimo appuntamento parliamo di Homo abilis … e vedremo chi riderà per ultimo. MWAHAHAHAHA!!!

     

     

     

    [1]      Parliamo di Australopithecus clericalis, ovviamente. Alcuni vorrebbero ascrivere questa specie, se non al genere Homo, almeno al genere Paranthropus. Io ritengo tuttavia che le scarse dimensioni del cervello di questa scimmia antropomorfa e la ridotta attitudine al pensiero simbolico siano un elemento dirimente che fa ascrivere questa specie al genere Australopithecus.

    Qui sotto la foto di un Australopithecus clericalis un attimo prima di sbattere in testa al fotografo la sua clava (nella mano destra).

    Amorth

    June 08

    Le scimmie prima di noi

     

    image 

    Comincia una breve serie di interventi su un argomento che tutti voi potreste forse trovare interessante (tranne me): l’evoluzione umana.

    In realtà io ho scoperto che, come tutti le cose collegata con roba vecchia, storia, morti sepolti e similari, questo argomento è dannatamente e irrimediabilmente noioso. Ma proprio due coglioni grandi quanto una casa. “Allora Perché ammorbarci con non uno, non due, ma una serie di interventi sulla questione?” Domanderete voi.

    Elementare, Watson. Perché devo dare l’esame di paleoantropologia fra dieci giorni, e fra crani strambi, datazioni confuse, reperti frammentari e necropoli longobarde, sono più confuso del mio ex prof di latino quando parlava della consecutio temporum. Quindi sfrutto questo blog per mettere un minimo d’ordine nel mio di cranio. Se poi vi interessa potete leggere e fare il tifo perché l’esame (giorno 17) mi vada bene.

    Allora, tanto per cominciare, un po’ di tassonomia

    Dunque, l’uomo è un primate (non applaudite, ancora, il bello deve venire). Non solo, è un primate bipede e col cervello grande (OOOOOOOH! Non l’avreste detto pensando a Ratzinger, eh?). Quindi tutto il popò di roba che leggerete è per spiegare come si sia arrivati da scimmioni che si muovono sulle nocche e col cervello piccolo a scimmioni bipedi con una gran testa.

    Da dove si comincia? Vorrei cominciare dalla parte che almeno un pochettino interessante sarebbe … e invece prima bisogna parlare delle noiosissime scimmie.

    Dunque, le prime cominciano ad apparire una 50ina di Maf (milioni di anni fa). La più antica è Purgatorius, che però era solo una stupida proscimmia primitiva e quindi di lei non ci fotte un cazzo e passiamo avanti.

    Passano gli anni e abbiamo solo questi insignificanti lemuri, che io ringrazio nonostante tutto perché su di loro non c’è niente da dire. Questo finché, circa 36 Maf, accade il tragico evento, ed in Egitto, ad El-Fayum, compare una scimmia più evoluta, dotata di vista binoculare, quadrupede, piccola, arbiricola, con coda prensile. Gli scienziati ricorrono a tutta la loro sfrenata immaginazione per dargli un nome e lo chiamano Aegyptopithecus, Egittopiteco. È l’inizio della fine per noi studenti. Fortuna che dopo appena 3-4 Ma inizia un periodo di penuria di fossili che dura fino a 22 Maf. Siamo verso la fine dell’oligocene, inizia il terribile miocene, che è pieno di scimmie più del Parlamento e di Piazza San Pietro la domenica messi insieme. In particolare appare Proconsul, un tipo strano che è diventato famoso perché ha i canini grandi e gli incisivi piccoli, non ha la coda e, udite udite, ha un disegno ad Y sulle cuspidi dei molari! Che figata incredibile! Ecco perché preferisco gli insetti …

    Comunque quelli di Proconsul erano tempi oscuri, senza legge né ordine. I continenti si facevano lunghe passeggiate sulla crosta terrestre rompendo i coglioni ai geologi attuali, e … PATATRACK! (no, Pat, non mi riferisco a te) L’Africa ha una brutta collisione con l’attuale medio oriente, si forma un ponte di terra e le scimmie partono alla conquista dell’Asia. E siamo a 20 Maf. Lo ripeto così magari un giorno mi entrerà pure in testa, se sono fortunato. E qui scimmie a strafottere. Sivapithecus e Rhamapithecus, che forse sapevano anche alzarsi in piedi, e tanti altri, che chiamiamo driopiteci e sono antenati delle scimmie antropomorfe. Insomma le scimmie vanno in Asia. Solo che circa 10 Maf i nostri amici si stancano dell’ambiente e fanno una passeggiata fino a tornare in Africa. Purtroppo, fra le scimmie che appaiono nel lasso di tempo successivo, immagino di dover nominare Ouranopithecus Macedonsis, trovato in Grecia, che forse, e dico forse (ci fosse una cosa sicura in questo corso) è un antenato di Saelanthropus tchadensis, di cui vi parlerò di qui a poco visto che so che morite dalla voglia di fare la sua conoscenza. Ah, nel frattempo siamo a 8,5 Maf circa. Come passa il tempo quando ci si diverte, eh?

    Ok, adesso arriva la parte succosa ed interessante (1)

    Ah, un avvertimento: d’ora innanzi non aspettatevi di vedere mai un reperto fossile in condizioni che possano essere definite più che decenti. Sarà tutta roba a pezzettini minuscoli, un puzzle più che uno scheletro; saranno tutti schiacciati, frammentari, intaccati, frantumati eccetera eccetera, così uno studente può divertirsi a usare la propria fantasia per capire cosa diavolo ci leggano gli studiosi in quelle … quelle “cose”. Santo cielo, dopo sto corso sto diventando creazionista … (2) Va beh.

    Adesso immaginate che sia Lucarelli a parlare: questa è una strana, brutta storia. Siamo a 7-6,5 Maf in Africa orientale; in Chad, per la precisione. Uno scimmione con un volume cranico di circa 300 cm3, privo di diastema canino (lo spazio sull’arcata orale destinato ad ospitare la sporgenza dei canini, indice della presenza di canini molto sviluppati come quelli delle scimmie attuali), con ridotto prognatismo del setto nasale (prognatismo=sporgenza) e foro occipitale anteriore sta passeggiando per la foresta. A un certo punto muore (paura, eh?). Nessuno sa come sia accaduto. Il nome dello scimmione era Saelanthropus tchadensis, e cosa ne sia stato di lui è un mistero. Restano solo le ossa (solo il cranio).

    E che ce ne frega a noi? Beh, un pochino sì, visto che il foro occipitale anteriore è indice di un andatura che tende al bipedismo.

    Ma adesso andiamo in Kenya, a Tugen Hill, per la precisione, circa 6 Maf. Viene ritrovato un vero e proprio cimitero fossile (paura, eh?). Cinque individui di età e sesso diversi sono morti qui per cause sconosciute. In realtà non ci resta un cazzo di tutti loro, abbiamo qualche pezzo di osso sparso e basta. Ma evidentemente è sufficiente per identificare gli scheletri con una specie nuova, una specie che chiamiamo Orrorin tugenensis (Orrorin … paura, eh?). Di lui sappiamo che forse era bipede, che forse era un buon arrampicatore, che forse era.

    Ah, ma aspettate che arriva il bello! Ora conosciamo, in Etiopia, 5,8-5,2 Maf, lo straordinario Ardhipithecus ramidus kadabba, del quale abbiamo addirittura (attenti a non farvi venire un infarto) qualche dente e qualche osso del piede!!! Lo so che non si mettono tanti punti esclamativi di seguito, ma qui l’emozione mi ha colto davvero.

    Ed ecco l’ultimo della serie: parente stretto del precedente, 4,4 Maf, arriva Ardhipithecus ramidus ramidus! Un bell’applauso!

    Questi simpatici tipi che abbiamo conosciuto presumibilmente testimoniano (almeno così si dice) il momento in cui la nostra linea evolutiva si è separata da quella delle scimmie antropomorfe; stavano tutti in ambiente forestale, ed erano bipedi facoltativi, ovvero quando avevano male alle nocche potevano farsi una passeggiatina solo sui piedi. A parte questo non vedo a che cazzo gli servisse sto bipedismo, e infatti nell’ambiente di foresta ne son rimaste tracce assai labili. Ma nella savana …

    E infatti 5 Maf inizia l’espansione della savana. E qui saper fare delle passeggiatine su due zampe magari serve pure; sai, vedi in lontananza i predatori, sei facilitato ad esibirti quando si fanno le gare a chi ce l’ha più lungo … insomma il bipedismo serve. E nasce Australopithecus.

    E qui, ragazzi, devo davvero interrompere. Mi sto addormentando … ci sentiamo domani per il prosieguo delle affascinanti avventure dell’australopiteco!

     

    1) Scherzo, OVVIAMENTE. In questa materia non c’è nulla di interessante.

    2) Scherzo, OVVIAMENTE. Il giorno in cui diventerò creazionista vi prego di soffocarmi con un cuscino e porre fine alle mie sofferenze.

    May 17

    Cos'è l'evoluzione?

    darwin

    Premessa: con questo articoletto non intendo dare una trattazione scientifica sulla teoria di Darwin, che esula dallo spazio concessomi; vorrei piuttosto assegnare alla teoria dell’evoluzione il posto che le spetta nel quadro complessivo della conoscenza umana.

    Ponete attenzione nella lettura: la mia fondamentale diffidenza verso le parole potrà trarvi in inganno sul mio pensiero, vi prego quindi di interpretare ciò che dico con la massima fedeltà, e di non pensare nemmeno per un attimo di trarre conclusioni che io non abbia esplicitamente espresso. In effetti, se il mio prof di microbiologia leggesse ciò che sto per scrivere penso che mi aspetterebbe sotto casa armato di accetta, mentre i sostenitori dell’ID (Intelligent Design) sarebbero pronti a portarmi in trionfo per le strade di Bologna e, se fossi famoso, citerebbero le mie parole come un atto d’accusa verso l’evoluzione, come già accadde con Popper. Ed entrambi sbaglierebbero tutto, a causa di un gravissimo fraintendimento. Ed è proprio questo fraintendimento che vorrei identificare, e sul quale vorrei gettar luce.

    Qual è l’impressione che ricavate dando uno sguardo ad un po’ di letteratura a proposito dell’evoluzione, al giorno d’oggi? Noterete subito che il principale punto su cui si dibatte è la domanda: “l’evoluzione è scienza?”E infatti se andrete da un darwinista a dirgli che l’evoluzione non è scienza, quello comincerà a strapparsi i capelli e gridare all’eretico, mentre se andrete da un creazionista sostenendo che lo sia, con ogni probabilità quello tenterà un esorcismo. C’è da chiedersi il perché di una tale sensibilità sulla questione scienza/non scienza. Ebbene vi dico che la risposta è nelle stesse parole di chi se ne occupa tanto: è la falsa equazione scienza = Scienza, ovvero scienza = verità.

    “È così, è scientifico!” si sente dire da chi vuole sostenere le proprie teorie, e l’evoluzione è falsa perché “non è scientifica”, si sostiene spesso. Espressioni di questo tipo rivelano il gravissimo errore di prospettiva di chi fa della scienza l'unico referente della verità, e vorrebbe ridurre a fantasticheria tutto ciò che non risonda a criteri strettamente scientifici. E' sulla base di questo errore che viene rapidamente cancellata dall'orizzonte delle possibilità qualsiasi speculazione che non si considerata strettamente scientifica. Ivi compresa la filosofia.Errore, questo, comune a gran parte degli scienziati, credenti e non; ovvero la convinzione di aver superato la filosofia, che viene liquidata come “pregiudizio”. Come se la scienza non fosse una filosofia. Quanti scienziati si preoccupano di legittimare le proprie parole e i propri studi, inserendoli in un visione più generale della conoscenza umana? Pochissimi, e spesso tocca loro essere denigrati dai colleghi. I più si preoccupano solo della “scientificità” di ciò che affermano. Sia chiaro, fanno benissimo a occuparsene, ma fanno malissimo a fermarsi lì, finendo spesso per mettere in evidenza quegli stessi preconcetti dai quali dichiarano di volersi affrancare.

    Io, in quanto scienziato, mi ritengo contemporaneamente filosofo, quindi ciò che affermo non può prescindere dall’inquadrare qualsiasi teoria scientifica in un ambito più generale. Anche la teoria dell’evoluzione.

    Credo quindi che il problema sia posto in maniera assolutamente errata: non dovremmo chiederci se la teoria dell’evoluzione sia scientifica, ma se sia VERA. In questo giudizio, la scienza ha sicuramente la sua da dire, e ciò va tenuto in conto; ma fare del criterio di scientificità IL criterio di verità è un errore grave.Non ne siete convinti? Allora ammettiamo per ora che la teoria dell’evoluzione non sia "scienza". Siamo sicuri che questo ne mini la validità? Possiamo verificarlo facilmente.

    Cominciamo coll’elencare quali siano le caratteristiche che una legge scientifica deve possedere. Come ho avuto modo di sottolineare altrove, esse sono:

    - Evidenza diretta nella natura

    - Dato quantitativo

    - Universalità

    - Generalità

    - Astrazione

    - Analizzabilità

    Possiamo analizzare uno per uno questi elementi nella teoria di Darwin:

    Evidenza naturale: C’è. La teoria dell’evoluzione è stata costruita basandosi sull’osservazione diretta della natura.

    Dato quantitativo: C’è. Esistono equazioni e modelli matematici per descrivere l’evoluzione.

    Universalità: In forse. Dawkins dà un’interpretazione dell’evoluzione come “caso particolare di una legge più generale di sopravvivenza di ciò che è stabile”. La sopravvivenza di ciò che è stabile è un dato fisico certo e valido in ogni parte dell’universo.

    Generalità: No. L’evoluzione conosce eccezioni, modalità e tempi differenti, e un grande numero di variabili.

    Astrazione: No, non c’è. È possibile produrre modelli matematici che descrivano l’evoluzione, ma non è possibile trasformarli in leggi astratte.

    Analizzabilità: Dubbio. Non c’è bisogno di chiamare in causa elementi olistici per parlare di evoluzione, le leggi della fisica e della chimica sono sufficienti. Tuttavia bisogna sempre confrontarsi con l’elemento strutturale, specie quando si parla di evoluzione animale e vegetale. È il problema che la biologia molecolare sta tentando di risolvere, apparentemente con successo.

    Dando un’occhiata ai risultati, la scientificità ottiene un punteggio di tre e mezzo su sei (forse meno). Se lo confrontiamo con la legge di gravitazione universale, l’evoluzionismo ottiene un ben misero risultato. Ma allora cosa spinse il mio prof di microbiologia, una personalità di importanza mondiale, a declamare con sicurezza: “si dovrebbe parlare di ‘legge dell’evoluzione’”?

    Egli citò, a sostegno di questa affermazione, il celebre esperimento a lungo termine di Richard Lenski, uno dei più grandi microbiologi viventi. Riassumo rapidamente l’esperimento: Lenski prende dodici cellule di E. Coli identiche e le usa come semi per altrettante colonie batteriche distinte. Dopodiché alleva ciascuna di queste colonie in un ambiente a composizione chimica controllata, altamente selettiva (ovvero con nutrienti sufficienti a consentire la sopravvivenza solo di una parte dei batteri) e differente da quella naturale, per diecimila generazioni . Per ogni generazione, Lenski misura alcuni parametri come la dimensione delle cellule e la loro fitness (il numero di cellule “figlie” che riescono a riprodursi). Dal 1994 ad oggi, Lenski ha pubblicato numerosi studi effettuati sempre su quelle stesse dodici colonie di partenza, che ormai da vent’anni continuano a riprodursi in condizioni controllate. Risultati straordinari. Le dimensioni delle cellule spesso sono raddoppiate, il genoma si è ridotto, la fitness è aumentata. Le cellule si sono evolute. Ripetiamo il giochino della scientificità sull’esperimento di Lenski.

    Evidenza naturale: Ovviamente c’è.

    Dato quantitativo: le dimensioni e il numero di batteri è perfettamente misurabile.

    Universalità: l’esperimento è ripetibile da chiunque e sarà sempre valido (lo stesso Lenski l’ha prodotto in dodici copie)

    Generalità: C’è. Le dodici colonie si sono evolute in modo diverso, nonostante si trovassero nelle medesime condizioni; ma resta il fatto che si sono evolute tutte e dodici, e tanto per noi basta.

    Astrazione: Lenski ha costruito degli ottimi modelli matematici del processo.

    Analizzabilità: Perfetta. Tutto può essere ricondotto a leggi fisiche e chimiche.

    Sei su sei; l’esperimento di Lenski è un capolavoro di scientificità. Ma NON è la teoria dell’evoluzione. È un esperimento che ne ripropone e simula un caso particolare. Quella scoperta da Lenski potrebbe essere chiamata “legge dell’evoluzione di E. Coli” o al limite “legge dell’evoluzione dei batteri”.

    Ciò che vale per batteri vale per elefanti”, sosteneva Monod, ma io stesso ho dovuto avanzare qualche legittimo dubbio su questo punto, quando al test di ammissione alla Normale mi fu chiesto di commentare questa frase. Datemi dello strutturalista mentecatto, ma un elefante è più complesso di un batterio, e non si possono applicare pedissequamente le scoperte fatte sul secondo al primo, specie se parliamo di un tema complesso come l’evoluzione biologica. Eppure l’esperimento di Lenski È un esempio di evoluzione biologica. Potremmo dire, è un caso particolare di un fenomeno più generale.

    Forse ci stiamo avvicinando alla soluzione del problema. Lo stesso Dawkins non diceva che l’evoluzione biologica è un caso particolare di “sopravvivenza di ciò che è stabile”? Si tratta di un’affermazione che dal punto di vista termodinamico è perfettamente condivisibile. Ma automaticamente genera un problema di universalità. Se è un caso particolare, allora non è universale, dunque non è una legge scientifica!

    Questa è una soluzione alla domanda di partenza? Forse che sì, forse che no. Dobbiamo notare che su queste basi, l’intera biologia come scienza potrebbe essere messa in dubbio, in quanto ogni corpo vivente può essere considerato come un caso particolare di corpo inerte, e quindi, ricadere nella fisica. La biologia NON È scienza.

    Eppure chi dubita, al giorno d’oggi, dell’affidabilità della biologia? Non certo il mio lettore che prende l’antibiotico appena ha un raffreddore ed è vaccinato contro il morbillo. Eppure, stando a certi criteri, essa NON È scienza. Eppure è esatta. È una non-scienza esatta. Paradossale, eh? E così è anche per la teoria dell’evoluzione, che della biologia è un caso particolare. Non è una legge scientifica, ma è VERA; il buon senso, la ragionevolezza, l’esperienza ce lo confermano. Scoperta dell’acqua calda: un’affermazione può essere vera senza essere scientifica in senso rigoroso. E' ovvio che sia così, così come è ovvio che la scienza è una filosofia, e che la pretesa di tracciare la "linea della verità" sovrapponendola a quella fra la filosofia e la scienza è un'operazione molto rischiosa. Esistono invece tanti successivi e continui livelli di credibilità e razionalità, che non sempre sono correlati con la scientificità dell'affermazione. Sta a noi decidere, secondo buon senso, fin dove possiamo credere a ciò che scopriamo.Affermando questo, in realtà, ho solo riesumato Popper, che diceva, da convinto sostenitore dell'importanza e della veridicità del lavoro di Darwin:

    Non esiste nessuna legge dell’evoluzione, solo il fatto storico che piante e animali cambiano o, più precisamente, che sono cambiati. L’idea di una legge che determina la direzione e il carattere dell’evoluzione è un tipico errore ottocentesco.”

    Dunque quando parliamo di evoluzione parliamo di tutta una serie di affermazioni storiche, seppur più solide ed indubitabili di qualsiasi altro fatto storico; questo perché, checché se ne dica, hanno dalla propria la scienza. Torniamo a Popper:

    “Sono giunto alla conclusione che il darwinismo non è una teoria scientifica ma un programma di ricerca metafisico – una possibile cornice per ipotesi scientificamente verificabili

    Ed è ciò che sostengo anch’io. Al di là del termine “metafisico”, che non approvo (qui rientriamo appieno nell’ambito fisico, seppur non in modo strettamente scientifico), la teoria dell’evoluzione è una cornice per ipotesi verificabili. Lenski l’ha verificata per i batteri, recenti studi sembrano confermarlo per gli animali, numerosi dati la suggeriscono per l’uomo. Che la sua validità sia assoluta e generale non è dimostrato, lo suggerisce solo il buon senso, che dovrebbe farci da guida in qualunque nostra affermazione. Facciamoci guidare da lui ancora una volta, e rispondiamo finalmente alla domanda del titolo:

    Che cos'è l'evoluzione?

    L’evoluzione è un programma di ricerca filosofico basato su dati ed ipotesi verificabili e razionali.

    Ma non è forse questo la scienza? Non è un programma di ricerca filosofico? Ecco dunque cos’è l’evoluzione: non una teoria né una legge, ma una disciplina scientifica, come la fisica o la chimica. Ogni giorno essa affronta i dubbi, le domande, le incoerenze; è consapevole di avere dei limiti, ma questo non può fermarla, essa deve procedere fin quando una metodologia più efficace ed esplicativa non la sostituirà.

    Quel momento, al giorno d’oggi, pare ancora lontano.

    May 01

    Digievoluzioneee!

    Chi lo dice che i Digimon non esistono?

    Ho tradotto per voi la prima parte di questo (http://discovermagazine.com/2005/feb/cover) articolo, spero apprezzerete il lavoraccio ;)

     

    Testando Darwin

     

     

    Organismi digitali che crescono migliaia di volte più in fretta dei comuni batteri potrebbero gettar luce su alcune delle più complesse domande insolute dell’evoluzione.

    By Carl Zimmer

     

     

    Se volete trovare forme di vita aliene, disdite pure quel viaggio sulle lune di Saturno. Tutto ciò di cui potreste avere bisogno è prendere un aereo per East Lansing, Michigan.

    Gli alieni di East Lansing non sono fatti di carbonio ed acqua, non hanno DNA. Miliardi di essi stanno tranquillamente colonizzando 200 computer nel seminterrato del Dipartimento di Scienze delle Piante e del Suolo della State University del Michigan.

    Per dare un’occhiata al loro mondo, comunque, dovete spostarvi alcuni blocchi ad ovest su Wilson Road, fino al dipartimento di ingegneria, e visitare il Laboratorio di Evoluzione Digitale. Qui troverete una folla di informatici, biologi e anche uno o due filosofi, intenti a fissare gli schermi dei computer, osservando l’evoluzione di nuove, bizzarre forme di vita.

    Si tratta di organismi digitali –stringhe di comando- affini ai virus per computer. Ogni organismo può generare decine di migliaia di copie di se stesso nello spazio di un minuto. A differenza dei virus per computer, però, essi sono composti di bit che possono mutare in modo molto simile a quello in cui muta il DNA.

    Un software chiamato Avida permette ai ricercatori di tener traccia, generazione dopo generazione, di nascita, vita e morte degli organismi digitali, esaminando colonne di numeri che scendono dalla sommità del monitor come cascate.

    Dopo più di un decennio di sviluppo, questi organismi sono molto vicini a soddisfare la definizione di vita biologica. “Molte delle caratteristiche necessarie a fare un essere vivente possiamo individuarle” afferma Robert Pennock, un filosofo dell’università del Michigan e membro dell’Avida Team “Fa questo, fa quello, fa quell’altro. Metabolismo? Forse non ci siamo ancora, ma ci andiamo molto vicino.”

    Una cosa che gli organismi digitali fanno particolarmente bene è evolversi. “Avida non è una simulazione dell’evoluzione. Ne è un esempio” sostiene Pennock “Tutti gli elementi chiave del processo Darwiniano ci sono. Queste cose  si replicano, mutano, competono le une con le altre. Il processo stesso dell’evoluzione si sta verificando qui. Se esso è centrale per la definizione di vita, allora queste cose sono vive.”

    Certo può sembrare strano parlare di una stringa di caratteri allo stesso modo in cui si parla di un ciliegio o di un delfino. Ma più i biologi pensano alla vita, più l’equazione si fa calzante. I programmi per computer e il DNA sono entrambi set di istruzioni. Il programma dice al computer come elaborare i dati, il DNA dice alla cellula come assemblare proteine.

    Lo scopo finale del DNA è produrre nuovi organismi che possiedono le stesse istruzioni genetiche. “Si può pensare ad un organismo vivente come a niente di più che un canale, attraverso il quale il genoma è trasmesso alla progenie” afferma Charles Ofria, direttore del Laboratorio di Evoluzione Digitale “Dunque un software per computer che contiene istruzioni per fare copie di sé stesso ha fatto un passo importante verso la vita.”

    Un ciliegio assorbe materiali grezzi e li trasforma in materiali utili. Entrano anidride carbonica, acqua e nutrienti. Escono legno, ciliegie e tossine per tenere lontani gli insetti. Un programma per computer funziona allo stesso modo. Considerate un programma che sommi fra loro due numeri. I numeri entrano come l’anidride carbonica e la somma viene fuori come un ciliegio.

    Adami ha ricompensato gli organismi dando loro la possibilità di riprodursi più velocemente. Un organismo capace di leggere due numeri insieme vedeva la propria velocità di riproduzione aumentata, uno capace di sommarli veniva premiato ancora di più. In sei mesi, gli organismi di Adami erano maghi dell’addizione “siamo riusciti a farli evolvere senza problemi” afferma. Ma quando si fermò a scoprire come esattamente questi organismi svolgevano le addizioni, rimase ancora più sorpreso “Alcuni dei modi erano ovvi, ma con altri avrei detto ‘Ma che diavolo sta succedendo?’ Sembrava completamente folle!”

    Durante un viaggio in Michigan, Adami incontrò il microbiologo Richard Lenski, che studia l’evoluzione dei batteri. In seguito, Adami gli spedì una copia di Avida, così che Lenski potesse provarlo di persona. Un venerdì, Lenski caricò il programma sul computer e iniziò a creare parole digitali. Lunedì fu tentato di chiudere il suo laboratorio e dedicarsi completamente ad Avida. “Aveva proprio l’odore della vita” dice Lenski

    (…)

    Con questo nuovo potere, il Team Avida sta testando Darwin in un modo che era precedentemente inimmaginabile. I moderni biologi dell’evoluzione hanno una montagna di fossili da studiare, e possono comparare fra loro i geni di specie viventi. Ma non possono esaminare ogni singola generazione ed ogni singolo gene che separa un uccello dal dinosauro bipede suo antenato. Al contrario, con Avida è possibile seguire la mutazine casuale e la selezione naturale attraverso milioni di generazioni. Durante questo processo, si comincia a gettar luce su alcune delle più difficili domande poste dall’evoluzione.

     

     

     

    NOTE PERSONALI:

     

    1)    Ho tagliato dall’articolo una parte riguardante le ricerche di Lenski su Escherichia Coli. Attualmente sto visionando alcune delle sue pubblicazioni al proposito, e forse diverranno oggetto di un mio prossimo articolo.

    2)    Il metodo di studio esposto è stato oggetto di alcune critiche da parte dei sostenitori dell’Intelligent Design. Le trovate qui:  http://progettocosmo.altervista.org/index.php?option=content&task=view&id=79

    Tali critiche lasciano abbastanza il tempo che trovano. E’ chiaro che, come in ogni esperimento, si parta da presupposti noti per mettere alla prova caratteristiche ignote del sistema: qui si danno per scontate alcune caratteristiche note del sistema (competizione per sopravvivere, mutazioni casuali, fitness premiata dall’adattamento) e le si inserisce nell’algoritmo per metterne alla prova altre (possibilità dell’evoluzione di funzioni complesse). E’ da notarsi che Lenski stesso segue ormai da 20 anni un esperimento in vivo in cui mette a sua volta alla prova proprio quelle caratteristiche note che sono alla base dell’algoritmo di Avida. Le informazioni su questo straordinario esperimento le trovate in inglese sulla web page di Richard Lenski (www.msu.edu/~lenski/)  Devo dirvi però che si tratta di trattazioni molto specialistiche, e io stesso ho bisogno di fare un certo sforzo per comprendere appieno il valore di questi studi. Come vi ho già detto, fra l’altro, è possibile che, appena avrò tempo, scriva qualcosa al proposito, per cui la vostra spasmodica curiosità potrebbe essere comunque appagata.

     

     

    Alla prossima

    April 23

    Per i non addetti :)

    Come promesso, faccio un rapidissimo sunto di biologia molecolare per permettere anche ai non addetti ai lavori di comprendere ciò che scrivo.

     

    Dunque: ogni essere vivente è fatto, diciamo così, da un progetto. Ogni vivente si riproduce, ovvero genera altri viventi simili a sé stesso; ciò implica che nel produrre altri viventi, si debba seguire un progetto, delle “istruzioni”, istruzioni costituite da una determinata quantità di informazione. Questa informazione è contenuta nel DNA.

    Ora, il DNA, come molecola, è un lungo filamento di nucleotidi che sostanzialmente possiamo dire appartengano a quattro categorie diverse, ciascuna indicata con una lettera: A, T, G, C.

    Esattamente come le lettere, i nucleotidi danno origine a parole e a frasi. Le “parole” del codice genetico sono tutte di tre lettere, una sequenza di parole da origine alla frase, ovvero il gene (che poi a sua volta origina una proteina specifica).

    Immaginiamo dunque il DNA come una lunga stringa scritta con un alfabeto di quattro caratteri.

    Ora è chiaro che, ogni volta che la cellula si riproduce, l’informazione deve trasmettersi dalla cellula genitrice a quella figlia, e ciò implica che il filamento di DNA che contiene l’informazione venga duplicato, e una delle due copie vada alla cellula figlia. Per far questo serve tutto un complesso apparato per la duplicazione e la localizzazione del DNA, e, come un monaco amanuense del medioevo, un tale apparato può fare degli errori, per cui le copie figlie si trovano ad essere sempre più o meno differenti da quella madre.

    I creazionisti sostengono che tali errori distruggano l’informazione senza crearne, e quindi, affermano, un batterio nemmeno in un miliardo di anni può evolversi in un eucariote come l’uomo, perché quest’ultimo ha un genoma (l’insieme di tutti i geni dell’organismo) molto più grande e complesso, e contiene molta più informazione.

    Non è così, per più di un motivo.

    Tanto per cominciare, non è vero che questi errori distruggono l’informazione. Esempio: prendiamo la parola

     

    CAT

     

    Supponiamo di fare un errore nel ricopiare questa parola

     

    FAT

     

    Ecco, abbiamo una parola nuova, nuova informazione; l’errore di copiatura che l’ha generata è chiamato “mutazione”. Ovviamente la nuova parola poteva essere priva di senso, come AAT, ma consideriamo che il linguaggio del codice genetico è molto più flessibile del nostro e ha molte meno lettere, per cui è facile  che la nuova parola abbia un senso perfettamente compiuto.

    Si può dire che la nuova parola, però, ha sostituito quella vecchia, quindi si è perduta informazione. Altro errore. La duplicazione genica è un fenomeno comune; è una mutazione frequentissima che dalla sequenza, per esempio:

     

    THE CAT

     

    Si arrivi a

     

    THE CAT CAT

     

    La stessa parola viene trascritta due volte. A questo punto abbiamo due “CAT”. Se uno dei due muta, l’altro resta, e arriviamo a:

     

    THE FAT CAT

     

    Abbiamo una parola in più, e l’altra è rimasta. Non solo (e qui l’analogia col linguaggio parlato finisce), ma se abbiamo due “CAT”, uno dei due è superfluo, e quindi anche se dovesse mutare e perdere la propria informazione, l’organismo non subirà danni; ragion per cui che l’evoluzione passi da "THE CAT CAT" a "THE FAT CAT" è normalissimo. Non si perde informazione, se ne guadagna soltanto.

    Finito il paragone col linguaggio, torniamo alla realtà. Supponiamo di avere un gene fondamentale per la sopravvivenza; una mutazione in questo gene ucciderebbe l’organismo, quindi questo non avrebbe figli e la mutazione scomparirebbe dalla natura.

    MA

    Ma se quel gene avesse prima subito una duplicazione, una delle due copie sarebbe superflua, e potrebbe mutare assumendo nuove funzioni. Questo potrebbe essere un vantaggio selettivo per l’organismo, e la mutazione sarebbe fissata dall’evoluzione.

    E’ questo il modo in cui si ritiene che da un solo gene ancestrale per la leghemoglobina, presente anche nelle piante, si sia sviluppato un intero “grappolo” di geni come il nostro cluster delle globine (che origina l’emoglobina)  o quello, ancora più grande, della capra.

    Esempio particolarmente interessante della potenza delle mutazioni casuali è poi il virus HIV. Perché HIV è invincibile, per ora? Ma perché le mutazioni lo rendono tale! Il suo apparato di replicazione commette molti errori, e ciò vuol dire che ogni generazione di virus è diversa dalla precedente e richiede nuove armi per essere sconfitta.*

     

    Riguardo a Drosophila Melanogaster, si tratta di un moscerino, probabilmente l’organismo più studiato e conosciuto al mondo dopo il batterio Escherichia Coli. L’elemento P è un particolare elemento del suo genoma, importantissimo per gli studi di genetica. Ora, questo elemento non esisteva cinquant’anni fa. Badiamo bene, non un milione di anni fa, cinquant’anni fa. Si ipotizza che sia stato trasmesso da D. Willingstoni a D. Melanogaster negli ultimi decenni, ma questo non ci importa più di tanto. Ciò che ci importa è che prima non c’era, adesso c’è. Che cosa ci vuole di più? :-)   

     

    *In realtà ci sono virus molto più soggetti a errore di HIV, ma quello è un esempio molto conosciuto.

     

    P.S.: Patatrack (o chiunque altro sia interessato), se non sono stato chiaro o c’è qualche punto che ti interessa approfondire possiamo riparlarne, anche nei commenti o via MSN ;) )

    April 19

    Dawkins fa una figuraccia...

    Una delle leggende metropolitane del creazionismo vorrebbe che i creazionisti siano particolarmente bravi a vincere i dibattiti contro gli evoluzionisti. Non nego di essermi spesso domandato come ciò sia possibile.

    In realtà, è chiaro che alla base di ciò c’è il fatto che si tratta di confrontare una teoria scientifica con una filosofico-religiosa; il che è come addizionare le mele con gli ananas, non è possibile né leale. Dei due solo l’evoluzionista deve preoccuparsi di trovare risposte coerenti, l’altro può rispondere a tutto “L’ha fatto Dio”.

    Tuttavia, dopo la visione di questo video http://www.youtube.com/watch?v=zaKryi3605g mi sono accorto che questo non è l’unico fattore in gioco. Se sapete l’inglese e volete vederlo, buon per  voi, ma credo che il mio riassuntino sarà sufficiente per le vostre esigenze. A Dawkins viene rivolta una domanda da alcuni creazionisti, e lui risponde a fatica ed in maniera generica; in pratica elude la domanda e ci fa una splendida figura di merda.

    Ora, io non ho mai apprezzato particolarmente il dibattito orale, preferendogli quello per iscritto. E’ mia opinione che nel dibattito orale non sia l’idea a vincere, ma la persona; il che in alcuni ambiti, come quello scientifico, è assolutamente deleterio. Questo ne è un classico esempio, e mi conferma che ho perfettamente ragione a preferire il dibattito scritto.

    A parte il fatto che i creazionisti tirano fuori sempre quelle stessa 4-5 tesi trite e ritrite e pure un bambino potrebbe impararsi a memoria le risposte e stenderli; ma davvero non pensavo che Dawkins potesse toppare così alla grande. A quella domanda so rispondere anch’io!

    Ora, so che questo intervento lo leggeranno in pochi, mentre quel video lo vedranno in tanti; e so anche che già su youtube c’è una montagna di biologi che si sono divertiti a rispondere alla domanda  (qui http://www.youtube.com/watch?v=QZoMnz9JgGI un esempio) tuttavia, voi pochi permettetemi, da misero laureando in biologia, di correggere il refuso di Dawkins:

     

    Domanda: Può fare un esempio di mutazione o processo evolutivo che aumenti la quantità di informazione nel genoma?

    Risposta: Ovviamente sì. Come esempio pratico e sotto gli occhi di tutti, mi viene in mente la comparsa dell’elemento P nel genoma di Drosophila Melanogaster, un evento verificatosi negli ultimi 50 anni e quindi, caso raro nell’evoluzione, apprezzabile in una vita d’uomo.

    In generale, poi, la nascita di nuovi geni è un processo che è stato ampiamente modellizzato in biologia molecolare, e la duplicazione genica dovuta a crossing over ineguale è ritenuta oggi una delle principali forze dell’evoluzione. Se dovessi fare un esempio specifico di informazione genomica accresciutasi in questo modo, mi viene subito in mente la formazione del cluster delle globine; la storia di questo gruppo di geni, formatisi per duplicazione genica ed evoluzione successiva di un gene ancestrale unico (quello per la leghemoglobina) è stata ampiamente studiata e ricostruita, anche se questo, come spesso accade, non è apprezzabile a occhio nudo, ma solo tramite modellizzazione matematica e una buona dose del caro vecchio buon senso.

     

    Ora le possibilità sono tre:

    1)      Dawkins ne sa meno di me di biologia molecolare; il che non è impossibile visto che lui non è un biologo molecolare e io lo sono quasi.

    2)      Ai tempi dell’intervista, l’elemento P non era ancora comparso nel genoma di Drosophila, e la duplicazione per crossing over ineguale non era ancora stata modellizzata.

    3)      Dawkins si è impapinato per l’emozione.

    Mi sa che è la terza … al solito, i veri scienziati non sono uomini di spettacolo, non fanno teatrali scontri dialettici davanti alle telecamere, preferiscono il puro piacere della scoperta. E oggi posso dire, con cognizione di causa, che hanno ragione, e gli evoluzionisti fanno benissimo a rifiutare il dibattito coi creazionisti.

    April 17

    Sintesi

    WOHAAAAAAAAAH! Sono carico carico carico! Dopo i mesi di inattività e involuzione, sento che le mie celluline grigie sono di nuovo pronte a cogliere gli stimoli di qualunque genere. le lezioni tornano a riscuotere il mio interesse, finalmente il mio cranio riesce di nuovo a fare spazio per concetti ed idee nuovi. Avevo la testa piena di disordinate riflessioni, come mio solito, e sentivo il bisogno di buttarne giu qualcuna così da poterla mettere ad acta. Mi sono ripromesso inoltre di non parlare di religione. Mi restano dunque altri interessanti campi di interesse, in particolare lo scienziato che è in me si sveglia e, tanto per cambiare, parla di filosofia.
    Lo spunto me lo dà il buon vecchio Russell, fra i più grandi logici e matematici del '900, che dà delucidazioni su alcune caratteristiche della lgica matematica.
    Prima della lettura dei suoi "fondamenti di filosofia della matematica", interpretavo la matematica in modo assiomatico, adottando in pieno il sistema di Peano, basato su un limitato numero di "concetti semplici" (numero, 0 e successore) e su cinque proposizioni indubitabili. La matematica che fin da piccoli ci viene insegnata parte da queste definizioni assiomatiche, e procede di lì a costruirvi sopra edifici logici complessi. E' questo, effettivamente, il metodo di lavoro proprio della matematica superiore.
    Esiste tuttavia un'altra matematica, che lavora con scopi e metodi radicalmente diversi; tale matematica, la "filosofia della matematica", non costruisce sui concetti cosiddetti semplici, bensì indaga sulle loro findamenta ulteriori. Numero non è affatto un concetto assiomatico, ci rivela Russell, ha bensì una sua definizione perfettamente coerente, basata sul concetto più semplice di classe. Il concetto di classe a sua volta ha fondamenta nel concetto più semplice di relazione, e via dicendo. Questa indagine verso le fonti può procedere in modo virtualmente infinito, esattamente come la matematica superiore e, a mio avviso, è anche parecchio più difficile. In pratica mentre la matematica superiore tende all'infinitamente grande, la filosofia matematica tende all'infinitamente piccolo, il che rischia di essere assai più complesso. Curioso è che, in realtà, nella matematica si incominci da metà percorso per cercare di trovare un inizio ed una fine, con la consapevolezza perfetta di non poterci riuscire. E che ciò nonistante tutto questo funzioni.
     
    Però... mi senti di dire, tuttavia, che il procedimento della matematica non calza bene all'indagine filosofica, che pure funziona in modo analogo. I matematici, difatti, sono tutti d'accordo su cosa sono lo 0 e l'1, e al momento di fondare una matematica superiore non devono discuterne. E in filosofia?
    In filosofia lo zero non esiste; o meglio, ognuno sceglie il proprio a completo arbitrio, sfruttando le antinomie kantiane. Mi è capitato di vedere molti discutere animatamente la validità dei propri principi, ma rimanere sorpresi nell'essere abbattuti da un singolo colpo mirato, che metta in discussione il loro zero.
    Sembra davvero che la maggior parte della gente non trovi interesse a parlare del proprio zero; si mettono a dibattere di equazioni diofantee con chi non è d'accordo con loro, ma non notano nemmeno che se non si usa lo stesso zero, nessuna operazione matematica tiene.
     
    Ed è proprio questa la mia passione: indagare sullo zero, sull'essenziale, prima di fare matematica superiore.
    Ciò spesso mi rende incompreso o mi dà un'aria di saccenteria, perché laddove la gente va a difendere con tutte le forze posizioni complesse, io mi metto a puntualizzare sulle parole usate; dove ci si vuol buttare in esoteriche questioni di principio, spesso cerco di tagliare la testa al toro col pragmatismo.
    Si chiama sintesi, il puntare all'essenziale, il cavar via gli orpelli e gettare la zavorra per librarsi via, e si tratta di una delle doti che la scienza è più brava ad insegnarci. E di cui ci sarebbe più bisogno in un mondo come quello di oggi, in cui ciò che conta è usare tante parole per nascondere il nucleo, invece che per illuminarlo, e si finisce col dimenticarsi perfino per che cosa si stava lottando.